Quando il silenzio divenne quasi insopportabile, il primo applauso riecheggiò come uno sparo.
Uno, poi un altro. Dopo pochi istanti, la sala esplose in ovazioni. La gente si alzava in piedi, applaudiva, qualcuno gridò Brava!, le donne si asciugavano le lacrime, gli uomini si schiarivano la voce imbarazzati per mascherare la loro emozione.
Amalia rimase immobile, come se fosse in un sogno.
Il cuore le batteva forte in petto, le ronzava nelle orecchie. Era sicura che lavrebbero mandata via, invece tutti la guardavano la ragazza scalza, che pareva venuta dal nulla.
Il professore Lorenzo Galassi si avvicinò lentamente. I suoi passi risuonavano sul pavimento di marmo.
Come ti chiami, piccola? domandò sottovoce.
Amalia sussurrò lei.
E dove hai imparato a suonare così?
Da nessuna parte. si strinse nelle spalle. Mia mamma mi ha insegnato qualche nota poi ho fatto da sola.
Galassi la osservava a lungo, quasi cercando di capire come potesse uscire una musica così pura dalle dita di una bambina senza nemmeno le scarpe. Poi si rivolse al pubblico:
Signori e signore, credo che stasera siamo testimoni di un vero miracolo.
Gli applausi ripresero, ma Amalia ormai non sentiva più nulla. La testa le girava. Non mangiava da due giorni.
Il professore se ne accorse e chiamò un cameriere:
Portale del cibo. Subito.
Dopo pochi minuti, davanti a lei venne posta una ciotola di minestrone fumante. Amalia la mangiò in silenzio, piano piano, quasi temendo che le venisse tolta. Galassi la osservava con un tranquillo sorriso.
Quando la serata finì, la sala si svuotò. Solo qualche candela rimaneva accesa e laria profumava di cera e profumo.
Hai un posto dove dormire? chiese il professore.
Amalia scosse la testa.
Parenti?
No, solo mia madre aveva
Galassi annuì.
Domani alle dieci ti aspetto qui. Ti porto al conservatorio. Suonerai per loro.
Non posso sussurrò. Non ho vestiti, non ho scarpe
Lui sorrise leggermente.
Non è più un problema tuo.
La mattina seguente, Amalia era davanti all’ingresso dellHotel Roma pulita, pettinata, con un vestito semplice ma ordinato.
Sulla schiena portava uno zainetto nuovo, dentro una vecchia foto di sua madre.
Il professore Galassi arrivò esattamente alle dieci, con una vecchia Fiat blu scuro.
Durante il viaggio parlarono pochissimo. Solo una volta lui le domandò:
Che hai provato ieri mentre suonavi?
Mi è sembrato che mamma fosse accanto a me. rispose piano.
Lui sorrise e continuò a guidare.
Il Conservatorio Giovanni Verdi di Milano li accolse con severa tranquillità. La segretaria guardò Amalia con scetticismo.
Mi spiace, professore, ma le audizioni sono in primavera.
Ascoltatela per cinque minuti disse Galassi. Solo cinque.
Dopo cinque minuti, il direttore era già in piedi, senza parole.
Questa bambina non ha bisogno di audizioni. Lei è la musica.
Così Amalia Costa divenne la più giovane allieva della scuola.
Gli anni passarono.
Il suo nome iniziò a comparire sulle locandine, nelle interviste, in televisione.
Dicevano che nella sua musica cera non tecnica, ma anima.
Ma lei non dimenticò mai la prima minestra e quella sala dove per la prima volta le fu permesso di suonare.
Il professore Galassi divenne il suo mentore, poi quasi un padre. La osservava mentre cresceva, mentre i palcoscenici la accoglievano con entusiasmo e il pubblico si commuoveva ai suoi concerti.
Eppure nei suoi occhi rimaneva sempre quella velata tristezza di una ragazzina che un tempo fu affamata.
Otto anni dopo, nello stesso Hotel Roma, si svolgeva di nuovo il ballo Una possibilità per i giovani.
Nuovo pianoforte, stesso pubblico, stessi abiti eleganti e gioielli.
Il vecchio professore Galassi era seduto in prima fila ormai con i capelli bianchi ma fiero.
Il presentatore salì sul palco:
Signore e signori, stasera tra noi cè una ragazza la cui storia è cominciata proprio qui. Vi prego di accogliere Amalia Costa!
Lei salì indossava un abito bianco, senza trucco, con un sorriso gentile.
La sala si fece silenziosa.
Si sedette davanti al pianoforte, ma prima di suonare guardò la gente:
Otto anni fa sono entrata qui scalza. Volevo solo mangiare. Un uomo disse allora: Lasciatela suonare. Stasera suono per lui.
E iniziò a suonare.
La stessa melodia, ma ormai diversa più matura, più forte.
In ogni nota cerano sia dolore che speranza.
Quando lultimo suono svanì, Galassi si alzò. Non applaudiva semplicemente la guardava. Nei suoi occhi brillavano lacrime.
Le si avvicinò, labbracciò e disse:
Ora la tua musica può nutrire il mondo intero.
Una settimana dopo, Amalia fondò la sua associazione Nota di Speranza.
Il primo giorno andò alla Stazione Centrale, dove dormivano bambini senza casa.
Si avvicinò ad un ragazzino seduto sul marciapiede e gli offrì una focaccia calda.
Hai fame?
Sì.
Suoni qualcosa? chiese lei.
No rispose il piccolo.
Amalia sorrise:
Vieni con me. Ti insegnerò.
I giornali scrissero:
La ragazza che suonava per una ciotola di minestrone oggi dona pane agli altri.
Ma Amalia sapeva che il vero miracolo non era lapplauso, né la fama.
Era accaduto quella sera, quando qualcuno semplicemente disse:
Lasciatela suonare.
E da allora nessuno rimase mai più affamato, finché cè musica.
La musica, come un abbraccio, può donare speranza dove ce nè più bisogno.




