Quando lAmerica ti porta via a pezzetti e casa dimentica il suo calore: il tradimento del ritorno di unemigrata
Una storia su come nove anni di carriera, di successo e di dimenticanza siano costati più di milioni in banca
Otto anni.
Otto anni e Martina tornava a casa.
Non casa come dicono gli emigrati della stanza presa in affitto in una terra che non è la loro. No, nella vera casa.
Aeroporto di Milano Malpensa, zona partenze. Martina era davanti allingresso con gli occhi lucidi, tradita dal groppo in gola. I soldi bastavano per tutte le valigie ma il tempo quello di scrivere cosa provava in quel momento semplicemente non cera.
Sapeva che la mamma stava aspettando.
Quello che non sapeva: se la mamma avrebbe voluto davvero accoglierla, quella donna cambiata che sarebbe uscita dallaeroporto.
Capitolo 1. Il giorno della promessa
Otto anni prima stesso aeroporto. Stessa hall. Ma Martina era unaltra.
Aveva ventitré anni. Nella borsa passaporto biometrico, visto, cinquecento euro in contanti e un sogno più grande di lei.
La mamma la guardava con quegli occhi in cui convivevano orgoglio e disperazione.
Due anni, mamma prometteva Martina. Due anni e torno con i soldi per sistemare tutto.
La mamma labbracciò a lungo. Troppo lungo. Martina sentiva la sua voce che tremava. Odore di casa: farina, cenere fredda del caminetto, la sigaretta del papà.
Ti prego, figlia mia, non scordarti di me laggiù disse la mamma. E nella voce, Martina sentì qualcosa che non sapeva nominare: inquietudine, un presentimento profondo, un abisso.
Ma come potrei dimenticarti, mamma? rise Martina. Neanche se lo volessi.
E ci credeva, davvero.
Capitolo 2. Il primo anno. Adrenalina
New York la accolse col freddo. Era arrivata a gennaio.
Viveva in un appartamento con cinque altri italiani: due ragazzi di Palermo, due ragazze di Napoli, uno zio della provincia di Bari. Si dormiva in due in ministanze, pagavano quattrocento euro a testa ogni mese.
Il lavoro in un bar dava sette euro lora più mance. Martina faceva turni di dodici ore, puliva tavoli, portava caffè, sorrideva a quei clienti americani che lasciavano la mancia più alta del conto.
La sera crollava a letto e chiamava la mamma.
Come stai? chiedeva la mamma.
Bene, mamma. Lavoro, risparmio.
Non fa troppo freddo lì?
Freddo da morire.
Mettiti il mio maglione, quello che ti ho messo in valigia.
Martina lo indossava e sentiva la mamma abbracciarla, attraverso tutto lAtlantico.
I primi soldi li mandò a febbraio: duecento euro con un vaglia.
La mamma scrisse: Grazie, figliola. Ho comprato le medicine e pagato il gas. Attenta laggiù.
Gli altri coinquilini dicevano:
Sei scema. Metti i soldi su un conto americano, non spedirli a casa!
Ma Martina sapeva: alla mamma servivano subito.
In un anno mandò cinquemila euro.
In un anno imparò linglese.
La prima volta che si sentì parlare senza accento, provò insieme orgoglio e paura di cambiare.
Capitolo 3. Il secondo anno. David
David entrò al bar per centoquarantasette giorni di fila Martina li contava, senza capirne il motivo.
Aveva il doppio dei suoi anni, divorziato, con un figlio dal primo matrimonio. Lavorava in una società informatica, stava bene e ordinava sempre caffè macchiato con caramello.
Un giorno le parlò, allimprovviso:
Come stai? in un italiano sgangherato, ma volenteroso.
Martina rimase stupita. Pochi clienti provavano a parlarle nella sua lingua.
Bene, grazie. Lei? rispose lei, già padroneggiando linglese ma con accento teneramente italiano.
Posso offrirti un caffè fuori da qui? sorrise lui.
A quel punto, Martina aveva sulle spalle due anni di lavoro duro, undicimila euro in banca e un sogno che cominciava a crollare sotto il peso della realtà.
Dal bar prendeva circa quaranta euro di mance al giorno. In più faceva due altri lavori: pulizia uffici di notte, babysitter nel weekend.
David rappresentava qualcosaltro. Era la promessa di una tregua.
Capitolo 4. Il terzo anno. Il primo tradimento
Di David ne parlò alla mamma solo dopo tre mesi di relazione. Sapeva già cosa voleva dire.
Mamma, sto uscendo con un uomo. È americano.
Silenzio a lungo.
Come si chiama? domandò infine la mamma.
David.
Ha una famiglia?
Un figlio, dal primo matrimonio. Ha nove anni.
Ancora silenzio.
