Quando i miracoli tardano ad arrivare: La storia emozionante di Tania, una giovane mamma sola a Milano, di una catena d’oro e di un incontro inaspettato che cambia il destino di tre generazioni

Ti racconto una storia che sembra uscita da un film, ma ti giuro che è vera.

Allora, Caterina è uscita dallospedale con il suo bimbo tra le braccia. Nulla di magico, purtroppo. I suoi genitori non sono venuti a prenderla. Il sole di aprile riscaldava Milano, lei si è stretta nella giacca ormai larga dopo la gravidanza, una mano stringeva un sacchetto con le sue cose e con laltra cercava di sorreggere il piccolo Paolo, ancora mezzo addormentato.

Non sapeva dove andare. I suoi, da subito, le avevano detto chiaro e tondo che non volevano il bambino in casa, sua madre insisteva addirittura che firmasse per l’adozione. Ma Cate è cresciuta in un istituto, sua madre naturale ha scelto di lasciarla, e lei sera giurata che con suo figlio non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Mai nella vita.

Dopo listituto, una famiglia di Brindisi lha adottata: brava gente, si sono comportati bene con lei, le volevano davvero bene, ma forse un po troppo protettivi, la lasciavano sempre sotto una campana di vetro, non le insegnavano davvero a cavarsela. E non erano nemmeno benestanti, anzi, spesso cerano problemi con la salute e con il lavoro. Col senno di poi, ora sa di essere colpevole anche lei: ha scelto di dare retta a quel ragazzo che prometteva tanto e poi Appunto. Le aveva detto che le avrebbe fatto conoscere i suoi, invece, quando gli ha detto che aspettava un bambino, ha spento il telefono. Addio.

Cate sospira. Nessuno, né il padre del bimbo né i suoi, è pronto ad assumersi una responsabilità, solo lei si sente adulta abbastanza per Paolo.
Si è seduta su una panchina davanti a Porta Garibaldi, lasciandosi accarezzare dal sole di primavera. Dove andare? Sapeva che cerano degli alloggi o centri per mamme in difficoltà, ma si era vergognata a chiedere informazioni, sicura che i suoi alla fine sarebbero venuti, almeno per lei, invece niente.
Decide di fare come aveva pensato nei giorni peggiori della gravidanza: andare in un paesino in provincia di Cremona da una vecchia zia che lavrebbe sicuramente accolta, almeno per un po. Avrebbe lavorato nellorto e, col bonus famiglia che lo Stato passa nei primi mesi, ce lavrebbe fatta. Poi un lavoretto lo trova di sicuro, vedrai che la fortuna gira.

Mentre cerca sulle mappe del cellulare dove e quando parte il pullman per il paese della zia, quasi viene investita allattraversamento. Unauto si ferma di colpo. A scendere è un signore alto, barba grigia, che inizia a sgridarla: Ma dove tieni la testa!? Vuoi ammazzare te e il ragazzino? E io finisco in galera a settant’anni?

Cate si blocca, il pianto le riempie subito gli occhi. Perfino il piccolo Paolo si è svegliato e ha iniziato a piangere. Luomo si ferma un secondo a guardarli, poi chiede, un po più calmo, dove sta andando lei con il bambino. Cate tra i singhiozzi ammette che, sinceramente, non lo sa nemmeno lei. Lui scuote la testa.
Dai, sali in macchina, vieni a casa mia. Ti riprendi un attimo, ci pensiamo insieme, cosa vuoi fare.
Mi chiamo Leonardo Bianchi, si presenta quello, mentre la aiuta a salire con Paolo e i bagagli.
Io Caterina…
Entrate, vi sistemo.

Arrivati a casa, Leonardo le dà una camera tutta sua per allattare e riposarsi un po. Il suo appartamento è grande, tre camere da letto spaziose, luminoso. Per il piccolo non ci sono quasi cose, quindi Cate chiede se può andare a comprare dei pannolini; offre subito i pochi euro che le avanzano nel portafoglio, ma Leonardo rifiuta: Tranquilla, a me non servono, e tu hai bisogno adesso.

