Quando mio marito mi ha detto “O me o i tuoi gatti”, gli ho aiutato a preparare le valigie – Come ho…

Il marito ha lanciato lultimatum: «O me, o i tuoi gatti». E io lho aiutato a fare la valigia.

Guarda qua, Claudia! Pelo, di nuovo pelo! Questo blazer lho appena ritirato dalla lavanderia ieri, e oggi sembra che abbia dormito dentro un rifugio per gatti. Non se ne può più!

La voce di Matteo non era solo infastidita, ma aveva quella tonalità stridula che gli era uscita spesso negli ultimi mesi, anche per le sciocchezze più piccole. Claudia, girando le frittelle che si stavano dorando in padella, sospirò e spense il fornello. Poi si voltò: Matteo era fermo in corridoio, tenendo il blazer blu in maniera teatrale e indicando qualche pelo bianco sul bavero.

Matteo, non urlare così, disse con calma asciugandosi le mani sul grembiule. Ti ho chiesto mille volte di non lasciar le giacche sulla sedia del salotto. Lo sai che Cesare adora dormire là sopra. Appena arrivi, metti subito tutto nellarmadio e il problema non si pone. Vieni, lasciami pulire.

Prese il rullo adesivo che teneva sempre vicino allingresso per queste emergenze, passò due volte sulla giacca: subito tornò perfetta. Ma il viso di Matteo restava tirato. Si scostò quasi con disgusto, come se Claudia gli avesse fatto un torto.

Non è questione dellarmadio, Claudia! Qui non si respira più con questi tuoi animali. Divano pieno di peli. Tappeto idem. Torno a casa e invece di rilassarmi, devo dribblare tra ciotole, lettiere e tiragraffi! Hai trasformato la casa in uno zoo!

Claudia tacque, stringendo la mascella per trattenere il nodo di amarezza che ormai conosceva troppo bene. Questa casa, quella spaziosa trilocale in un palazzo depoca nel quartiere Prati, era sua, ereditata dalla nonna molto prima di conoscere Matteo. Lui era arrivato cinque anni fa con una valigia e il portatile, entusiasta, senza batter ciglio davanti al maestoso Cesare, il soriano, e Amalia, la timida gattina tartarugata. Li coccolava entrambi, trovando che creassero unatmosfera calda, perfetta.

Ma la luna di miele era durata poco. La quotidianità aveva spogliato Matteo dalle sue maniere galanti: voleva ordine da sala operatoria e pretendeva attenzione totale.

Claudia, sono solo due gatti, ribatté pacata tornando in cucina e versandogli il caffè. E loro stavano qui prima di te. Sono parte della famiglia.

Famiglia!? sbuffò sedendosi. Sono parassiti, altroché. Solo a mangiare e dormire son buoni. Hai visto quanto costa il loro mangime? Ho controllato lo scontrino che hai lasciato sul tavolo: centocinquanta euro! Per croccantini da gatti! E io? Per le vacanze mi dici di risparmiare.

Sono croccantini speciali. Sai che Cesare ha i reni delicati, replicò allungando la tazzina. E pago tutto con il mio stipendio. I tuoi soldi non li tocco.

Il bilancio è comune! urlò, sbattendo la mano sul tavolo così forte che la cucchiaino balzò nella tazzina. Se li spendi per i gatti, non li spendi per noi. A me tocca comprare carne e verdura. È matematica!

Claudia lo fissava senza riconoscere più in lui luomo che le regalava poesie e rose. Sapeva dei suoi problemi al lavoro ristrutturazione e rischio licenziamento, teorie ansiose ma se la prendeva sempre con lei e con quelle creature innocenti.

Fu allora che Cesare si infilò in cucina, maestoso, sconfinando con le sue zampone sul parquet. Si strusciò alle gambe della padrona, miagolando piano.

Via! gridò Matteo, scalciando.

Il gatto, spaventato, scivolò e nel tentativo di aggrapparsi, artigliò la gamba del pantalone di Matteo. Un rumore di stoffa strappata echeggiò nella stanza.

Per un istante tutto rimase immobile. Matteo guardò i pantaloni: una bella smagliatura proprio sopra il ginocchio.

Basta, mormorò con una voce così tesa che a Claudia venne un brivido freddo. Questa è la goccia che fa traboccare il vaso.

Si alzò scalciando via la sedia, tutto paonazzo.

Ho sopportato per cinque anni! Pelo nella zuppa, odori strani nel bagno, corse notturne sul parquet! Ma i miei vestiti?! Claudia, adesso basta.

Lei rimase ferma, le mani strette al petto. Cesare, fiutando il pericolo, corse sotto il divano. Amalia, che dormicchiava sul davanzale, rizzò le orecchie.

Qual è il problema, Matteo? domandò piano.

