«Quando è stata l’ultima volta che ti sei guardata allo specchio?» chiese Luca. La reazione di sua moglie lo lasciò senza parole Luca stava finendo il suo caffè mattutino, osservando di sottecchi Martina. Capelli raccolti con un elastico, quello… da bambina. Con i gattini dei cartoni animati. Eppure Silvia, la vicina del piano di sopra, era sempre impeccabile, fresca, con quel profumo costoso che restava in ascensore anche dopo che lei era uscita. «Sai,» disse Luca posando il telefono, «a volte mi sembra che viviamo come… beh, come vicini di casa.» Martina si fermò, la spugna bloccata in mano. «Che vuoi dire?» «Niente di speciale. Solo… quando è stata l’ultima volta che ti sei guardata allo specchio?» A quel punto lo guardò dritto negli occhi. Ed ecco, Luca capì che qualcosa stava andando fuori copione. «E tu, invece, Luca, quando è stata l’ultima volta che mi hai guardata tu?» chiese Martina sottovoce. Seguì una pausa imbarazzante. «Marti, non fare drammi. Dico solo che una donna dovrebbe essere sempre splendida. È fondamentale! Guarda Silvia… eppure ha la tua età.» «Ah, Silvia…» fece Martina, e nel suo tono c’era qualcosa che mise Luca in allerta. Come se avesse appena capito qualcosa di fondamentale. «Luca,» disse lei dopo una pausa, «facciamo così. Vado a stare un po’ da mia mamma. Rifletterò su quello che hai detto.» «Va bene. Viviamo separati, pensiamoci su. Ma sappi che non ti sto cacciando!» «Sai,» Martina appese la spugna al gancio con gesti precisi, «forse hai ragione. Devo davvero guardarmi allo specchio.» E iniziò a preparare la valigia. Luca restò in cucina, a pensare: «Accidenti, era proprio quello che volevo.» Solo che ora non si sentiva felice, ma vuoto. Per tre giorni visse come in vacanza. Colazione lenta, la sera tutto quello che voleva. Niente telenovele sull’amore e il tradimento. Libertà, capite? Quella mitica libertà maschile. La sera incontrò Silvia all’entrata del palazzo. Lei con le borse di Eataly, sui tacchi, vestito che le stava a pennello. «Ciao Luca!» sorrise lei. «Tutto bene? Non vedo Martina da un po’.» «È dalla madre. Si riposa,» mentì con facilità. «Ah.» Silvia annuì comprensiva. «Sai, a volte le donne hanno bisogno di una pausa. Dal tran tran, dalla routine.» Lo diceva come se la routine fosse un qualcosa che lei non aveva mai conosciuto. Come se a casa sua tutto si sistemasse da solo e la cena apparisse per magia. «Silvia, magari un caffè qualche volta? Tra vicini.» «Perché no,» sorrise lei. «Domani sera?» Tutta la notte Luca pianificò il domani. Camicia – quale? Jeans o pantaloni? Profumo – senza esagerare. Al mattino squillò il telefono. «Luca?» voce sconosciuta. «Sono Giuliana, la mamma di Martina.» Il cuore sobbalzò. «Sì, mi dica.» «Martina mi ha chiesto di dirti che passerà a prendere le sue cose sabato, quando tu non ci sarai. Lascerà le chiavi dalla portinaia.» «Aspetti, come sarebbe a dire che prende le sue cose?» «E secondo te? Mia figlia non può aspettare in eterno che tu decida se la vuoi o no.» «Signora Giuliana, io non ho mai detto nulla…» «Hai detto fin troppo. Addio, Luca.» E riagganciò. Luca rimase in cucina, fissando il telefono. Ma che diavolo? Non stava mica divorziando! Voleva solo una pausa. Un po’ di tempo per pensare. E invece avevano già deciso tutto, senza di lui! Quella sera il caffè con Silvia fu strano. Lei simpatica, raccontava del lavoro in banca, rideva alle sue battute. Ma quando lui cercò di prenderle la mano, lei la ritrasse con dolcezza. «Luca, capisci… non posso. Sei un uomo sposato.» «Ma ora viviamo separati.» «Ora. E domani?» Silvia lo osservò profundamente. Luca la accompagnò alla porta e salì in casa. Lo accolse il silenzio e il profumo da single. Sabato. Luca uscì apposta: niente scene, spiegazioni, lacrime. Che Martina prendesse le cose in pace. Ma alle 15 era già divorato dalla curiosità. Cosa aveva preso? Tutto? O solo l’indispensabile? E poi… com’era? Alle 16 non resistette e tornò a casa. Davanti al portone c’era un’auto con la targa della città. Al volante un uomo di quarant’anni, distinto, bel giubbino. Aiutava qualcuno con delle scatole. Luca si sedette su una panchina, aspettando. Dieci minuti dopo dal portone