Sono proprio arrivati alla frutta
Lucia, ma hai smesso di passare laspirapolvere del tutto? Questa polvere mi fa piangere, guarda che tappeto! Sembra una spiaggia ormai
Lucia serrò i pugni sotto il tavolo, scrutando mentre la signora Giuseppina faceva il solito giro dellappartamento col piglio dellASL. La suocera si fermava ad ogni angolo, scrutava le mensole con aria schifata, arricciava il naso su una polvere che nemmeno cera e scuoteva la testa vedendo i giochi dei bimbi sparsi ovunque. Tre anni di queste visite avevano trasformato ogni ingresso di Giuseppina in casa in una vera tortura per Lucia.
Ieri ho pulito, ho passato laspirapolvere e spolverato tutto, cercò di dire Lucia, mantenendo la calma. I bambini ci hanno giocato stamattina.
Eh, ma bisogna pulire quando serve, non quando ti fa comodo. Io, alla tua età
Giuseppina si adagiò in poltrona con laria della regina che si degna di parlare alla servetta. Le dita passavano sul bracciolo a caccia di polvere.
Ai miei tempi i pavimenti brillavano così tanto che potevi sistemarti il rossetto nello specchio a terra, i bambini erano sempre in ordine, nemmeno una piega nel vestito. E che ordine! Mio suocero, pace allanima sua, poteva entrare a sorpresa e non trovava un granello di polvere. Così, proprio!
Lucia ascoltava stringendo i denti. Aveva sentito questa storia delle piastrelle linde almeno cinquanta volte. Se non di più. Ormai aveva perso il conto.
E cosa hai cucinato oggi ai bambini per pranzo?
Minestrone di verdure.
È in frigo? Giuseppina si stava già alzando, dirigendosi in cucina. Fammelo vedere.
La suocera tirò fuori la pentola, la annusò, ne assaggiò un cucchiaio col muso da giudice di MasterChef di cattivo umore.
Troppo salato. E troppa carota, dai! I bambini non sono mica conigli. Guarda che ai tempi di Matteo cucinavo minestrine completamente diverse. Lui si divorava tutto, e chiedeva pure il bis.
Lucia rimase zitta. Controbattere non aveva senso.
E a colazione cosa gli dai? Ancora quei cereali industriali? Lho già detto: solo fiocchi davena veri! Guarda Beatrice, la moglie di tuo cugino Antonio, mette i fiocchi in ammollo la sera, li cuoce freschi la mattina. I suoi bambini non si ammalano mai.
Sempre questa Beatrice. La Beatrice perfetta, figli perfetti, avena perfetta.
Signora Giuseppina, i fiocchi davena sono comunque naturali.
Ma per favore! È tutto cibo da fast food, ormai. Ai miei tempi nemmeno esistevano queste parole. Si faceva tutto in casa, con amore, ore e ore ai fornelli.
La suocera entrò a dare ispezione nella cameretta.
E poi, a che ora li mandate a dormire? Ieri alle nove ho chiamato e Anna era ancora sveglia!
Di solito alle nove e mezzo.
Troppo tardi! Da piccoli la routine è sacra. Matteo a otto anni era a letto senza fiatare. Perché cera disciplina. Non come adesso che vi sciogliete in coccole e viziate tutti
Lucia si morse le labbra. Voleva rispondere che i tempi sono cambiati, che il pediatra consiglia diversamente, che i suoi figli non sono come Matteo trentanni fa Ma tanto Giuseppina ascoltava solo sé stessa.
E questi vostri corsi moderni proseguì la suocera, scrutando i disegni appesi. Pittura, manipolazione tutte cose inutili. Matteo lo portavo a nuoto e a scacchi. Quello è sviluppo! Per disegnare basta la cucina di casa, soldi risparmiati.
Ma Anna adora dipingere. Ha proprio talento.
Talento! sbuffò Giuseppina. Ti dicono così solo per spillare soldi. Che talento vuoi che abbia una di quattro anni?
Si rimise in poltrona, mani in grembo.
Guarda Lucia, le vostre generazioni si sono sciolte proprio. Sempre attaccate al telefono, solo social e internet. La casa va a rotoli, i figli maleducati, i mariti affamati. Beatrice, la moglie di Antonio, continua a lavorare, casa impeccabile, tre figli tirati su. Tu ne hai due e non ce la fai.
Di nuovo Beatrice. La santa Beatrice, con laureola di lenzuola lavate col bicarbonato.
Anchio lavoro, signora Giuseppina.
Lo so bene. Stai lì tutto il giorno davanti al computer, a spostare carte. Chiama lavoro quello? Io alla tua età chiuse gli occhi sognante, tre figli, lorto, la casa, e facevo tutto. E portavo rispetto a mia suocera, mai una parola fuori posto.
Lucia provò a spiegare che il suo lavoro è impegnativo, segue progetti importanti Ma le parole si schiantavano sempre contro il sorrisetto di sufficienza della suocera, che scuoteva la testa come una maestra paziente con una bimba zuccona.
Ogni visita sembrava un esame già perso in partenza. Giuseppina scovava difetti ovunque: asciugamani piegati male, tè troppo caldo, le piantine sofferenti al davanzale, tende da lavare. Tre anni di questa pressione avevano portato Lucia quasi allesasperazione, eppure continuava a tacere. Per Matteo. Perché in famiglia regnasse la pace.
Quel giorno Giuseppina era proprio di luna storta. Si fiondò subito in cucina, cliccando la lingua davanti a una padella appena lasciata in lavello.
Pietro, il bimbo di quattro anni, era svogliato a tavola, spostava il cucchiaio nel minestrone.