Martina ascoltava il respiro della mamma dallaltra parte del mondo e la sentiva che si sforzava di riflettere il significato di ogni dettaglio.
Martina, ti prego disse la mamma, la voce stranamente spezzata. Non dimenticare chi sei.
Non lo dimenticherò, mamma.
Chi sei in quel momento voleva dire: Tu sei italiana.
Quella frase pesava quasi come una condanna: Lì non sarai mai davvero a casa.
Martina non avrebbe saputo spiegarle che casa, ormai, si era fatta fredda anche attraverso le chiamate.
Cominciò a passare sempre più tempo con David. Lasciò un lavoro le pulizie notturne. I turni al bar diventarono part time. Babysitting quando capita.
A marzo inviò tremila euro alla mamma, scusandosi perché chiamava meno spesso.
Capitolo 5. Il quarto anno. Il matrimonio
David la chiese in sposa a Natale.
Martina disse sì, sospesa tra la cenere del passato e la luce del futuro.
Telefonò alla mamma a gennaio, occhi chiusi come se potesse cambiare qualcosa.
Mi sposo, mamma.
Quando?
Tra due mesi. A Los Angeles. David vuole il matrimonio lì.
Nella voce della mamma sentì la febbre.
A Los Angeles? Martina, non posso venire. Non ho quei soldi
Lo so, mamma. Scusami.
Avrebbe dovuto sentire colpa, e invece fu sollievo.
Messa giù la chiamata, la immaginò: seduta sul letto dove dormivano insieme, piangeva silenziosa, come solo una mamma fa, improvvisamente consapevole di qualcosa di troppo grande.
Il matrimonio fu sontuoso. Duecento invitati. Amici e colleghi di David.
Una zia che Martina ricordava appena inviò un set da cucina per la nuova famiglia.
Martina indossò un abito bianco costato più di quanto la mamma avrebbe guadagnato in mesi. Sorrise ai fotografi, e in un lampo capì: la promessa di tornare entro due anni allaeroporto, tanto tempo prima era diventata una bugia.
Lei non sarebbe più tornata.
Capitolo 6. Dal quinto allottavo anno. Infanzia americana
Leonardo nacque a maggio.
Il parto fu difficile. Dopo, una depressione lunga. Senza assicurazione completa, la gravidanza costò alla famiglia dodicimila euro.
David pagò tutto con la carta di credito.
Martina mandò la foto del neonato alla mamma: Tuo nipote.
La mamma: È bellissimo. Come lavete chiamato?
Leonardo, scrisse Martina.
Percepì quasi fisicamente la mamma seduta al vecchio computer, intenta a cercare quel nome online. Perché non il nome del nonno? Del padre? O perlomeno un nome italiano di casa?
Ogni mese mandava duecento euro alla mamma per te e per il nipote. Nei messaggi le chiedeva di comprare regali per lui, di mettere via qualcosa per domani.
Nei prossimi anni ricevette pacchi dallItalia: piccole camicie di lino, giocattoli di legno, libri in italiano.
Leonardo non capiva litaliano. Parlava inglese e un po di spagnolo la tata arrivava dal Perù.
Quando la mamma scriveva: Insegnagli litaliano, Martina riusciva a trasmettergli solo due parole nonna, ti voglio bene.
Leonardo le dimenticava in un mese.
In quegli anni con David Martina realizzò il suo piccolo sogno americano: villetta in periferia, BMW nel box, Leonardo in una scuola privata, vacanze ogni anno al mare.
Il giorno del compleanno del nipote, la mamma chiamava sempre.
Spesso Martina era ad un aperitivo dai vicini, discuteva di investimenti immobiliari, bicchiere di vino e telefono in mano.
Ciao mamma, come stai?
Bene, tesoro. Voglio vedere il mio nipote.
Leonardo sta giocando. Gli mostro la tua foto appena torna.
Martina la mamma voleva aggiungere qualcosa, poi lasciava stare. Vi voglio bene.
Anche noi mamma, ora devo andare, ci sentiamo presto.
Martina chiudeva la chiamata e tornava alle sue conversazioni.
Capitolo 7. Ottavo anno. Infarto
La mamma aveva sessantasette anni.
Linfarto venne in un giorno qualunque, al mercato, mentre comprava il pane.
Chiamò suo fratello:
La mamma sta male. È allospedale. Devi venire.
Martina prese le ferie ormai era manager in ufficio e prese il primo volo che trovò.
Laereo atterrò. Taxi fino allospedale.
La mamma era collegata a mille fili, rivolta verso la finestra.
Quando Martina entrò, la mamma girò piano la testa.
Oh mio Dio, sei qui e pianse.
Martina le baciò la guancia e non la riconobbe.
La mamma era vecchia. Rughe profonde, capelli bianchi che non tingeva più, occhi senza più quella luce di una volta.
Mamma, come ti senti?