uscì una donna in abito blu. Capelli scuri raccolti non con l’elastico coi gattini, ma con una bella forcina. Trucco leggero che le sottolineava gli occhi. Luca guardava incredulo. Era Martina. La sua Martina. Ma diversa. Portava l’ultima borsa, e l’uomo la aiutò con premura, facendola accomodare in macchina come fosse di cristallo. A quel punto Luca non resistette. Si avvicinò. «Martina!» Lei si voltò. E lui vide il suo viso: sereno, bellissimo. Senza quell’eterna stanchezza che ormai ci si era abituato a vedere. «Ciao, Luca.» «Sei… tu?» L’uomo al volante si irrigidì, ma Martina sfiorò la sua mano, tranquilla. «Sì, sono io. Solo che tu da tempo non mi guardavi.» «Martina, aspetta. Possiamo parlare.» «Di cosa?» nessuna rabbia, solo sorpresa. «Tu hai detto che una donna deve essere sempre splendida. Così ti ho dato retta.» «Ma non intendevo questo!» Luca sentiva il cuore salire in gola. «E cosa volevi, Luca?» Martina inclinò la testa. «Che io diventassi bella solo per te? Che fossi interessante, ma solo a casa? Che imparassi ad amarmi, ma non troppo da lasciarti, se nemmeno mi vedi?» Ascoltava, e sentiva qualcosa cambiare dentro di sé. «Sai,» continuò lei piano, «ho capito che avevo smesso di curarmi. Non perché fossi pigra. Ma perché mi ero abituata a essere invisibile. In casa mia, nella mia vita.» «Martina, non volevo…» «Volevi. Volevi quella moglie invisibile che fa tutto, ma non disturba. E appena ti stanchi, puoi cambiarla con un modello più brillante.» L’uomo in macchina le disse qualcosa. Martina annuì. «Dobbiamo andare,» disse a Luca. «Vittorio mi aspetta.» «Vittorio?» Luca si sentì la gola asciutta. «Chi è?» «Qualcuno che mi vede,» rispose Martina. «Ci siamo conosciuti in palestra. C’è un centro fitness vicino a casa di mamma, sai. A quarantadue anni, primo allenamento della vita.» «Martina, ti prego. Proviamo ancora. Ho capito, sono stato uno stupido.» «Luca,» lo guardò intensamente, «ricordi quando è stata l’ultima volta che mi hai detto che ero bella?» Luca tacque. Non ricordava. «E quando mi hai chiesto come stavo?» Capì di aver perso. Non contro Vittorio. Contro se stesso. Vittorio accese il motore. «Luca, non sono arrabbiata con te. Sul serio. Mi hai aiutato a capire una cosa: se non vedo me stessa, nessuno potrà mai vedermi.» L’auto si allontanò. Luca rimase davanti al portone, a guardare la sua vita che se ne andava. Non la moglie – la vita. Quindici anni che aveva scambiato per routine, ma era felicità. Solo che non lo aveva mai capito. Sei mesi dopo, Luca incontrò Martina al centro commerciale. Per caso. Sceglieva con cura una confezione di caffè. Vicino a lei una ragazza di vent’anni. «Prendi questa,» le diceva. «Papà dice che l’arabica è migliore della robusta.» «Martina?» Luca si avvicinò. Martina si voltò. Sorrise, leggera. «Ciao, Luca. Ti presento – questa è Chiara, la figlia di Vittorio. Chiara, lui è Luca, il mio ex marito.» Chiara annuì educatamente. Bella ragazza, studentessa forse. Guardava Luca con curiosità, ma senza ostilità. «Tutto bene?» chiese lui. «Sì. E tu?» «Insomma.» Seguì una pausa imbarazzante. Cosa si dice ad una ex moglie che è diventata un’altra persona? Restarono tra gli scaffali. Lui la osservava: abbronzata, blusa leggera, nuovo taglio di capelli. Felice. Ecco: proprio felice. «E tu?» chiese lei. «Come va la vita sentimentale?» «Niente di che,» sospirò lui. Martina lo guardò attentamente. «Sai, Luca, stai cercando una donna che sia bella come Silvia, ma remissiva come ero io. Intelligente, ma non al punto da notare quando guardi le altre.» Chiara ascoltava a bocca aperta. «Una donna così non esiste,» concluse Martina serena. «Martina, andiamo?» intervenne Chiara. «Papà ti aspetta in macchina.» «Sì, certo.» Martina prese il caffè. «Buona fortuna, Luca.» Se ne andarono, e Luca rimase tra gli scaffali. Pensando che Martina aveva ragione. Cercava davvero una donna che non esiste. La sera, seduto in cucina con il tè, pensò a Martina. A chi era diventata. Che a volte la perdita è l’unico modo per capire il valore di ciò che si aveva. Forse la felicità non sta nel trovare la moglie perfetta. Ma nell’imparare a vedere davvero la donna che abbiamo accanto.

