Quando mio marito ha detto: “O me o i tuoi gatti”, gli ho dato una mano a fare le valigie – Il mio racconto di libertà, pelosetti e un appartamento nel cuore di Milano

Il mio consorte ha dato un ultimatum: O me o i tuoi gatti!, così gli ho aiutato a preparare la valigia.

Di nuovo i peli! Ma hai visto questa giacca, Caterina? Lho appena ritirata dalla lavanderia ieri e stamattina sembra che abbia dormito in un gattile. Ma quanto a lungo dovrei sopportare tutto ciò?

La voce di Alberto non era solo irritata, aveva quella sfumatura stridula che aveva assunto negli ultimi sei mesi, anche per la cosa più banale. Caterina, che stava girando le frittelle sul fornello, sospirò, spense il gas e si voltò. Alberto era impalato in corridoio, brandendo la giacca blu come lo scettro di un martire, con su il colletto qualche pelo bianchiccio, in effetti.

Dai, Alberto, non urlare così disse lei, asciugandosi le mani sul grembiule con la pazienza di chi ormai ha già ascoltato questa scena troppe volte. Ti ho già chiesto di non lasciare le giacche sulla sedia in salotto, lo sai che Giulio ama dormirci sopra. Mettila subito nellarmadio e vedrai che i peli spariscono. Vieni qui che la pulisco.

Prese il rullo adesivo che troneggiava da mesi sul mobile dellingresso proprio per questi drammi e in pochi passaggi la giacca tornò a brillare. Ma la faccia di Alberto restava imbronciata, anzi, quasi schifata, si scrollò di dosso la giacca come se lei gli avesse fatto un torto personale.

Non è una questione di armadio, Caterina! Il problema è che in questo appartamento non si respira. Quei tuoi… pelosi sono ovunque. Non puoi sederti sul divano, non puoi camminare sul tappeto. Io torno a casa per rilassarmi, non per fare il funambolo fra ciotole, lettiere e tiragraffi. Sei riuscita a trasformare la casa in uno zoo!

Caterina rimase in silenzio, sentendo già salire lormai familiare nodo di tristezza. La nostra casa, ha pure detto. Certo, come no. Il trilocale ampio e luminoso con soffitti alti, nella periferia di Milano, era stato ereditato da Caterina dalla nonna, molto prima che Alberto entrasse in scena. Lui, daltronde, cinque anni fa era arrivato con una valigia e un portatile, nulla più. E ai tempi del corteggiamento, i suoi due gatti il maestoso siberiano Giulio e la timidissima tricolore Mimì gli sembravano addirittura simpatici. Li carezzava, rideva, diceva che i gatti danno calore alla casa.

Poi lidillio era finito, la routine aveva spazzato via i sorrisi e Alberto si era rivelato quanto meno ossessionato dal ordine chirurgico, e decisamente convinto di essere sempre la vittima principale del destino.

Alberto, abbiamo solo due gatti rispose Caterina, tornando in cucina per versargli un caffè. E vivono qui da molto prima di te. Sono parte della famiglia.

Parte della famiglia! sbuffò lui sedendosi a tavola. Sono bestie, Caterina. Mangiapane a tradimento che fanno solo dormire e mangiare. E tra laltro, hai idea di quanto ci costino? Ieri ho visto lo scontrino che hai lasciato vicino alla frutta. Centocinquanta euro! Per crocchette di gatti! E poi mi chiedi di risparmiare sulle vacanze.

È cibo veterinario, Giulio ha i reni delicati, lo sai gli porse la tazzina. E lo pago con il mio stipendio. Non uso i tuoi soldi.

Abbiamo un bilancio comune! sbraitò Alberto, colpendo il tavolo con tale forza da far tintinnare il cucchiaino. Se spendi il tuo per la pappa dei gatti, non ne metti per la spesa. Allora la carne e la verdura tocca a me. È aritmetica!

Caterina guardava quel microbo isterico e non ci vedeva traccia delluomo che una volta le declamava versi e portava fiori. Solo un lagnoso impiegato ossessionato dallo stipendio e con il carisma di un termosifone spento. Sapeva che in ufficio non se la passava bene ristrutturazioni, paura di tagli però la sua frustrazione la riversava sempre solo su di lei e, ovviamente, sulle bestie inermi.

Proprio in quel momento, Giulio entrò in cucina, trotterellando elegante sul parquet; si strofinò contro le sue gambe e miagolò basso, reclamando la colazione.