Oh, niente tesoro… solo un cuore troppo vecchio…
Martina le rimase accanto tre giorni.
Poi i medici permisero di riportarla a casa. Il fratello li riaccompagnò nellappartamento, pagato da Martina per anni.
Tutto era pulito, ma triste. Alle pareti, le foto dinfanzia di Martina. In cucina, un calendario col viso di Leonardo a sei anni, rigido su quella costa straniera.
È cresciuto, disse la mamma guardando il calendario.
Sì, mamma.
Ma io non lho mai visto.
Martina non trovò nulla da rispondere.
Stette a casa otto giorni. In quel tempo la mamma le mostrò il cassetto con le vecchie lettere spedite il primo anno allestero, lalbum di foto a tutte le età. Le chiese di cucinare le solite cose lasagne, risotto, polpette.
Martina ci provò. Le lasagne vennero troppo salate. Risero a tavola, ma Martina vedeva gli occhi della mamma brillare di malinconia.
Hai dimenticato la mia ricetta, le disse al terzo giorno.
E non si riferiva alle lasagne. Era per tutto il resto.
Capitolo 8. Martina riparte
Martina tornò a Los Angeles.
Come sta tua mamma? chiese David.
Vive. È stanca. È vecchia.
Meno male, rispose lui, tornando subito alle sue email di lavoro.
Martina quella notte guardava loceano infrangersi sui vetri della loro villa.
Pensava alla cucina della mamma, alla luce che entrava stanca tra le tende vecchie.
Il tempo passava. Martina trovò un lavoro ancora migliore. David divenne socio dello studio. Leonardo fu ammesso a un liceo prestigioso.
Le chiamate della mamma si fecero sempre più rare. Solo alle feste. Solo nelle ricorrenze.
Come stai mamma? Tutto bene?
Sì, amore mio. Ormai sono vecchia. Non mi devi più niente.
La bugia più grande che si dissero.
Capitolo 9. Il ritorno
Questa volta Martina volò senza avvisare.
Non disse nulla né alla mamma né al fratello. Prese ferie, comprò il biglietto e basta.
Atterrò e chiamò il numero della mamma.
Mamma?
Martina? Dove sei?
Sono in aeroporto.
Silenzio.
Vieni a casa, dai, riuscì infine a dire la mamma.
Il taxi ci mise quaranta minuti. Martina guardava fuori: la città cambiava, le vie eleganti si frantumavano in asfalto screpolato, le case erano più basse, più vecchie.
Scese davanti a quella casa che aveva mantenuto per anni.
La mamma era sulla porta.
Era diventata più piccola, fragile come mai. Sembrava che ogni anno avesse portato via un po di calore e forza.
Ciao, mamma, disse Martina.
Oh Signore mio, sei qui! la mamma la abbracciò.
In quellabbraccio Martina sentì crollare qualcosa di duro che aveva indurito il suo cuore per anni.
Sedettero in cucina. Sul tavolo: lasagne, risotto, polpette. Tutto quello che Martina aveva sempre chiesto di imparare.
Sapevo che saresti tornata disse la mamma.
Come facevi a saperlo?
Sono tua madre. Lo so sempre.
Restarono in silenzio a lungo.
Mamma cominciò Martina. Io
Lo so già, tesoro, la interruppe la mamma. Sei cambiata. Sei diventata americana adesso.
Martina scoppiò a piangere.
Mamma, non volevo
Non ti do la colpa, la mamma le prese la mano. È solo che ho perso mia figlia.
Tanto bastò perché Martina vedesse davvero il senso di ciò che aveva fatto, costruito, scelto.
Epilogo: la promessa mai mantenuta
Quella volta Martina si fermò due settimane.
La mamma le insegnò ancora a ricamare. Le ripeté le sue ricette. Guardarono vecchi film italiani che Martina non vedeva da secoli.
Lultimo giorno Martina chiese:
Mamma, posso tornare qui?
La mamma la guardò a lungo.
Puoi sempre tornare, tesoro mio. Ma non so se riuscirai più a sentirti a casa.
Martina lo capì subito, con dolore: Puoi, ma non potrai.
A Los Angeles, David chiese dovera stata per così tanto tempo.
Dalla mamma, rispose lei.
E come sta?
Invecchia
David annuì e tornò al portatile.
Martina si sedette sulla poltrona con vista sulloceano e pensò alla finestra stretta della cucina della mamma, da cui si vedeva solo il muro grigio del vicino e un piccolo, minuscolo pezzetto di cielo.
Otto anni fa era uscita dal Malpensa con in testa il sogno americano.
Otto anni dopo tornava sapendo: il sogno americano, spesso, è solo la lenta deriva della propria anima lontano da chi si ama.
E da quel momento, nessun ritorno sarebbe più stato davvero un ritorno.




