Quando lei serviva dal tegame, io ho preso dalla borsa salviette antibatteriche e ho iniziato a pulire le forchette. Lei se n’è accorta.

Quando cominciò a versare dal grande pentolone un liquido denso, io strappai dalla borsa una salvietta antibatterica e iniziai a strofinare le forchette. Lei lo notò, con gli occhi che brillavano come vetri rotti.

Sono scesa allimprovviso nella piccola casa di Zia Elisabetta a Napoli, solo per lasciarle un fascicolo amministrativo. Ci incontriamo solo nei giorni di festa, ma adesso la necessità si era fatta improvvisa. La sua salute vacilla, però non è questione di soldi. Non sono tirchia: credo che pulizia e ordine siano le fondamenta dellesistenza. Si può vivere modestamente, ma la casa deve restare in ordine.

Sulla parete cè una collezione infinita di raccoglitori di polvere: statuette di ceramica, service di porcellana, vasetti di conserve, tutti ammucchiati in torri di decine di pezzi. Nel bagno cè una lettiera per il gatto, che Zia pulisce una volta a settimana. I rifiuti si accumulano ai suoi piedi, una montagna di carta e bucce. Laria è impregnata di puzza di acque reflue e di cibo marcito, come unombra di un mercato abbandonato.

Zia Elisabetta mi propose qualcosa da mangiare e iniziò a apparecchiare la tavola. Quando sistemava i piatti, notai che erano sporchi, ricoperti di una patina grigia. Mentre lei versava ancora dal pentolone, io estrassi la salvietta e pulii le forchette, sfiorandole con un gesto meccanico.

Lei mi guardò, gli occhi che sembravano un orologio senza lancette. Quando cominciai a infilare il cucchiaio nel cibo, mi disse: Non hai fame, o non ti piace?

Che cosa avrei dovuto rispondere? Vi è mai capitato di trovarvi in una stanza dove il profumo di pulito si mescola al fetore dellabbandono, e le mani si muovono in una danza di igiene senza senso?

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Quando lei serviva dal tegame, io ho preso dalla borsa salviette antibatteriche e ho iniziato a pulire le forchette. Lei se n’è accorta.