Poi corre a bussare alla vicina di casa, la signora Rosaria, che fa la pediatra; la trova e si mette daccordo con lei per una lista lunghissima di cose utili. Torna a casa con sacchetti pieni e trova Caterina addormentata seduta, con Paolo sveglio che si agita. Si lava le mani, prende delicatamente Paolo tra le braccia, lascia riposare la giovane mamma.

Subito però Cate si sveglia e, vedendo che il bimbo non è con lei, va nel panico. Leonardo rientra sorridendo: Tranquilla! Lho preso solo perché potessi dormire un po. Le mostra quello che ha comprato e la aiuta a cambiare il bimbo.
Le spiega che nel pomeriggio sarebbe passata Rosaria, la dottoressa, che avrebbe spiegato come prendersi cura del piccolo e che domattina sarebbe passato anche un medico della ASL.

Poi Leonardo si fa serio:
Allora, lasciamo perdere paese e zia. Resta qui da me. Ho spazio, vivo solo. Sono rimasto vedovo anni fa, non ho figli né nipoti. Prendo la pensione, continuo con qualche lavoretto, e francamente la solitudine mi pesa.
Ti assicuro che mi fareste solo piacere, voi due.
Avete avuto figli? domanda Cate.
Sì. Mio figlio si chiamava Paolo. Lavoravo sempre fuori, sei mesi in Sicilia, sei mesi a Milano. Lui studiava al Politecnico, aveva la fidanzata. Al quinto anno volevano sposarsi: lei era incinta. Aspettavano il mio ritorno dal lavoro per il matrimonio. Ma a mio figlio piacevano troppo le moto: una sera non ce lha fatta, è morto sul colpo poco prima che io tornassi. Subito dopo anche mia moglie si è ammalata e ci ha lasciati. Da allora non ho più visto la ragazza, sapevo solo che avrebbe avuto un bambino da mio figlio. Ho provato, ma non ho mai trovato né lei, né il bambino. Ecco perché, credimi, ti dico di restare: mi piacerebbe sentirmi di nuovo… una famiglia.
Come si chiama il tuo piccolo?
Non so, mi è sempre piaciuto il nome Emanuele. Strano, no? È poco comune, ma mi dava serenità.
Emanuele! Ma Caterina era proprio il nome di mio figlio! Non ti ho mai detto come si chiamava. È una coincidenza che mi riempie il cuore. Allora resti?
Certo che resto. Anche perché non ho proprio nessun posto dove andare. La famiglia adottiva si è tirata indietro. Però, se non fosse per loro col cavolo che arrivavo fin qui almeno il diploma lho preso, ho avuto una vita tranquilla. Anche se se fossi rimasta in istituto mi avrebbero dato una casa popolare, invece sono stata lasciata davanti al cancello, da neonata, con solo una collanina come ricordo di mia madre.
Guarda, ora vai a cambiarti, ti ho comprato anche qualcosa da mettere. Poi pensiamo un po a noi e al bimbo. Dobbiamo sistemare la vaschetta per il bagnetto: Rosaria ti farà vedere tutto. E prima si mangia, che tu devi darti forza, la mamma ha bisogno di energie.

Quando Cate esce dalla sua nuova stanza, coi vestiti appena comprati, Leonardo nota la catena doro che ha al collo.
Quella è la collanina che ti ha lasciato tua madre?
Sì.
Cate gli mostra anche il ciondolino. E qui succede la cosa che non ti aspetti: Leonardo sbianca, ha quasi un mancamento, si deve appoggiare.
Posso vedere il ciondolo? Lhai mai aperto?
Non si apre, non ha chiusure.
Guarda, lho fatto fare io per mio figlio. Si apre in un modo particolare.
Leonardo fa una piccola pressione e il ciondolo si apre davvero. Dentro, una minuscola ciocca di capelli.

Questi sono i capelli di mio figlio. Li ho messi io. Allora tu sei mia nipote? Me lha riportata il destino, capisci?
Cate, con la voce rotta, gli propone: Facciamo un test del DNA, così siete sicuri, magari
Ma quale test! Tu sei mia nipote, lui è il mio pronipote. Non si discute più. E sai che già prima vedevo qualcosa nei tuoi occhi guarda, ti faccio vedere le foto dei tuoi genitori se vuoi!

Vedi tu sembra davvero un miracolo.

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