Quando io e mio marito eravamo poveri, mia suocera si comprò una pelliccia, un televisore e visse come una regina.

Dopo tanti anni, come in un sogno strano e surreale, è arrivata la rivincita.

Avevo appena compiuto diciotto anni quando mi sono ritrovata incinta. I miei genitori, con le mani strette e gli occhi distanti, non mi hanno sostenuto: pensavano fosse troppo presto per avere un bambino. Mio marito, Giovanni, era stato appena chiamato allesercito. Le nonne, dalle due parti, parlavano con la stessa voce, che nel sogno sembrava uscire da una radio rotta:

Il bambino è affar tuo. Non voglio occuparmi del tuo figlio adesso mi ha detto mia madre, Teresa, lasciando il profumo di caffè sospeso nellaria.

Anche la suocera, la signora Carmela, non parlava affatto con me. Così sono andata a vivere dalla zia paterna, la mitica zia Antonella, che a trentotto anni non aveva figli ma si era dedicata anima e corpo solo al suo lavoro in tribunale.

Lei non giudicava né mio padre né mia madre:

Li capisco, cara diceva, la voce che si faceva eco nel corridoio. Quando sei nata era un periodo strano, difficile, quasi come mangiare farina e acqua. Papà scaricava casse al porto di Napoli la notte per qualche euro. Ora stanno bene, però. Papà ha un buon stipendio, lavorando alla posta, e vivono in un appartamento con due stanze a Bologna. Anche mamma lavora. E io sto per avere un bambino.

Non gli importerà davvero? ho domandato, mentre il gatto si trasformava in una nuvola bianca.

Vogliono soltanto vivere per sé. Non giudicarli, prima o poi si ravvederanno.

Non ricevetti nessun aiuto. Ho raccolto la mia roba, un po di libri e alcune foto, e sono passata a vivere da Antonella.

Quando Giovanni è tornato dallesercito, nostro figlio Marco aveva un anno e mezzo e sembrava fluttuare come un pallone tra le stanze. Durante lassenza di Giovanni, Carmela non venne mai a vedere suo nipote. I miei genitori visitarono la casa solo due volte, come fantasmi gentili.

Giovanni riprese a lavorare come meccanico, aspirando a finire gli studi, ma non ci riuscì. Siamo rimasti ancora con la zia Antonella. Quando Marco iniziò lasilo, io ho trovato lavoro come commessa, e la zia fu trasferita in un altro quartiere. Così ci siamo trasferiti in un appartamento in affitto a Milano. Poco dopo, la nonna di Giovanni morì, sotto lorologio a pendolo.

Carmela, con la foga e legoismo che nel sogno si trasformano in luci intermittenti, vendette lappartamento e fece tutti i lavori e acquisti che desiderava, senza ascoltare il consiglio di Giovanni, che le suggeriva di non vendere e di pagare un affitto mensile per tenersi la casa, per poi ricomprarla. Nessun risultato.

Perché dovrei sacrificare la mia vita? Ho sempre voluto rinnovare tutto. Vuoi farlo per me? rispondeva Carmela, lombra della sua voce che si dissolveva nel muro.

Cinque anni dopo, è nata nostra figlia, chiamata Ginevra. Sentivamo il bisogno di una casa tutta nostra. Giovanni ha iniziato a lavorare in Germania, sotto cieli baluginanti e alberi fuori scala. Ma mettere insieme abbastanza euro per comprare un appartamento non è stato facile. Abbiamo continuato a vivere con i figli in una casa presa in affitto.

Mia madre Teresa è rimasta sola in un appartamento con tre stanze a Firenze, dopo il divorzio da mio padre due anni prima. Non cera spazio per me o i miei figli in quella casa piena di specchi rotti e orologi senza lancette. Non potevo neanche andare dalla suocera, che faceva sempre ristrutturazioni e non si affrettava mai ad aiutare.

Giovanni lavorava allestero. Dopo qualche anno, siamo riusciti a comprare finalmente un appartamento nostro, senza ricevere un centesimo di aiuto.

Ora Marco sta terminando la terza media, Ginevra è in seconda elementare. Conosciamo bene il valore degli euro, abbiamo risparmiato ogni moneta, ogni sogno stropicciato. Non abbiamo più quei problemi. Ognuno ha la propria macchina, ogni estate andiamo in vacanza al mare, dove le onde si comportano come tessuti colorati.

Lunica persona a cui saremo sempre grati è la zia Antonella. Lei può chiamarci quando vuole e chiederci aiuto, e saremo sempre pronti.

I nostri genitori, invece, hanno avuto tempi difficili. Mia madre, licenziata dal lavoro, mi ha chiamata di recente per chiedere aiuto. Ho rifiutato, il telefono sembrava sudare.

La suocera Carmela è nella stessa situazione: pensionata, non vuole vivere umilmente. Ha speso tutto ciò che aveva ricavato dalla vendita in gesti teatrali. Giovanni ha rifiutato di aiutare anche lei, lha consigliata di vendere il grande appartamento ristrutturato e comprarne uno con una stanza sola.

Io e Giovanni non dobbiamo niente a nessuno. Trattiamo i nostri figli diversamente da come siamo stati trattati. Li aiuteremo sempre, come vecchi lampioni che non si spengono mai. E crediamo che, nella strana logica dei sogni, anche loro sapranno aiutarci quando saremo vecchi come alberi sradicati.

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Quando io e mio marito eravamo poveri, mia suocera si comprò una pelliccia, un televisore e visse come una regina.