Dimmi, quando è stata l’ultima volta che ti sei guardata allo specchio? mi fa Sergio, mentre finiva il suo caffè mattutino e lanciava occhiate a Carla, la mia migliore amica.

Lei, i capelli raccolti con un elastico che a malapena la teneva, uno di quelli da bambina con i gattini dei cartoni animati stampati sopra. Da brava moglie di un ingegnere, sempre in casa col mocio in mano. E invece, che so, la nostra vicina di pianerottolo, Bianca, era sempre impeccabile: profumo costoso che rimaneva nellascensore anche quando lei spariva già da minuti. Sorriso smagliante, vestiti perfetti, mai un capello fuori posto.

Sai cosa, Sergio posa il cellulare a volte penso che viviamo assieme come se fossimo due semplici coinquilini.

Carla si blocca di colpo col mocio a mezzaria.

Che vuoi dire?

Niente di che. Ma insomma, quando è che ti sei guardata allo specchio lultima volta?

Lei lo fissa, ma stavolta così intensamente che lui capisce di aver pestato un terreno insidioso.

E tu, Sergio, quando è che mi hai guardata davvero? chiede Carla con una voce quasi sommessa.

Silenzio imbarazzante.

Dai, Carla, non fare così. È che una donna dovrebbe essere sempre al massimo basta vedere Bianca. Ha la tua età, no?

Ah-ah Bianca, certo

Nel suo tono cera qualcosa di diverso, come se avesse capito allimprovviso qualcosa di importante.

Sergio, sai che ti dico? Vado da mia madre qualche giorno. Voglio riflettere su quello che mi hai detto.

Ok. Stiamo un po separati, magari ci aiuta a capire. Non credere che ti stia cacciando!

Sai penso che davvero mi serva uno specchio. Carla appende il mocio con una cura insolita e va in camera a preparare la valigia.

Sergio rimane seduto in cucina, a fissare il fondo della tazzina. Ecco, era proprio quello che volevo pensa. Eppure ora non sente né sollievo né felicità: solo un grande vuoto.

Nei primi tre giorni, Sergio si sente in vacanza: sveglia lenta, caffè senza fretta, la sera fa quello che vuole, niente serie tv romantiche o drammi vari. Libertà, finalmente! Quella tanto sospirata libertà maschile.

Una sera incontra Bianca sotto casa. Lei con i sacchetti della Eataly, vestita con un abito blu che la fascia perfettamente, tacchi, sorriso da copertina.

Sergio! Come va? Non vedo più tanto Carla

È da sua madre, si sta rilassando un po mente lui.