Non mi piace! È cattivo!
Ecco! trionfò Giuseppina. Ce lo vedi? Il bimbo non mangia la minestra perché non sai cucinare. Adesso ti spiego io la vera minestra. Allora, si prende il pollo, ma quello ruspante, mica quello del supermercato
Qualcosa si ruppe. Silenziosa, come una corda tesa che finalmente cede. Lucia lo sentì dentro, chiaro come se le si fosse strappato un filo nellanima.
Anni di critiche, umiliazioni, confronti con la mitica Beatrice, battutine, sospiri, occhi al cielo tutto ribollì in una volta. Senza ritorno.
Lucia si alzò dal tavolo, guardò la suocera con occhi nuovi freddi, risoluti.
Signora Giuseppina. Ma lei quando si è sposata è andata a vivere dal marito o lui da lei?
La suocera rimase di sasso con il cucchiaio a mezzaria, per un momento sembrò dimenticarsi anche come si respira.
C-certo, sono andata dal marito Ma cosa centra
Io invece qui ci ho portato Matteo. In questo appartamento. Tre vani, pagato coi miei soldi. Guadagnati, sa, con quel famoso lavoro davanti al computer.
Il volto di Giuseppina impallidiva.
Quindi qui decido io cosa si mangia, quando vanno a letto i bambini e che corsi frequentano, proseguì Lucia, calma. E mi dica, lei quantera quello che prendeva a fine mese? O ha sempre vissuto sulle spalle di suo marito, tra orto e casa?
Giuseppina si arrossò.
Ma ti pare come ti permetti di parlare così?
Non la sto offendendo, sto solo chiedendo. Per la cronaca: io prendo tremila seicento euro al mese. Il doppio di Matteo. Quindi, la prossima volta che le viene voglia di farmi la predica, pensi a questo.
Scese il silenzio in cucina. Pietro aveva smesso di smuovere la minestra, occhi sbarrati su mamma e nonna.
Si aprì la porta dingresso. Era tornato Matteo dal lavoro e si bloccò sulla soglia colpito dallatmosfera pesante.
Matteo! Giuseppina lo raggiunse. Matteo, tua moglie mi ha trattata malissimo! Mi ha offesa! Proprio a me!
Fermati, Matteo alzò la mano. Aspetta un secondo. Lucia, che succede?
Lucia parlò sottovoce, stanca. Raccontò tre anni di frecciatine. Di paragoni. Di critiche su ogni gesto. Gli insulti velati, le intromissioni in ogni decisione sui bambini.
Matteo ascoltava in silenzio. Lucia lo vedeva cambiare in volto: dapprima stupore, poi comprensione, infine una specie di vergogna. Stringeva la mascella e si massaggiava il naso come chi realizza di aver sbagliato tanto.
Matteo, tu non crederai a questa questa la suocera cercava le parole. Sono tua madre! Ti ho cresciuto, nutrito, vegliato le notti!
Mamma, Matteo le rivolse uno sguardo nuovo, senza la consueta dolcezza. Ma davvero hai rotto con Lucia per tre anni così?
Io?!? Ma ho solo dato consigli! È lei che
Consigli, certo. Minestre, corsi, orari, polvere. Sempre, no?
Giuseppina aprì la bocca ma Matteo non le lasciò replicare.
Lho notato, mamma. Lucia dopo le tue visite sembrava esausta. Pensavo fosse stanca. Invece era tutto questo che si caricava addosso. In silenzio. Per non farci litigare.
Matteo!
Mamma, sbuffò, se continui a punzecchiare mia moglie, in questa casa non entri più.
Giuseppina rimase immobile, le nocche bianche aggrappate al tavolo.
Sul serio? Per colpa sua? Per?
Per mia moglie, la corresse Matteo. La madre dei miei figli. La donna che, tra laltro, questa casa lha comprata. E ha taciuto tre anni mentre tu la massacravi, solo per non farci discutere. Quindi sì, mamma. È proprio così.
Per qualche secondo Giuseppina guardò il figlio come se lo vedesse per la prima volta. Poi afferrò bruscamente la borsa, si avviò alluscita, si voltò sul pianerottolo con le labbra tremanti di rabbia e amarezza, ma lo sguardo di Matteo la convinse a non dire nulla. Fece solo un gesto di saluto o di addio e sparì dallappartamento.
In quel silenzio si sentiva solo il ticchettio dellorologio in cucina e Pietro che giocherellava dimenticandosi la minestra.
Matteo prese Lucia tra le braccia, la strinse forte. Lucia affondò la fronte nel suo petto e solo allora capì quanto si fosse indurita dentro come se per tre anni avesse portato uno zaino troppo pesante.
Perché sei stata zitta per così tanto? Matteo le sussurrava tra i capelli, accarezzandole la schiena. Tre anni, Lucia. Tre anni di veleno assorbito.
Non volevo che litigaste. È pur sempre tua madre.
Sciocchina, la strinse più forte e Lucia sentì le labbra di lui sfiorarle la tempia. Tu sei la mia famiglia. Tu e i bimbi. A mamma toccherà farsene una ragione. O niente nipoti, chiaro?
Lucia fissò Matteo, le veniva da ridere. Per la prima volta in tre anni sentiva il petto leggero, respirava a pieni polmoni.
Mamma, mamma! strillò Pietro. La nonna è andata via? Posso non mangiare la minestra?
Matteo e Lucia si scambiarono uno sguardo e scoppiarono a ridere. Finalmente, insieme, come non succedeva da tempo.
La minestra disse Lucia la mangi, ma domani te ne faccio unaltra, quella che piace a te.