Fuori! gridò Alberto, dandogli un mezzo calcio.

Il gatto schizzò via, scivolando con le zampette e, nel tentativo di riprendere lequilibrio, graffiò il pantalone del suo persecutore con un tonfo di stoffa stracciata.

Calo di atmosfera. Silenzio cosmico. Alberto guardò i pantaloni con lo sguardo fisso: una piccola ma eloquente voragine sulla lana pregiata.

Basta sibilò con una voce che gelò Caterina. Questa è lultima goccia.

Si alzò in piedi di scatto, facendo cadere la sedia. La faccia imperlava di macchie rosse.

Ho sopportato cinque anni! I peli nella minestra, il tanfo dalla lettiera, le corse notturne! Ma i miei vestiti, NO! Caterina, te lo dico chiaro: O io o i gatti.

Caterina si fermò con le mani strette al petto. Giulio, fiutati guai, era già sparito sotto il divano del salotto. Mimì, che sonnecchiava sulle tende, aveva le orecchie dritte come radar.

Che intendi, Alberto? sussurrò.

Hai capito. Entro stasera, al mio ritorno, i gatti non li voglio più vedere. Dalli a tua madre, a un’amica, buttali in strada, portali in un rifugio, per me uguale. Ma basta. Io sono un uomo, merito rispetto.

Sei serio? cera genuina incredulità. Mi dai lultimatum? Per un paio di pantaloni?

Non per quello! È questione di priorità. Tu vuoi più bene a quei pelosi che a tuo marito. Dimostrami di no. Stasera controllerò.

Prese la 24 ore, lasciò il caffè a metà e uscì sbattendo la porta con tale violenza che dal muro cadde il calendario della Pro Loco.

Caterina rimase immobile in cucina. Nella testa un ronzio, come acufene. Raccolse il calendario e lo rimise al chiodo. Poi sedette e pianse, non dal dolore ma dalla rabbia e dellimpotenza. Ma come si permette? Come puoi chiedere di tradire chi dipende da te? Giulio ha dodici anni, è anziano, ha bisogno di cure; Mimì ha paura della sua stessa ombra, fuori non resisterebbe mezza giornata.

Dal divano sbucò Giulio. Avuta la certezza che il rumoroso era via, le si avvicinò, si drizzò su due zampe, appoggiando le altre sulle sue ginocchia fissandola con occhi paciosi. Poi iniziò a fare le fusa, rumorose e confortanti come una Vespa 50. Caterina affondò il viso nel soffice pelo.

Non vi mollo, tranquilli sussurrò tra le sue coccole. Sciocchezze.

Il giorno passò come in una nebbia. Caterina chiamò in ufficio e prese un giorno di ferie, dichiarandosi indisposta. Non riusciva a lavorare, i pensieri giravano in tondo. Rimestò tra i mobili, annaffiò le piante, pensò, ripensò, ricordò.

Le tornò alla mente di quando Alberto aveva dato un calcio a Mimì nel buio, giurando che era stato un incidente. Ma Caterina aveva visto: laveva vista. Poi ricordò il divieto, sempre imposto da lui, di far dormire i gatti in camera: loro a graffiare la porta, e lei a trattenere le lacrime. E i continui rimbrotti sui soldi, anche se lei guadagnava come lui, e la casa era sua: le bollette le pagava lei.

A ora di pranzo si sentì stranamente lucida, quasi glaciale. Capì che lultimatum di Alberto era il solito test: chi ti chiede di scegliere tra un affetto innocente e il proprio orgoglio non merita nessuna delle due cose. Oggi i gatti, domani una madre anziana, dopodomani lei stessa, se solo si fosse ammalata. Nessuna discussione avrebbe funzionato con uno così.

Guardò lorologio. Le quattro. Alberto sarebbe tornato alle sette: tempo ce nera.

Andò in camera, aprì il guardaroba e tirò fuori il borsone-grande-viaggi del loro viaggio in Sicilia. Lo sgrullò dalla polvere, abbassò la zip. Era pronto a inghiottirsi tutta la roba di uno che non sapeva convivere con due gatti.

Cominciò il trasloco con calma olimpica. Giacche eleganti ripiegate con garbo, camicie ben stirate, maglioni, jeans. Un attimo di panico la colse sto davvero facendo la cosa giusta? Ci si arrende per così poco? Ma poi ricordò il volto freddo di lui, e la parola parassiti. No, non si può dialogare con legocentrismo.

