Quando lo portarono nella sala di accoglienza dell’ospedale, era chiaro che si trattava di un annegato…

Quando mi fermarono allingresso del pronto soccorso dellOspedale San Raffaele, fu subito chiaro che avremmo avuto a che fare con un caso di annegamento. Era febbraio, il cielo sopra Milano era un manto di nuvole grigie che minacciavano pioggia fin dallalba, e nella corte del reparto sentii il ruggire della sirena dellambulanza che si avvicinava.

Sembra che abbiano portato qualcuno di molto grave, così si sente fin dal primo squillo, osservò il dottore di guardia con un tono grave.

Le porte del corridoio si aprirono di colpo e una voce di donna, pallida come la cera, gridò:

È vero, è vivo? È vero?

Quel giorno ero di guardia, non mi piace lavorare di domenica. Durante la settimana il tempo scivola veloce, ma nei giorni di riposo tutto sembra rallentare. I medici erano tutti a disposizione, i radiologi, i laboratori, così le decisioni venivano prese in un batter docchio.

Dove? chiese luomo, con la voce rotta dallansia dove lo devo portare? Aiutatemi, siete medici dellesercito, potete e scoppió in lacrime.

Il capo turno, chirurgo di guardia, intervenne:

Portate il bambino sul lettino, dottore di guardia, esaminate il piccolo e tenete pronti gli anestesisti.

Guardai il bambino e rimasi senza fiato. Un anno prima, durante un turno di dicembre a Bologna, avevo vissuto una scena simile: la neve copriva la città e una mamma disperata chiedeva aiuto per il figlio scomparso dopo la scuola. Dopo ore di ricerca, lo trovammo sepolto in unantica cisterna di riserva, avvolto da una coperta umida, ma era già troppo tardi. Era vestito con la stessa giacca blu e il berretto rosso che ora vedevo sul piccolo.

Da quanto tempo è stato trovato? chiesi.

Non lo so rispose il padre, lo hanno scoperto i vicini, fluttuava in una canaletta, sembrava ancora respirare. Poi gli hanno fatto la ventilazione artificiale nellambulanza

Il collega mi fece spazio:

Andate pure, colleghi, occupatevi dei parametri.

Tolsi il cappellino al bambino, aprii la giacca. Il suo viso era pallido, le pupille enormi e non reagivano alla luce, il battito e la respirazione erano assenti.

Ha ingerito acqua? chiesi.

A quanto pare no.

Iniziai la ventilazione con un sacchetto di ossigeno e acqua, colpendo delicatamente la schiena per far uscire il liquido dalla bocca. Poi lo posizionai sul lettino, eseguendo tre compressioni toraciche per far circolare il sangue.

Il freddo della stanza mi ricordava che il cervello poteva ancora essere vivo: Chi non muore, non conosce lestate, pensai, sperando che quel piccolo cuore battesse ancora. I minuti passavano lentamente due, tre, cinque quando un suono tenue, simile al miagolio di un gattino, riecheggiò dal suo petto. Il bambino emise un grande sospiro, quasi un grido di vittoria contro la morte.

Portatelo in terapia intensiva, deve passare alla ventilazione controllata, non potrà respirare da solo, ordinò il capo turno.

Dottoressa, è vivo? la madre, ancora in stato di shock, chiedeva con voce rotta.

Speriamo, rispose la collega, chiamiamo lunità di trasporto aereo sanitario.

Alessandro, il piccolo, fu caricato sul lettino girevole e portato in rianimazione, dove attendiamo larrivo dei specialisti. La stanza era silenziosa, le luci dei monitor tremolavano come stelle, il ventilatore lottava per mantenere il suo respiro. Le sue piccole pupille, nonostante tutto, reagivano lentamente alla luce.

Dopo due ore, lequipe aerea arrivò e, dopo unattento esame, dichiarò:

Il bambino non è più vitalizzabile; il cervello ha subito necrosi irreversibile. Spegnete il ventilatore e attendete lesito.

Il silenzio calò sulla stanza. Il nostro anestesista, incerto, ribatté:

Se le pupille reagiscono, il cervello deve ancora funzionare.

Non è così semplice, quanti minuti sono passati dallannegamento? Lacqua nei polmoni rende la rianimazione inefficace, le cellule già non rispondono, protestò il medico.

Proviamo comunque. Non abbiamo un catetere pediatrico, ma speriamo che ne troviate uno adatto, suggerì il capitano del team aereo.

Con un catetere sottile, provarono uniniezione delicata e, come per magia, il piccolo reagì: una raffica di liquido giallo spruzzò i presenti, e tutti gridarono:

È vivo!

Rimaniamo qui per altre due ore, poi spegneremo il ventilatore; se respira da sé, lo porteremo a casa, concluse il capitano.

Tre ore dopo, Alessandro fu dimesso.

Due anni dopo, il ricordo di quel caso mi accompagnava ogni turno. Un giorno, mentre chiudevo lambulatorio, la porta si aprì e un uomo mi fissò con uno sguardo familiare.

Non mi conosci? chiese.

Scusi, non ricordo ci siamo curati o abbiamo lavorato insieme? balbettai.

Non è un sogno, è il ragazzo di cui ti sei occupato.

Dal suo retro emerse un volto giovane, sorridente. Era Alessandro, ormai un ragazzo.

Alessandro? esitai.

Sì, è lui. Alex, vieni a salutare il tuo salvatore. Scusaci per il ritardo, lindirizzo ci era sfuggito, ma ora siamo qui, senza più barriere.

Entra, pure risposi, ancora emozionato.

Alessandro mi recitò poesie, corse per la stanza, osservò la mia collezione di conchiglie e le mise allorecchio per ascoltare il mare.

Papà diceva che chi non sa nuotare affonda, ma tu sai nuotare? mi chiese.

Certo, ho imparato, risposi, con voce un po rotta, ti auguro una vita di nuotate felici.

Ora lavoro come chirurgo presso la clinica comunale di Napoli. Un giorno, durante una visita di routine, mi avvicinò un capitano di marina, alto e impeccabile.

Buongiorno, dottor Marco Bianchi, è un onore incontrarla, disse con voce profonda.

Salve, capitano Rossi, risposi guardando la sua targa.

Sì, ci conosciamo! esclamò, i suoi occhi azzurri brillavano di ricordi.

Marco? Alessandro? incrociai le parole, quasi incredulo.

Sono io, sono appena tornato dallaccademia, e ho trovato te. Il mio desiderio è stato soddisfatto. Sono un ufficiale della Marina!

Quel giorno capii che, anche quando tutto sembra perduto, la tenacia e la speranza possono riscoprire la vita. Non importa quanto sia buio il cielo; se continuiamo a lottare, alla fine il sole tornerà a rischiarare il nostro cammino.

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