Capisco, ogni tanto cè bisogno di staccare dalla routine dice lei, come se il suo mondo fosse fatto solo di spa e cene di gala.

Bianca, che ne dici di un caffè, così tra vicini?

Volentieri! Domani sera?

Tutta la notte Sergio pensa allappuntamento, indeciso tra camicia o maglione, profumo sì ma non troppo, jeans o pantaloni eleganti.

Al mattino, squilla il telefono.

Pronto? Sergio? Sono Giulia, la mamma di Carla.

Il cuore gli fa un salto.

Sì, mi dica.

Carla mi ha chiesto di riferirti che verrà a prendere le sue cose sabato, quando tu non ci sei. Lascerà le chiavi alla portineria.

Aspetti, che significa prenderà le sue cose?

Che credevi? Giulia, con una freddezza che fa paura. Mia figlia non aspetterà la vita intera che tu decida se vuoi stare con lei o no.

Ma non ho mai detto niente del genere

Hai già detto più di abbastanza. Addio, Sergio.

E riattacca.

Lui rimane lì, seduto a fissare il display del cellulare. Si sente scavalcato. Lui non ha chiesto il divorzio, voleva solo una pausa, tempo E invece hanno deciso tutto per lui!

La sera, il caffè con Bianca è strano. Lei chiacchiera del suo lavoro in filiale, ride alle sue battute, sembra perfetta. Ma appena Sergio prova a toccarle la mano, Bianca si ritrae dolcemente.

Sergio, capisci da solo non posso. Sei sposato.

Ma ora viviamo separati.

Ora. Ma domani, che ne so?

Sergio la accompagna fin sotto casa, poi torna su. La casa lo accoglie col silenzio e lodore di chi vive solo.

Arriva sabato. Sergio se ne va di proposito, per evitare scene penose. Vuole che Carla possa fare le cose con calma.

Ma già alle tre il nervosismo lo consuma. Prende tutto? O solo le cose indispensabili? E come sarà, adesso?

Alle quattro non resiste e torna a casa.

Sotto il condominio cè una macchina con la targa di Milano e dentro un uomo sulla quarantina, elegante, che aiuta qualcuno a caricare alcune scatole.

Sergio si siede su una panchina a guardare.

Dieci minuti e dal portone esce una donna in abito blu. Capelli raccolti con una molletta raffinata, trucco leggero che le illumina lo sguardo.

Sergio non ci crede. È Carla. Ma sembra unaltra.

Porta lultima valigia e luomo scende subito per aiutarla, la fa accomodare in macchina con una gentilezza che Sergio non ha mai visto.

Si alza, si avvicina.

Carla!

Lei si volta. Il suo viso è sereno, senza quella stanchezza eterna che Sergio aveva imparato a conoscere.

Ciao, Sergio.

Sei davvero tu?

Luomo alla guida si tende, ma Carla gli tocca una mano per rassicurarlo.

Sì, sono io. Solo che tu non mi guardavi più.

Carla, aspetta possiamo parlare?

Di cosa? tono calmo, quasi meravigliato. Sei tu che hai detto che una donna deve essere sempre splendida. Mi sono presa in parola.

Non volevo questo! Sergio si sente il cuore in gola.

E cosa volevi, Sergio? Volevi che fossi bella solo per te, interessante solo tra queste quattro mura? Amassi me stessa il giusto, ma restassi la tua ombra?

Ogni sua parola gli gira dentro come una chiave nella serratura.

Sai, continua Carla, con dolcezza, ho smesso di curarmi. Non perché mi fossi impigrita, ma perché mi ero abituata a essere invisibile. In casa mia, nella mia stessa vita.

Carla, non era questo che volevo

Invece sì. Volevi una moglie invisibile, che fa tutto ma non disturba. E quando ti stanchi, basta cambiarla con una più brillante.

Luomo le sussurra qualcosa, Carla annuisce.

Dobbiamo andare, Sergio. Carlo ci aspetta.

Carlo? E chi sarebbe?

Una persona che mi vede davvero. Lho incontrato in palestra. Vicino a casa di mia madre hanno aperto un centro fitness, pensa: a quarantadue anni ho iniziato a fare sport per la prima volta.

