Quando in autunno Vladimir si ammalò, tutto cambiò. I vicini chiamarono: – Andrea, vieni. Tuo padre è a letto e non riesce a alzarsi.

Quando lautunno portò la malattia a Vincenzo, tutto cambiò. I vicini chiamarono: Andrea, venite subito. Suo padre è a letto, non riesce a alzarsi.

Dopo la scomparsa di Lucrezia, nella casa ai margini del borgo di SanPietro regnò il silenzio. Vincenzo, suo marito, rimase solo. I vicini commentavano:

Sarà difficile per lui senza Lucrezia, perché lei si occupava di tutto: del giardino, della casa, delle galline e della mucca.

Eppure lui resisteva. al mattino mungeva le mucche, a mezzogiorno usciva in cortile a riparare, al pomeriggio lavorava con le mani per non stare inattivo. Sedersi a piangersi addosso non era nel suo carattere. Col tempo però i settantanni cominciarono a pesare: le gambe divennero traballanti e la salute si indebolì.

Il figlio Andrea, che vive a Firenze, tornava spesso. Si sedeva accanto a lui sulla panchina:

Papà, perché non vieni a stare con noi? Qui avresti più comodità, ti cureremmo.

No, figliolo ribatté Vincenzo. Avete la vostra famiglia, le vostre preoccupazioni. Io non voglio essere un peso. Questa è la mia casa, ogni angolo è conosciuto.

Andrea sospirava. Conosceva bene il carattere del padre: orgoglioso, taciturno, non amava mai che gli si provasse pietà.

La nuora Chiara ascoltava in silenzio. Viveva con Andrea a Firenze, era infermiera e aveva due adolescenti. Il suocero le sembrava severo, quasi distante, come se la riconoscesse ma non la accogliesse con calore.

Quando lautunno portò la malattia a Vincenzo, i vicini ricominciarono a chiamare:

Andrea, vieni subito. Suo padre è a letto, non riesce a alzarsi.

Andrea partì senza esitazione. La casa era fresca, il fuoco spento. Vincenzo giaceva sul letto, magro e curvo.

Papà si avvicinò il figlio perché taci?

Non fece un gesto luomo anziano non volevo gravarti con i problemi. Passerà, mi rialzerò.

Ma non si alzò. Dopo lospedalizzazione si rese chiaro che da solo non ce lavrebbe fatta. Andrea tornò a insistere:

Vieni da noi, la clinica è più vicina e noi siamo qui.

Non voglio diventare un peso. Avete i figli, il lavoro e io, a chi servirò?

Allora prese la parola Chiara. Guardava il suocero ormai provato e nel cuore provava una tristezza profonda.

Papà disse per la prima volta con sincera dolcezza basta resistere. Non sei un peso, sei parte della nostra famiglia. Se vieni da noi, tutto migliorerà.

Vincenzo la fissò sorpreso, come se per la prima volta vedesse non solo la nuora, ma una donna dal cuore caldo.

E tu non ti opponi, cara nuora? chiese timidamente.

Non mi oppongo, papà sorrise lei cè posto per tutti. I bambini saranno felici.

Così si trasferì in città.

Allinizio gli sembrò strano: il rumore, la gente, il cortile stretto al posto del giardino. Chiara fece di tutto per farlo sentire a casa. Gli preparò la sua zuppa di fagioli preferita, lo aiutò a lavare, posò nella sua stanza una vecchia lampada portata dal paese.

Una sera disse:

Grazie, figlia mia.

Per cosa, papà?

Per non avermi lasciato cadere. Andrea è buono, ma tu sei come Lucrezia. Anche lei prendeva a cuore ciò che era più difficile.

Chiara trattenne le lacrime. Per la prima volta sentì il suocero chiamarla figlia.

Il tempo passò. I nipoti correvano verso il nonno, ascoltavano i suoi racconti di gioventù, di come lui e Lucrezia avessero costruito la casa. Il nonno insegnò al nipote a intagliare barche in legno, e al più piccolo a cantare antiche canzoni.

E la cosa più sorprendente fu che, nella casa dove tutto era sempre di fretta, con larrivo di Vincenzo ci fu più calore. Chiara capì che non era stato il suo gesto a fare del bene, ma la presenza del nonno a donare alla famiglia intera.

Un giorno Andrea disse a sua moglie:

Non avrei mai immaginato che potesse andare così. Papà era sempre fiero e temevo che voi non vi capisteste.

Non è così rispose lei bastava vedere in lui luomo che, come tutti, ha bisogno di amore.

Vincenzo rimase nella loro famiglia per altri anni, fiorendo nonostante la malattia. Alle feste si riunivano tutti attorno al tavolo e lui proclamava:

La più grande felicità è avere chi ti offre un bicchiere dacqua e avere qualcuno per cui vivere.

Il suo ultimo giorno, stringendo la mano di Chiara, sussurrò:

Grazie, figlia mia, per non avermi lasciato solo.

Alla sua funerale, Chiara rimase a lungo accanto alla tomba, sentendo di aver perduto non solo il suocero, ma un altro padre.

La vita ci insegna che lamore non conosce età né ruoli: chi accoglie laltro con il cuore fa crescere tutti, e il vero tesoro è la presenza reciproca.

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Quando in autunno Vladimir si ammalò, tutto cambiò. I vicini chiamarono: – Andrea, vieni. Tuo padre è a letto e non riesce a alzarsi.