Quando la suocera propone di trasferirsi nel suo appartamento “per aiutare” ma in realtà ha tutto calcolato: una storia tutta italiana di famiglie, appartamenti e confini da rispettare

La suocera aveva chiaramente un piano quando ci ha proposto di trasferirci nel suo appartamento.

La ringrazio molto per lofferta, davvero generosa. Ma decliniamo.
Il volto di mia suocera si è allungato in unespressione delusa.
E perché mai? Troppo orgogliosi?
Non è questione di orgoglio. È solo che la nostra vita qui ormai è ben organizzata. Per i bambini cambiare scuola a metà anno sarebbe uno stress inutile. Inoltre ci siamo abituati. Abbiamo appena finito di ristrutturare, è tutto nuovo di zecca.
E da voi Martina fece una pausa per scegliere le parole, ma decise di andare dritta al punto. Da voi ci sono ancora molti ricordi, oggetti cari al vostro cuore.
I bimbi sono piccoli, potrebbero rompere qualcosa, sporcare. A che pro farsi il sangue amaro?
Quando Martina tornò dal lavoro, la trovai nel corridoio, con laria di chi si aspetta tempesta.

Si tolse le scarpe senza dire una parola, andò in camera a cambiarsi, poi si diresse in cucina. Le andai dietro in silenzio.

Martina sbottò:
Vuoi ricominciare con questa storia? Ti ho già detto di no!
Sospirai sonoramente.
Oggi la mamma mi ha richiamato. Dice che la pressione le va su e giù. Sta faticando: non ce la fa più con i nonni che sono diventati davvero complicati, sono come bambini. È stanca.
E quindi? Martina bevve un sorso dacqua fresca per calmarsi. È stata lei a scegliere di vivere in campagna.
Affitta lappartamento, riceve soldi, respira aria buona. Le piaceva.
Le piaceva quando aveva più forza. Ora si lamenta della solitudine e della fatica. In sostanza presi fiato. Ci ha proposto di trasferirci nel suo appartamento. Nel trilocale.
Martina sgranò gli occhi e sbottò:
No.
Ma dai, ascoltami almeno! spalancai le mani. Guarda: la zona è bellissima. Quindici minuti dal tuo ufficio, venti dal mio.
La scuola è proprio di fronte e lasilo sotto casa. Niente più traffico!
Affittando questo appartamento la rata del mutuo si paga da sola, anzi ci rimane anche qualcosa.
Ma ti ascolti? Martina si avvicinò. Viviamo qui da due anni e mezzo.
Ho scelto io la posizione di ogni presa! I bambini hanno amici nelle altre scale.
È finalmente casa nostra, lo senti? Nostra!
Che differenza fa dove vivi, se passi qui solo per dormire? Passiamo due ore al giorno solo per rientrare! risposi. Lì cè una casa storica, soffitti di tre metri, muri spessi, nessun vicino che disturba.
E la ristrutturazione, fatta quandero alle medie? ribatté secca. Ti sei già dimenticato che odore cè là dentro? E comunque non è casa nostra, è quella di Maria Teresa.
La mamma giura che non ci metterà becco. Rimane in campagna, solo che così sa che la casa è in buone mani.
Martina fece una smorfia amara.
Hai la memoria corta, Paolo? Ricordi quando abbiamo comprato questa casa?
Abbassai lo sguardo: ovvio che ricordavo. Sette anni in affitto in bilocali improbabili, ogni euro risparmiato con fatica.
Quando era il momento di mettere insieme la cifra per lanticipo, sono andato da mamma. Il piano era perfetto: vendere la grande casa in centro di mamma, prenderle una bella casa più piccola, e a noi qualcosa di decoroso.
Allepoca Maria Teresa annuiva, sorrideva: «Ma certo ragazzi, vi dovete allargare».
Avevamo tutto pronto. Sognavamo. Poi, il giorno della firma dal notaio, ha telefonato.
Te lo ricordi cosa disse? incalzò Martina. «Ho riflettuto La zona è prestigiosa, i vicini sono persone perbene.
Come potrei andare in quelle vostre nuove costruzioni, tra proletari? No, non voglio.»
Così siamo andati in banca, ci siamo fatti dare un mutuo a un tasso folle e abbiamo comprato questa casa a dieci chilometri dalla tangenziale. Senza i suoi «metri prestigiosi».
Ha sbagliato, si è spaventata, era letà borbottai. Ora dice altro. Si sente sola. Vorrebbe i nipoti vicini.
Nipoti vicini? Li vede una volta al mese quando passiamo con le buste della spesa! E dopo mezzora si lamenta che ha mal di testa per il baccano.
In cucina entrò di corsa il nostro Matteo, sei anni, seguito da Lucia, quattro.
Papà, mamma, abbiamo fame! urlò Matteo. E Lucia mi ha rotto laereo! Ci ho messo tre ore a montarlo
Non è vero! strillò Lucia. Lui lha fatto cadere!
Martina sospirò.
Mani pulite. Apparecchiamo. Hai preparato la pasta?
È pronta risposi brusco. E ci sono anche i würstel.
Mentre i bimbi sistemavano le sedie e Martina serviva, la discussione si spense. Ne riparlammo solo a letto, a notte fonda.