Non farlo, Carla. Ripensiamoci. Ho capito, sono stato uno sciocco.

Sergio, lo guarda decisa ti ricordi lultima volta che mi hai detto che ero bella?

Silenzio. Non se lo ricorda.

E quando, lultima volta, mi hai chiesto come stavo?

Sergio capisce di aver perso. Ma non contro Carlo, contro se stesso.

Il motore dellauto si accende.

Sergio, non sono arrabbiata con te. Davvero. Mi hai insegnato che se non mi vedo da sola, nessuno lo farà per me.

La macchina parte.

Sergio rimane lì, a guardare la sua vita che se ne va. Non la moglie, la vita. Quindici anni che aveva considerato solo routine, e invece erano felicità. Ma lui non lo sapeva.

Sei mesi dopo, si incrociano per caso allEsselunga. Carla sta scegliendo il caffè in grani, legge attentamente le etichette. Con lei una ragazza sui vent’anni.

Prendi questo, dice la ragazza mio padre dice che larabica è meglio della robusta.

Carla? Sergio si avvicina.

Lei si volta, sorride, serena.

Ciao, Sergio. Ti presento: questa è Alessandra, la figlia di Carlo. Alessandra, lui è Sergio, il mio ex marito.

Alessandra annuisce educatamente. Bella ragazza, probabilmente studia alluniversità. Guarda Sergio con curiosità, senza alcun rancore.

Come va? chiede lui.

Bene, grazie. E tu?

Insomma

Pausa scomoda. Cosa dice alla donna che non è più quella di prima?

Rimangono tra gli scaffali, Sergio la osserva: abbronzatura delicata, camicetta leggera, taglio di capelli nuovo. Felice. Sì, proprio felice.

E tu? domanda Carla. Novità in amore?

Niente di speciale, sospira lui.

Carla lo scruta attenta.

Sai, Sergio, tu cerchi una donna bella come Bianca, ma docile come ero io. Intelligente, ma non così tanto da vedere che sbirci qualcunaltra.

Alessandra ascolta tutto con occhi spalancati.

Una donna così non esiste, dice Carla, con semplicità.

Carla, andiamo? interviene Alessandra. Papà ci aspetta in auto.

Sì, certo. Carla prende il pacco di caffè. Buona fortuna, Sergio.

Se ne vanno, e lui resta tra gli scaffali a pensare.

La sera si prepara il tè. Ripensa a Carla, a quella che è diventata. Forse, perdere qualcosa è lunico modo per imparare quanto era prezioso.

Forse, la felicità non è trovare la moglie perfetta. Ma imparare a vedere la donna che hai accanto.