O me o questi bestie, scandì, fissandola negli occhi. Scelga. Quando torno stanotte, non voglio più vederli qui. Regalala a tua madre, buttali fuori, rifilali a un gattile non mi interessa. Ma con loro non ci vivo più. Sono un uomo: pretendo rispetto!

Sul serio? Claudia non credeva alle sue orecchie. Mi stai davvero mettendo davanti a questa scelta? Per via di un paio di pantaloni?

Non è per i pantaloni! È per come li metti davanti a me! Ami più quei pulciosi che tuo marito. Vediamo stasera che scegli.

Prese la borsa, lasciò il caffè, e uscì con uno schianto che fece tremare i vetri.

Claudia rimase immobile in cucina, nella testa un ronzio continuo. Raccolse il calendario piombato a terra e lo riappese, poi si lasciò cadere sulla sedia, in lacrime. Non per dolore, più per delusione e rabbia sorda. Come può qualcuno obbligarti a tradire chi vive di te? Cesare aveva dodici anni, ormai vecchietto; Amalia aveva paura di tutto, non sarebbe sopravvissuta nemmeno un giorno per strada.

Da sotto il divano sbucò Cesare. Si rassicurò vedendo che il rumoroso era andato, saltò sulle ginocchia della padrona e cominciò a fare le fusa, forte, consolatorio. Claudia affondò la faccia nel suo pelo fitto.

Non vi abbandonerò mai, sussurrò. Che assurdità.

La giornata passò senza senso. Claudia chiamò in ufficio, chiese un permesso, incapace di lavorare. Camminava in giro, sistemando cose, annaffiando le piante, persa nei pensieri.

Ricordava quando Matteo aveva dato un calcio ad Amalia sei mesi prima perché lei gli era passata davanti al buio, mentendo che non lavesse vista. Ricordava il divieto di far entrare i gatti in camera da letto: li sentiva raspare la porta, ignari del perché fossero esclusi. I continui rimproveri sulle spese, benché lei pagasse bollette e la casa fosse la sua.

A pranzo la mente si fece limpida. Capì che ultimatum non era un capriccio del momento ma la cartina di tornasole della loro relazione. Una persona che ti chiede di scegliere tra lamore e la responsabilità verso chi dipende da te, non merita nessuna delle due cose. Oggi erano i gatti, domani sua madre anziana, dopodomani lei stessa, se qualcosa fosse andato storto.

Guardò lorologio: erano le quattro. Aveva tre ore. Andò in camera, prese dal ripiano il grande trolley con cui erano stati in Sicilia. Lo aprì, lo spolverò e cominciò, meticolosa, a piegare vestiti: prima i completi, poi le camicie, i maglioni, i jeans.

Le venne un attimo di esitazione. Stava facendo la cosa giusta? Forse era una crisi, bastava parlare? Ma le ritornarono in mente quegli occhi stamattina, freddi, sprezzanti. “Parassiti inutili.” Di compromessi non ce nerano, non con legoismo.

Sistemava calzini e biancheria nelle tasche, quando suonarono. Un sussulto: fosse tornato? Ma aveva le chiavi. Guardò dallo spioncino: era la signora Lucia, la vicina del quinto piano, sempre pronta a chiacchierare.

Aprì.

Claudietta! Tutto bene? Stamattina il tuo sembrava una furia con la valigia Tutto ok?

Tutto bene, signora Lucia, rispose serena. Solo questioni di casa.

Eh, menomale. Sembravi pallida. Stasera passa per un tè, ho rifatto la crostata.

Volentieri, grazie mille.

Richiuse e finì le valigie: spazzolino, rasoio, profumo, tutto nella trousse. Scarpe quelle da ginnastica, stivali, pantofole nellaltra borsa.

Alle sei il corridoio era pieno di valigie e una sacca sportiva. La casa sembrava più grande, meno soffocante, quasi guarita.

Claudia si fece un tè alla menta, riempì le ciotole dei gatti, si sedette sulla poltrona del soggiorno. Cesare si stiracchiò ai suoi piedi, Amalia si acciambellò sul bracciolo.

Alle 19:15, sentì il chiavistello. Non si mosse. Sentì la porta aprirsi, passi pesanti: sicuramente, pensò, lascensore di nuovo rotto e lui aveva fatto le scale.

Allora? la voce arrogante arrivò dallingresso. Pareva convinto di aver vinto. Hai scelto bene, vero? Dove sono quei sacchi di pelo? Spero già buttati!

Entrò e si bloccò, ancora con le scarpe.

Claudia era sulla poltrona con la tazza in mano. Cesare, regale, leccava una zampa senza degnare Matteo di uno sguardo.

Non capisco Matteo, stizzito, si rabbuiò. Che giochi fai? Ti ho detto: o me o loro. Che fai, sfidi la sorte?

