Quando mia nonna scoprì di essere malata, reagì con una calma inusuale per la maggior parte delle persone. Si sedette in cucina, si preparò un tè, guardò fuori dalla finestra e disse:

Ciao, ti racconto una cosa che è successa a Nonna Rosa, la mia nonna. Quando ha saputo di una malattia, non ha reagito con panico ma con una calma che a molti farebbe invidia. Si è seduta in cucina, si è versata una tazza di tè, ha guardato fuori dalla finestra e ha detto: «Non starò a casa a far passare il tempo fino alla fine. Voglio vivere finché posso».

Allora aveva sessantanni. Bassa, sempre col sorriso, con quella scintilla dentro gli occhi che gli anni, le preoccupazioni, la vita quotidiana e anche le perdite non sono riusciti a spegnere. Dentro di lei c’era sempre una fame di vita silenziosa, ma tenace, come un germoglio primaverile che spunta dalla pietra.

Tutta la sua vita è trascorsa in una sola casa vecchia, ma accogliente, profumata di mele, menta e pane appena sfornato. Lì ha cresciuto cinque figli, ha aiutato con i nipotini, ha accolto gli ospiti e ha trascorso invernali lunghe e fredde. Quella dimora era il suo universo. Però, a quel punto, ha capito che non voleva chiudere lì la sua storia.

Un mese dopo la diagnosi ha messo in vendita la casa. Non ha detto nulla a nessuno, se non alla sorellina più giovane, la zia Lucia, che lha accompagnata dal notaio. Gli altri hanno scoperto la notizia per caso. Mio cugino Marco, venuto a trovarla, ha trovato le pareti vuote: senza mobili, senza tende, senza lodore delle crostate che un tempo accoglievano chiunque varcasse la soglia. Sulla porta cera un cartello: «Proprietà privata».

Qualche giorno dopo tutti hanno ricevuto un messaggio vocale. La sua voce era ferma, sicura, quasi sorridente: «Non devo giustificarmi. È la mia decisione. Ho lavorato tutta la vita ora voglio vivere finché ne ho la forza».

Con i soldi della vendita, Nonna Rosa è partita per un viaggio. Non verso lestero, né in alberghi di lusso, ma attraversando lItalia, la sua terra, che, come ha confessato più tardi, non conosceva davvero. È stata al mare della Costiera Amalfitana, alle Alpi, ai piccoli monasteri della Val dOrcia, ai paesini dove la gente ancora si saluta con la mano in piazza.

Ci mandava cartoline, messaggi brevi, foto sempre sorridente, abbronzata, circondata da nuovi amici. A volte spariva per qualche settimana e poi ricompariva: serena, ispirata, come dopo una lunga chiacchierata con se stessa.

Alcuni della famiglia non capivano il suo gesto. «Come ha potuto? Era la sua casa, i ricordi, i figli, i nipoti!» Altri, invece, lammiravano per il coraggio. E lei rispondeva, semplice: «Non voglio abbandonare le mura. Voglio lasciare il ricordo di aver vissuto».

E ha davvero vissuto. Nellultimo anno, forse per la prima volta davvero, nei suoi occhi è tornato quel luccichio che si vedeva solo nelle foto vecchie. Ha imparato a gioire di ogni mattina, senza rimandare la felicità a «un domani».

Quando non cè più, abbiamo aperto la sua piccola valigia. Dentro cerano decine di biglietti, mappe turistiche, vecchie cartoline, foglietti con i nomi dei bar dove era stata, e più di cento foto: sorridente, sullo sfondo del mare, delle montagne, delle case antiche e delle strade. Ogni scatto mostrava vita, movimento, luce.

La casa non cè più. I soldi anche. Ma è rimasta la libertà la cosa più preziosa che possedeva. Libertà di essere sé stessa, di vivere come voleva, senza chiedere permessi o guardarsi indietro.

E mi chiedo spesso: se sapessimo che il tempo ci è poco, cosa faremmo? Restare fra le quattro mura, tra le solite cose e le paure? O, forse, finalmente osare vivere non «un giorno», non «dopo», ma ora?

Perché, forse, è proprio lì che sta la vera saggezza: non aspettare la fine, ma accogliere la vita a occhi aperti, proprio come ha fatto lei.

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Quando mia nonna scoprì di essere malata, reagì con una calma inusuale per la maggior parte delle persone. Si sedette in cucina, si preparò un tè, guardò fuori dalla finestra e disse: