Caro diario,
stasera il treno è già partito e con esso sembra essersi allontanato anche lultimo barlume di speranza di sistemare le cose. Mi chiamo Chiara, ho ventisette anni, e da quando mio marito Giuseppe è diventato padre di Stefano, la nostra vita è un susseguirsi di litigi, rimproveri e promesse infrante.
«Giuseppe, ti senti vivo? Devo aspettare i quarantanni per sistemare gli errori della tua giovinezza? Perché devo pagare io il prezzo di quella sera in cui trovavi più interessante il tuo garage che nostro figlio?» gli ho chiesto con voce incredula.
Lui, con la solita voce impaziente, ha risposto: «Chiara, ma che te ne fai di parlare così! Sono stato un idiota, non ho capito quello che perdevo. Ora è troppo tardi, Stefano non mi vede nemmeno più come padre».
Io, serrando le labbra, ho replicato: «E perché credi così? Hai vissuto diciassette anni con il vicino di casa, non con me. Pensavi davvero di poter accendere e spegnere un figlio come una TV quando ti veniva voglia di fare il papà?»
Lui si è offuscato, il suo sguardo è diventato quello di chi è sempre irritato quando il tema della paternità gli viene ricordato.
«Basta, Chiara! È passato. Dammi unaltra possibilità», ha implorato.
«Unaltra possibilità per lasciarmi di nuovo a gestire tutto da sola, mentre il nostro bambino cresce senza un padre? No, non è più negoziabile», gli ho risposto, stringendo le braccia sul petto.
Il suo volto si è contorto in una maschera di rabbia e delusione; senza parole ha sbattuto il telefono e si è chiuso in sé stesso. Il conflitto è stato messo da parte, ma il peso di quel dibattito rimaneva nella mia anima, più per la ferita sul cuore di Stefano che per le liti con mio marito.
Ricordo ancora il giorno in cui Stefano è nato: avevo ventitré anni, ero esausta ma felice davanti al reparto ostetricia, con il neonato avvolto in una coperta bianca. Giuseppe era lì, a fare la guardia come un rapace, accarezzando il lettino, baciandomi la fronte e, con gli occhi pieni di lacrime di gioia, ha esclamato:
«Guarda che bel moccioso! Ha lo stesso mento a forma di piccola fossetta! Ora sono davvero papà, ho capito cosa significa. Sarò il miglior padre del mondo, ti vedrai!»
Io lo ho creduto, con lo stesso scintillio negli occhi dei genitori che sperano in un futuro radioso. Ma la realtà, come succede spesso, è stata più cruda e spietata.
Le notti sono diventate un susseguirsi di ore insonni: il piccolo piangeva per il colico, io lo cullavo per la terza volta quella notte, mentre Giuseppe si rigirava nel letto, avvolto dallammenda della coperta.
«Fallo smettere, basta! Domani devo andare al lavoro, devo alzarmi presto», sussurrava, irritato.
Io mi rifugiavo nella stanza accanto, con gli occhi gonfi di lacrime, mentre il bambino urlava più forte perché voleva rimanere con noi. Ho chiuso la porta e ho cullato Stefano finché non ha smesso, solo per concedere a Giuseppe qualche ora di sonno.
I fine settimana erano unaltra prova di resistenza. Esausta, gli chiesi:
«Giuseppe, potresti portarlo a fare una passeggiata per due ore? Sono al collasso, voglio solo dormire».
Lui, senza sosta, rispondeva:
«Domani, Chiara, ho impegni, devo sistemare lauto con gli amici».
«Non ce la faccio più», insistevo.
«Sei forte, ce la farai», mi rassicurava, mentre il dopodomani non arrivava mai.
Il tempo passava e Stefano cresceva. Cercai di ricucire il legame tra padre e figlio: gli porse il piccolo con le guance rosate e gli chiesi di prenderlo per un attimo. Giuseppe lo accettava a malincuore, lo teneva con le braccia tese, guardando la televisione, e dopo un minuto lo lasciava sul pavimento per tornare alla partita.
A cinque anni, Stefano costruiva torri di mattoncini sul tappeto. Giuseppe gli passava accanto senza nemmeno incrociare lo sguardo. Il bambino, ormai abituato allassenza, non cercava più il papà.
Giuseppe non era un marito completamente incapace: portava a casa lo stipendio, mi aiutava con la cucina e le faccende domestiche, ma linfanzia di Stefano era un vuoto che non poteva colmare. È facile capire perché, da adulto, Stefano non lo considerasse più un padre.