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«Quando è stata l’ultima volta che ti sei guardata allo specchio?» chiese Luca. La reazione di sua moglie lo lasciò senza parole Luca stava finendo il suo caffè mattutino, osservando di sottecchi Martina. Capelli raccolti con un elastico, quello… da bambina. Con i gattini dei cartoni animati. Eppure Silvia, la vicina del piano di sopra, era sempre impeccabile, fresca, con quel profumo costoso che restava in ascensore anche dopo che lei era uscita. «Sai,» disse Luca posando il telefono, «a volte mi sembra che viviamo come… beh, come vicini di casa.» Martina si fermò, la spugna bloccata in mano. «Che vuoi dire?» «Niente di speciale. Solo… quando è stata l’ultima volta che ti sei guardata allo specchio?» A quel punto lo guardò dritto negli occhi. Ed ecco, Luca capì che qualcosa stava andando fuori copione. «E tu, invece, Luca, quando è stata l’ultima volta che mi hai guardata tu?» chiese Martina sottovoce. Seguì una pausa imbarazzante. «Marti, non fare drammi. Dico solo che una donna dovrebbe essere sempre splendida. È fondamentale! Guarda Silvia… eppure ha la tua età.» «Ah, Silvia…» fece Martina, e nel suo tono c’era qualcosa che mise Luca in allerta. Come se avesse appena capito qualcosa di fondamentale. «Luca,» disse lei dopo una pausa, «facciamo così. Vado a stare un po’ da mia mamma. Rifletterò su quello che hai detto.» «Va bene. Viviamo separati, pensiamoci su. Ma sappi che non ti sto cacciando!» «Sai,» Martina appese la spugna al gancio con gesti precisi, «forse hai ragione. Devo davvero guardarmi allo specchio.» E iniziò a preparare la valigia. Luca restò in cucina, a pensare: «Accidenti, era proprio quello che volevo.» Solo che ora non si sentiva felice, ma vuoto. Per tre giorni visse come in vacanza. Colazione lenta, la sera tutto quello che voleva. Niente telenovele sull’amore e il tradimento. Libertà, capite? Quella mitica libertà maschile. La sera incontrò Silvia all’entrata del palazzo. Lei con le borse di Eataly, sui tacchi, vestito che le stava a pennello. «Ciao Luca!» sorrise lei. «Tutto bene? Non vedo Martina da un po’.» «È dalla madre. Si riposa,» mentì con facilità. «Ah.» Silvia annuì comprensiva. «Sai, a volte le donne hanno bisogno di una pausa. Dal tran tran, dalla routine.» Lo diceva come se la routine fosse un qualcosa che lei non aveva mai conosciuto. Come se a casa sua tutto si sistemasse da solo e la cena apparisse per magia. «Silvia, magari un caffè qualche volta? Tra vicini.» «Perché no,» sorrise lei. «Domani sera?» Tutta la notte Luca pianificò il domani. Camicia – quale? Jeans o pantaloni? Profumo – senza esagerare. Al mattino squillò il telefono. «Luca?» voce sconosciuta. «Sono Giuliana, la mamma di Martina.» Il cuore sobbalzò. «Sì, mi dica.» «Martina mi ha chiesto di dirti che passerà a prendere le sue cose sabato, quando tu non ci sarai. Lascerà le chiavi dalla portinaia.» «Aspetti, come sarebbe a dire che prende le sue cose?» «E secondo te? Mia figlia non può aspettare in eterno che tu decida se la vuoi o no.» «Signora Giuliana, io non ho mai detto nulla…» «Hai detto fin troppo. Addio, Luca.» E riagganciò. Luca rimase in cucina, fissando il telefono. Ma che diavolo? Non stava mica divorziando! Voleva solo una pausa. Un po’ di tempo per pensare. E invece avevano già deciso tutto, senza di lui! Quella sera il caffè con Silvia fu strano. Lei simpatica, raccontava del lavoro in banca, rideva alle sue battute. Ma quando lui cercò di prenderle la mano, lei la ritrasse con dolcezza. «Luca, capisci… non posso. Sei un uomo sposato.» «Ma ora viviamo separati.» «Ora. E domani?» Silvia lo osservò profundamente. Luca la accompagnò alla porta e salì in casa. Lo accolse il silenzio e il profumo da single. Sabato. Luca uscì apposta: niente scene, spiegazioni, lacrime. Che Martina prendesse le cose in pace. Ma alle 15 era già divorato dalla curiosità. Cosa aveva preso? Tutto? O solo l’indispensabile? E poi… com’era? Alle 16 non resistette e tornò a casa. Davanti al portone c’era un’auto con la targa della città. Al volante un uomo di quarant’anni, distinto, bel giubbino. Aiutava qualcuno con delle scatole. Luca si sedette su una panchina, aspettando. Dieci