***

Sabato siamo dovuti andare in campagna: Maria Teresa aveva chiamato allalba, con una voce flebile: erano finite le medicine del nonno e lei aveva «il cuore in agitazione».
Il viaggio è stato lungo, unora e mezza, tra curve di collina e traffico.
Maria Teresa ci accolse sulla soglia. A sessantatré anni portati benissimo: piega perfetta, manicure, foulard di seta annodato con cura.
Ce lavete fatta, finalmente! si fece baciare la guancia. Martina, sei ingrassata? O quella camicia è larga?
Buongiorno anche a lei, Maria Teresa. È la camicia oversize rispose Martina, evitando la frecciatina ormai di rito.
Entrammo in salotto. I genitori di Maria Teresa, anzianissimi, dormivano davanti alla TV.
Martina li salutò; un cenno appena, senza distogliere lo sguardo dallo schermo.
Gradite un tè? chiese Maria Teresa andando in cucina. Ho dei biscotti, un po secchi Non esco mai, con queste gambe.
Abbiamo portato una torta posai la scatola sul tavolo. Mamma, parliamone di questa storia della casa
Maria Teresa subito prese vita.
Sì, Paolo, non ce la faccio più. Qui laria è buona, la natura, i genitori hanno bisogno. Ma dinverno? Una noia mortale. E quellappartamento vuoto dove affitto a gente che mi rovina tutto, il cuore mi brucia!
Mamma, hai degli inquilini a modo, sono una famiglia tentai io.
A modo? sbuffò. Lultima volta che sono passata la tenda era storta. E il profumo non era il mio.
E allora mi chiedo: perché vi dovete rovinare la vita laggiù? Trasferitevi nel mio appartamento. Cè spazio per tutti.
Martina incrociò il mio sguardo.
Maria Teresa, dove pensate di andare a vivere voi? domandò, senza giri di parole.
Mia suocera inarcò le sopracciglia.
Come dove? Qui in campagna ovviamente. Con i miei genitori. Ogni tanto magari salgo in città, per i dottori, le visite. Nella nostra ASL conosco tutti.
Ogni tanto quanto spesso? domandò Martina.
Beh, forse un paio di volte a settimana. O se fa brutto rimango qualche giorno. Comunque ho la mia stanza. Non fateci dormire i bambini, loro prendano quella grande, la mia deve restare. Non si sa mai.
Martina si innervosì.
Quindi, ci chiede di trasferirci nel trilocale ma di tenere una stanza libera per lei? E noi quattro ammassati nelle altre due?
Ma no! protestò Maria Teresa. Usatela pure, basta che non spostiate le mie cose. E la credenza. Dentro ho i cristalli. E i libri. Paolo, ti ricordi? La biblioteca non si tocca!
Mi agitai sulla sedia.
Mamma, se ci trasferiamo dobbiamo sistemarci. Ai bimbi serve una camera, dei letti
Ma che letti? Cè il divano letto, comprato da papà. Perché spendere soldi?
Martina si alzò.
Paolo, fuori un attimo?
Si precipitò fuori senza aspettarmi; la seguii poco dopo guardando la porta come un colpevole.
Hai sentito? sibilò Martina. «Il divano non va toccato», «la mia stanza resta», «passo di tanto in tanto». Capisci cosa significa?
È solo paura del cambiamento
No, Paolo! Vuole solo che le custodiamo la casa gratis! Neanche un armadio potremmo spostare!
Verrà quando vuole, con le sue chiavi, mi spiegherà come mettere le tende, cucinare e rifare il letto!
Almeno sarebbe più vicino al lavoro balbettai.
Mi importa zero del lavoro! Meglio due ore nel traffico ma la sera tornare a casa MIA, dove comando io.
Tacevo fissando le scarpe. Lo sapevo. Solo la tentazione di una soluzione facile mi aveva offuscato la mente.
E ricorda la storia della vendita: ci ha piantato per il «prestigio». Ora solo perché si annoia vuole noi a farle compagnia, da rimproverare quando serve.
A quel punto Maria Teresa apparve sulla soglia.
Che bisbigliate lì fuori?
Martina la fissò.
Non vogliamo metterle disagio. Non ci trasferiremo.
Sciocchezze ribatté secca. Paolo, che fai? Decidi sempre tua moglie?
Alzai lo sguardo.
Mamma, Martina ha ragione. Non ci trasferiamo. Questa è casa nostra.
Maria Teresa serrò la bocca. Aveva capito di aver perso, ma non lo ammise.
Sbagliate. Volevo solo aiutarvi. Vivete pure tra il traffico. Ma niente lamenti più avanti.
Promesso risposi. Adesso andiamo. Serve altro, farmaci?
Non ho bisogno di nulla da voi ribatté secca, rientrando sbattendo la porta.
Al ritorno viaggiammo in silenzio. Il traffico era scemato, ma davanti casa cera ancora un ingorgo.
Sei arrabbiata? chiesi a Martina al semaforo.
Scosse la testa.
No. Immagino già Matteo saltare su quel «divano di papà» e tua mamma che sviene dallansia. Avevi ragione. Sarebbe stato un disastro.
Aiutare va bene, Paolo, mi disse, posando la mano sulla mia gamba. Portiamo pure la spesa, le medicine, pagheremo anche una badante se servirà, ma la nostra vita resta separata.
La distanza è la miglior medicina per andare daccordo.
Soprattutto con mia mamma, sogghignai.

***
Ovviamente, Maria Teresa ci è rimasta male.
Aveva già mandato via gli inquilini, convinta che ci saremmo trasferiti.
Per quasi un mese ha tormentato me al telefono.
Ho resistito: in fondo, dire «no» quando è necessario non è poi così difficile come si teme.

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