Sistemando calzini e boxer nel tascone laterale, suonò improvvisamente il campanello. Caterina trattenne il fiato: che sia già tornato?! Ma aveva le chiavi… Guardò dallo spioncino. Era la vicina, zia Maria, sempre pronta a chiedere un po di zucchero o meglio, a spettegolare.

Aprì.

Tesoro, tutto a posto? Stamattina il tuo è partito come un razzo; ho sentito urlare mezzo quartiere!

Tutto sotto controllo, zia Maria rispose Caterina con compostezza. Stiamo risolvendo una questione domestica.

Basta che state bene! Se hai bisogno di compagnia, stasera faccio la crostata, passi a prendere un tè?

Grazie… Se riesco, volentieri.

Meglio chiudere prima che la curiosità si facesse pettegolezzo. Caterina tornò a far la valigia. Nel bagno, prese tutti i rimasugli di Alberto: spazzolino, rasoio, dopobarba, deodorante. Tutto dentro la trousse. Scarpe. Gli stivali da trekking, le sneakers, le ciabatte.

Alle sei, nel corridoio troneggiavano due valigioni e una sacca. La casa pareva finalmente più grande, anche se stranamente muta, come alleggerita da un peso o, forse, privata di uninfezione.

Caterina si fece una tisana con la menta, riempì la ciotola dei gatti e si sedette in poltrona, in soggiorno. Giulio si acciambellò davanti ai piedi, Mimì si sistemò a lato.

Alle 19:15 si sentì il rumore della serratura. Caterina rimase impassibile. Entrò Alberto, ansimante probabilmente le scale, visto che lascensore era ancora fuori servizio.

Allora? ecco il suo timbro trionfale dal corridoio. Hai fatto la scelta giusta, amore? Dove sono quei sacchi di pelo? Spero siano già finiti nella pattumiera!

Entrò in salotto senza nemmeno togliersi le scarpe. E si bloccò davanti alla scena.

Caterina sorseggiava tranquillamente il tè. I gatti erano lì, in elegante posa di sfida. Giulio strizzò un occhio, poi tornò a farsi i fatti suoi: la personificazione dellaplomb felino.

Non capisco, la fronte di Alberto si corrugò color prugna Tu… hai sentito quello che ti ho detto? Era chiarissimo: o io o loro. Stai scherzando con il fuoco?

Ti ho sentito benissimo, Alberto replicò lei con la calma di una regina. E ho scelto.

E dove sarebbe la soluzione? Perché quei mostri sono ancora qui?

Perché questa è la loro casa. La tua, invece, è nel corridoio.

Alberto spalancò gli occhi e andò a vedere. Caterina sentì che inciampava nella borsa.

Cosa significa questa roba?! il tono ormai sfiorava i toni delle televendite di Malgioglio.

Tornò nel salotto, ora più smarrito che minaccioso.

Mi hai fatto la valigia? Mi mandi via per due gatti?!

Non li butto per strada, Alberto. Il punto non sono i gatti, è lultimatum. Chi ama non mette nessuno alle strette. Chi ama trova soluzioni, non pretesti per schiacciare gli altri. Vuoi esercitare il potere? Fallo su chi non può difendersi. Ma qui non succede più.

Ma sei fuori di testa! strillò, agitando le mani. Ma chi vuoi che ti pigli adesso? Da sola con i gatti bella prospettiva! Io ti mantenevo, ti sopportavo! Hai bisogno di me, lo vedrai: fra una settimana mi implorerai di tornare!

La casa è mia. Ho un lavoro stabile e stipendiato. Non dovrò più lavare e stirare per un adulto lamentoso, né sentire le tue lagne. Anzi, finalmente mi rilasso davvero.

Ah sì?! fece due passi, ma Giulio saltò in piedi, schiena inarcata, pelo dritto, e soffiò come un idrante. Una scena così non laveva mai fatta: Alberto indietreggiò, preso alla sprovvista.

Ma vai a quel paese! sputò lui, rabbioso. Resta pure con le tue bestie! Mi troverò una donna normale! Rimarrai sola e vecchia, puzzolente di croccantini!

Si fiondò fuori; dallingresso vennero plastiche imprecazioni e il rumore del trolley sulle mattonelle.

Il mio portatile?!

Nella sacca, tasca laterale.

E i documenti?!

Nella cartellina in testa alla valigia. Ho messo anche la tua tazza preferita.

Questo tono gentile lo faceva impazzire più di urla e liti. Se avesse fatto una scenata, probabilmente si sarebbe sentito in controllo. Invece lei restava lì, dura e placida come una colonna toscana.