minuti dopo dal portone uscì una donna in abito blu. Capelli scuri raccolti non con l’elastico coi gattini, ma con una bella forcina. Trucco leggero che le sottolineava gli occhi. Luca guardava incredulo. Era Martina. La sua Martina. Ma diversa. Portava l’ultima borsa, e l’uomo la aiutò con premura, facendola accomodare in macchina come fosse di cristallo. A quel punto Luca non resistette. Si avvicinò. «Martina!» Lei si voltò. E lui vide il suo viso: sereno, bellissimo. Senza quell’eterna stanchezza che ormai ci si era abituato a vedere. «Ciao, Luca.» «Sei… tu?» L’uomo al volante si irrigidì, ma Martina sfiorò la sua mano, tranquilla. «Sì, sono io. Solo che tu da tempo non mi guardavi.» «Martina, aspetta. Possiamo parlare.» «Di cosa?» nessuna rabbia, solo sorpresa. «Tu hai detto che una donna deve essere sempre splendida. Così ti ho dato retta.» «Ma non intendevo questo!» Luca sentiva il cuore salire in gola. «E cosa volevi, Luca?» Martina inclinò la testa. «Che io diventassi bella solo per te? Che fossi interessante, ma solo a casa? Che imparassi ad amarmi, ma non troppo da lasciarti, se nemmeno mi vedi?» Ascoltava, e sentiva qualcosa cambiare dentro di sé. «Sai,» continuò lei piano, «ho capito che avevo smesso di curarmi. Non perché fossi pigra. Ma perché mi ero abituata a essere invisibile. In casa mia, nella mia vita.» «Martina, non volevo…» «Volevi. Volevi quella moglie invisibile che fa tutto, ma non disturba. E appena ti stanchi, puoi cambiarla con un modello più brillante.» L’uomo in macchina le disse qualcosa. Martina annuì. «Dobbiamo andare,» disse a Luca. «Vittorio mi aspetta.» «Vittorio?» Luca si sentì la gola asciutta. «Chi è?» «Qualcuno che mi vede,» rispose Martina. «Ci siamo conosciuti in palestra. C’è un centro fitness vicino a casa di mamma, sai. A quarantadue anni, primo allenamento della vita.» «Martina, ti prego. Proviamo ancora. Ho capito, sono stato uno stupido.» «Luca,» lo guardò intensamente, «ricordi quando è stata l’ultima volta che mi hai detto che ero bella?» Luca tacque. Non ricordava. «E quando mi hai chiesto come stavo?» Capì di aver perso. Non contro Vittorio. Contro se stesso. Vittorio accese il motore. «Luca, non sono arrabbiata con te. Sul serio. Mi hai aiutato a capire una cosa: se non vedo me stessa, nessuno potrà mai vedermi.» L’auto si allontanò. Luca rimase davanti al portone, a guardare la sua vita che se ne andava. Non la moglie – la vita. Quindici anni che aveva scambiato per routine, ma era felicità. Solo che non lo aveva mai capito. Sei mesi dopo, Luca incontrò Martina al centro commerciale. Per caso. Sceglieva con cura una confezione di caffè. Vicino a lei una ragazza di vent’anni. «Prendi questa,» le diceva. «Papà dice che l’arabica è migliore della robusta.» «Martina?» Luca si avvicinò. Martina si voltò. Sorrise, leggera. «Ciao, Luca. Ti presento – questa è Chiara, la figlia di Vittorio. Chiara, lui è Luca, il mio ex marito.» Chiara annuì educatamente. Bella ragazza, studentessa forse. Guardava Luca con curiosità, ma senza ostilità. «Tutto bene?» chiese lui. «Sì. E tu?» «Insomma.» Seguì una pausa imbarazzante. Cosa si dice ad una ex moglie che è diventata un’altra persona? Restarono tra gli scaffali. Lui la osservava: abbronzata, blusa leggera, nuovo taglio di capelli. Felice. Ecco: proprio felice. «E tu?» chiese lei. «Come va la vita sentimentale?» «Niente di che,» sospirò lui. Martina lo guardò attentamente. «Sai, Luca, stai cercando una donna che sia bella come Silvia, ma remissiva come ero io. Intelligente, ma non al punto da notare quando guardi le altre.» Chiara ascoltava a bocca aperta. «Una donna così non esiste,» concluse Martina serena. «Martina, andiamo?» intervenne Chiara. «Papà ti aspetta in macchina.» «Sì, certo.» Martina prese il caffè. «Buona fortuna, Luca.» Se ne andarono, e Luca rimase tra gli scaffali. Pensando che Martina aveva ragione. Cercava davvero una donna che non esiste. La sera, seduto in cucina con il tè, pensò a Martina. A chi era diventata. Che a volte la perdita è l’unico modo per capire il valore di ciò che si aveva. Forse la felicità non sta nel trovare la moglie perfetta. Ma nell’imparare a vedere davvero la donna che abbiamo accanto.