Ho capito benissimo, Matteo, disse posando la tazza. E ho scelto.

E la mia scelta dovè? Perché queste bestiacce sono ancora qui?

Perché questa è casa loro. La tua scelta è in corridoio.

Matteo, sbigottito, si voltò e la sua voce si incrinò nel vedere i bagagli pronti.

Hai fatto le valigie per me? Mi butti fuori?! Per dei gatti?!

Non per loro, Matteo. Perché mi hai costretta a scegliere. Chi ama non impone scelte. Chi ama cerca soluzioni. Tu volevi solo dominarmi, mostrare la tua forza Sì, ma su una donna e due mici? Non è forza, è insicurezza.

Sei matta! urlò, sbracciandosi. Quarantanni, con i gatti in dote? Chi ti vorrà mai! Ti mantenvo io! Ma vedrai, dopo una settimana sarai in ginocchio a supplicarmi! Da sola che fai?

La casa è mia, lavoro e stipendio pure, iniziò elencando sulle dita. Non dovrò più cucinare, lavare, pulire dietro a un adulto. Nessuno mi farà più innervosire. Non credo che mi mancherai, anzi, magari ora mi riposo.

Ah sì?! fece per avvicinarsi, ma Cesare saltò su, arcuò il corpo e soffiò, pelliccia irta. Matteo indietreggiò, perplesso.

Va al diavolo! sbraitò. Goditi la solitudine coi tuoi pulciosi! Trovo subito una vera donna che mi rispetta! Tu morirai sola qui dentro!

Sbatté la porta del corridoio. Claudia sentì armeggiare con le valigie.

Il mio portatile dovè?

Nella sacca laterale, rispose.

E i documenti?

In cima alla valigia. Non ho dimenticato nemmeno la tua tazza preferita.

La calma glaciale di Claudia lo innervosiva di più. Se avesse pianto o urlato, si sarebbe sentito vincitore. Ma quella freddezza lo demoliva.

Rumorò ancora un po nella speranza che lei apparisse piangente o pentita. Invece, Claudia non si mosse.

La porta dingresso sbatté forte, rimbombando sulle scale. Silenzio, poi solo il rumore delle rotelle sul pavimento. Era finita.

Claudia rimase nella quiete, ascoltando: nessun dolore, né paura, né rimorso. Solo un senso di leggerezza tiepida, come aver posato uno zaino pieno di sassi dopo una lunga salita.

Cesare le si strusciò tra le mani, lei lo accarezzò sulla testa.

Eh, protettore mio, sorrise. Via lo spirito cattivo, eh?

Amalia, incoraggiata, si accoccolò sulle sue ginocchia.

Unora dopo squillò il cellulare: “Amore”. Claudia fece una smorfia, premette subito “blocca” e cambiò il nome in Matteo Ex. Dopo pochi istanti, cancellò il numero.

Andò in cucina, si versò un bicchiere di vino quello tenuto in credenza da Capodanno e si preparò un panino con parmigiano. Si sentiva serena. Sapeva che forse domani Matteo avrebbe fatto storie, richiamato, chiesto incontri, voluto spartire chissà che (non avevano praticamente niente in comune: lauto era in leasing solo a nome suo, gli elettrodomestici di Claudia da prima del matrimonio). Ma quello era un problema del domani.

Ora era a casa. La sua. Dove puoi lasciare una giacca sulla sedia, mangiare in salotto, lasciare briciole, e nessuno calcia un gatto in cerca daffetto.

Suonò di nuovo il campanello. Claudia si rigidì ma sentì che era un trillo breve, gentile. Non era Matteo.

Aprì: la signora Lucia con un piatto coperto da un canovaccio.

Claudietta, ho preparato una torta salata, ancora calda. Ho sentito pure io tutto quel trambusto col trolley Tuo marito è partito per lavoro?

Claudia guardò la vicina, la torta profumata, poi i gatti curiosi affacciati.

No, signora Lucia, sorrise accogliendo il vassoio. Non è partito per lavoro. È proprio andato via. Per sempre. Venga, resti a prendere un tè con me: ora la casa è grande e finalmente silenziosa.

Fu una serata perfetta: tè, torta, i gatti a fare le fusa. Per la prima volta in cinque anni, Claudia si sentì felice davvero. Capì una cosa semplice: la vera solitudine non è stare a casa con due gatti, ma vivere accanto a chi di te non gliene importa niente, costretta ogni giorno a rinunciare a te stessa per piacere a lui.

E il giorno dopo, effettivamente, li portò tutti e due dal toelettatore. Che siano splendidi, si meritavano un regalo, perché grazie a loro aveva finalmente pulito la propria vita dalla vera, inutile zavorra.

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