Trascorse un altro minuto a borbottare nella speranza che Caterina lo fermasse. Ma lei non si mosse.

La porta sbatté. Questa volta in modo definitivo. Il rumore rimbalzò sulle scale e sparì. Si udì il rotolìo nervoso delle valigie fino al portone.

Caterina restò in silenzio, interrogando il proprio cuore. Si aspettava unondata di panico, cordoglio o senso di colpa. Invece, saliva una confortante sensazione di leggerezza, come essersi tolta uno zaino pieno di mattoni dopo anni.

Giulio arrivò, la testolina appoggiata sulla sua mano. Caterina lo grattò teneramente dietro lorecchio.

Allora, difensore? Abbiamo scacciato lo spiritaccio?

Mimì, ormai rassicurata, saltò sulle ginocchia e si arrotolò a ciambella.

Unora dopo squillò il telefonino. Sullidentificativo: Amore mio. Caterina fece una smorfia, bloccò subito la chiamata e rinominò il contatto in Alberto Ex, poi ci ripensò e cancellò proprio il numero.

Andò in cucina, si versò un bicchiere di vino rosso avanzato da Capodanno e si fece un panino con il pecorino. Il cuore era quieto. Sapeva già che domani sarebbe stata dura: magari Alberto avrebbe ricominciato con le telefonate, i ricatti, avrebbe chiesto di dividersi tutto (ma la macchina era sua, presa a rate, gli elettrodomestici li aveva comprati lei). Ma quello era il problema del domani.

Stasera era a casa. La sua vera casa. Dove finalmente poteva appendere la giacca sulla sedia, lasciar cadere qualche briciola senza angoscia e nessuno avrebbe preso a calci un gatto solo perché aveva voglia di coccole.

Il campanello suonò di nuovo. Cate abbozzò una smorfia, ma il tocco era breve, leggero: non poteva essere Alberto.

Aprì. Davanti alla porta, zia Maria, con una teglia ancora calda sotto il canovaccio.

Tesoro, ti ho portato un po di torta salata alla ricotta e spinaci. Ho sentito il trambusto: tuo marito fuori per lavoro, vero?

Caterina guardò la vicina, il dolce profumo, i suoi gatti affacciati in corridoio.

No, zia Maria, sorrise accettando la teglia. Ha cambiato aria, diciamo. Ora cè posto per il tè. E finalmente… si respira.

La serata fu deliziosa: tra chiacchiere e torta, i gatti felici, Caterina si accorse per la prima volta dopo anni che era davvero, meravigliosamente serena. Aveva compreso una grande verità: la solitudine non è stare a casa coi gatti. La vera solitudine è convivere con chi ti spegne ogni giorno un pezzetto di cuore.

Ah, e il giorno dopo fissò un appuntamento per la toeletta felina. Se li meritano eccome: sono stati proprio loro a ripulirle la vita dalla polvere peggiore.

(Se questa storia vi ha fatto ridere, o pensare, fatevi vivi con un commento, un like, un ciao tanto qui adesso, finalmente, regna il silenzio.)Mentre la serata andava avanti, tra una fetta di torta salata e una carezza alla morbida schiena di Mimì, Caterina pensò alla calma di quella casa, a quel silenzio fatto solo di fusa, stoviglie e risate sincere. Osservò lo sguardo affettuoso di zia Maria, sentì la leggerezza tornare, la voglia di sistemare quel vaso di fiori sul tavolo, di aprire la finestra e lasciare entrare la primavera.

Sul divano, Giulio rotolò sulla schiena, chiedendo la pancia; Mimì zampettava dietro una mollica. E Caterina rise, di cuore, per la prima volta dopo secoli, senza nessuno che la giudicasse.

Si rese conto che non era mai troppo tardi per cambiare aria, che liberarsi non vuol dire perdere, ma riprendersi. E che a volte, lamore più puro sta nei piccoli gesti: un musetto bagnato, la vicina con la torta, la consapevolezza che tutto quello di cui hai davvero bisogno alla fine ti resta fedele, anche con una manciata di peli sul cuscino.

La notte calò tranquilla, il cuore di Caterina si distese come la coperta sulla poltrona. Fu allora che pensò che quella serenità non era solitudine, ma libertà: la libertà di essere se stessa, con chi la amava davvero, senza condizioni.

E chiuse gli occhi, sapendo che domani avrebbe ricominciato, a modo suo.

Con i gatti. Con se stessa. Finalmente, leggera.

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