Un giorno Giuseppe, tentando di avvicinarsi, chiese:
«Come vanno le cose a scuola?».
Stefano, imbarazzato, rispose: «Tutto bene».
«Se ti serve aiuto per i voti, dimmi. Voglio che tu abbia un futuro, non voglio che diventi un custode».
Ma Stefano scappò via, ignorando lofferta. Io sapevo che quel pomeriggio lavrebbe trascorso a una festa scolastica, dove aveva invitato una ragazza che gli piaceva, e che lidea di andare a pescare con il papà gli era incomprensibile.
Il treno del tempo era partito: Stefano non era più quel ragazzino che cercava lattenzione di Giuseppe. Il padre, ora conscio di questo vuoto, desiderava un nuovo foglio bianco, un altro figlio. Io, con il ricordo di ogni notte senza sonno, mi opponevo fermamente.
La voce dei parenti non faceva che peggiorare la situazione.
«Figlia mia, ascolta tua madre, fai un secondo figlio. Giuseppe è cambiato, è più maturo! Un nuovo bambino sarà la felicità per tutti».
Anche la suocera aggiunse:
«Chiara, se non lo fai perderai Giuseppe. Gli uomini sognano di essere padri, se tu non lo facci, unaltra donna lo farà. Pensa al futuro, al tuo sostegno nella vecchiaia».
Sentii il mio corpo trattato come un oggetto di un mercato pazzo. Vedevamo in me solo la madre e la moglie, non la donna stanca che aveva già attraversato quel cammino.
In preda alla disperazione, escogitai un piano bizzarro ma efficace. Dentro il ripostiglio trovai una vecchia scatola di giochi di Stefano e, tra polvere, un Tamagotchi ancora funzionante. Lo posi sul tavolo quando Giuseppe tornò dal lavoro.
«Cosè questo?», chiese, incuriosito.
«È il tuo periodo di prova. Devi nutrire questo piccolo, curarlo, premiarlo, proprio come faresti con un bambino. Se dopo un anno il Tamagotchi è ancora vivo, capirò che sei pronto a diventare vero padre», gli dissi con tono serio.
Giuseppe, credendo fosse uno scherzo, rise, ma il mio sguardo immutabile lo fece ricredere.
«Davvero? Confronti un neonato con questo gadget?», sbuffò.
«Inizia da qui. Se non riesci a prenderti cura di questa cosetta, non parleremo di un altro bambino».
Il primo giorno lo alimentò puntualmente. Il quinto giorno cominciò a lamentarsi, ma non mollò. Dopo una settimana si lamentò di non riuscire più a lavorare per via del sonno interrotto. Lottavo giorno, tornato a casa, lanciò il Tamagotchi sul tavolo; sullo schermo comparve una croce rossa, segno del fallimento.
«Scusa, non ho potuto nutrirlo, ho avuto unemergenza al lavoro», rispose, evitando i miei occhi.
Da quel momento le liti si affievolirono, ma il clima di incomprensione rimase. Tre anni dopo Stefano, ormai studente universitario, portò a casa la sua ragazza e annunciò di aspettare un figlio.
Giuseppe rinacque di nuovo, questa volta come futuro nonno. Si procurò una carrozzina, comprò tutti i body e i giochi, promettendo di essere il miglior nonno del mondo.
Io osservavo tutto con sano scetticismo. Quando nacque il nipotino, Giuseppe fu un turbine di aiuto per le prime settimane: cambiava i pannolini, scattava foto, era sul punto di trasformarsi in un eroe. Ma presto lentusiasmo svanì. Decise che la famiglia del figlio sarebbe andata a vivere in un appartamento in affitto; la sua aiuto si ridusse a visite programmate nei weekend, quando il bambino era già sveglio, vestito, e pronto a mangiare.
Io dovevo intervenire, guardare quella scena, vedere mio figlio stanco e la sua compagna esausta, e capire di aver preso la decisione giusta. Stefano era diventato un uomo sensibile e responsabile, non lasciava la moglie sola. Giuseppe, invece, rimaneva luomo che amava lidea della paternità, senza mai assaporarne la vera essenza.
Oggi chiudo questo diario con la consapevolezza che, a volte, lamore per il ruolo è più forte dellamore per la realtà. E, nonostante tutto, cerco ancora la forza di andare avanti, di non perdere me stessa tra i doveri di madre, moglie e donna.





