Quando ospiti tuo padre… e ti ritrovi una “matrigna” invadente sul divano italiano: la storia di Cristina tra antiche tende, vasi di plastica e confini familiari nel cuore di Milano

Con i miei guai ci ho rimesso la testa

Papà, che cos’è tutta questa roba nuova? Hai svaligiato una bottega d’antiquariato? Mi sono fermata sulla soglia della mia camera, alzando un sopracciglio davanti al centrino bianco alluncinetto appoggiato sul mio comò. Non sapevo che tu avessi la passione per le antichità. Il tuo gusto somiglia molto a quello della nonna Zia…

Oh, Caterina? Ma come, sei arrivata senza avvisare? Papà, Piergiorgio, sbucò dalla cucina. Io… cioè, noi… non ti aspettavamo…

Cercava di apparire allegro, ma aveva lo sguardo di chi la sa lunga e deve confessare qualcosa.

Sì, si vede che non mi aspettavi, sbuffai entrando in salotto, dove mi aspettava una scena surreale. Papà… ma che succede qui? Da dove vengono tutte queste cose?

Non riconoscevo più la mia casa.

Quando lho ricevuta dalla nonna, sembrava una grotta cupa: mobili degli anni 70, un televisore pancione su una base scrostata, termosifoni arrugginiti, la carta da parati sollevata… Ma era il mio piccolo regno.
Avevo messo da parte qualche risparmio, sapevo già come investirli: una ristrutturazione seria, niente mediocrità. Ho scelto lo stile scandinavo: colori chiari, sobrietà. Tutto era pensato per rendere il mio bilocale luminoso e armonioso. Ci avevo messo anima e cuore, scegliendo con cura le tende, i tappeti morbidi…

Adesso, invece, le tende pesanti che filtravano la luce erano state sostituite da un anonimo tulle di nylon. Il divano italiano stava scomparendo sotto un copriletto di peluche con una tigre ringhiante. Sul tavolino troneggiava un vaso di plastica rosa, con fiori finti altrettanto fluorescenti.

Ma il peggio erano gli odori. Laria della cucina era impregnata di frittura e pesce; si sentiva il puzzo di sigaretta. Eppure papà non ha mai fumato…

Caterina, capisci… finalmente si decise Piergiorgio. C’è una cosa… Non sono solo. Avrei dovuto dirtelo prima, ma non sapevo come…

Cosa vuol dire “non sei solo”? chiesi interdetta. Papà, avevamo un accordo!

Dai, Caterina, tua mamma non è stata lultima donna della mia vita. Ho ancora tanta strada davanti, non sono mica in pensione. Non avrò forse diritto a rifarmi una vita?

Mi paralizzai dalla sorpresa. Certo che ne ha diritto. Ma non in casa mia!

I miei si erano separati un anno fa. Mamma aveva accettato il tradimento con una serenità quasi zen, e si era buttata su hobby e amicizie; di amiche ne aveva talmente tante che non cera neanche tempo per la tristezza.
Papà, invece, era rimasto distrutto. Si era rifugiato nellappartamento che aveva comprato prima del matrimonio, ma era rimasto sotto shock: laveva affittato per dieci anni, poi uno degli inquilini aveva dimenticato una sigaretta accesa. Non aveva soldi per rimetterlo a posto e finì per ignorarlo. Non laveva mai venduto, ma nemmeno lo considerava vivibile.
E aveva ragione: pareti nere di fuliggine, finestre rotte, muffa ovunque. Un incubo.

Caterina, non so come farò… mi aveva detto tempo fa, sconsolato. Qui non si può vivere, a rimettere tutto ci metterei mesi e non ho abbastanza soldi. Se devo congelarmi, pazienza… forse è destino.

Non avevo resistito. Non potevo lasciare papà così, abbandonato. E se gli succedeva qualcosa? Ormai vivevo dal mio compagno, visto che la mia casa era vuota. Dopo la sua pessima esperienza con gli affitti, non volevo darla a sconosciuti.

Papà, vieni a stare da me per un po, gli avevo detto. È pronta, hai tutto quello che serve. Quando hai tempo, metti a posto la tua e poi torni. Cè solo una condizione: niente ospiti.

Davvero posso? aveva domandato, commosso. Grazie, Caterina. Mi salvi la vita. Prometto che sarà tutto silenzioso e tranquillo.

Tranquillo. Certo.

Mentre ripensavo a quella promessa, si spalancò la porta del bagno, lasciando uscire una nuvola di vapore. Ne uscì una donna sui cinquantanni, che camminava con la sicurezza di chi è di casa. Indossava la mia vestaglia di spugna preferita, che a fatica copriva le sue rotondità.

Oh, Piergiò, abbiamo compagnia? chiese con voce roca e ridendo sotto i baffi. Potevi almeno avvisare, sono in tenuta casalinga.

E lei chi sarebbe? domandai, stringendo gli occhi. E perché ha la mia vestaglia addosso?

Sono Gianna, la donna del tuo papà. E certo che lho presa! Stava lì, senza fare nulla.

Mi si è gelato il sangue nelle vene.

La tolga subito, feci tra i denti.

Caterina! intervenne papà, parandomi davanti. Non fare storie! Gianna ha solo…

Gianna si è messa una cosa che non le appartiene, in una casa che non è la sua! lo interruppi. Ho capito, papà: hai portato qui la tua compagnia, e le permetti anche di frugare tra le mie cose!?

Gianna alzò gli occhi al cielo e si piombò sul copriletto con la tigre, da vera padrona del salotto.

Ma che maleducata, sentenziò. Io se fossi Piergiorgio ti darei una lezione, indipendentemente dalletà. Come parli con tuo padre? Il fatto che lui voglia vivere con una donna diversa non deve riguardarti, tesorina.

Rimasi imbambolata. Una sconosciuta mi rimproverava seduta sul mio divano.

Non dovrebbe, ribattei fintanto che non succede a casa mia.

Davvero “casa tua”? Gianna guardò papà, aspettandosi chiarimenti.

Papà era inchiodato contro il muro, pallido come uno straccio, impietrito tra la furia mia e limpudenza di Gianna. Sperava probabilmente di svignarsela senza conseguenze, ma ormai era troppo tardi.

Ah! Papà non ha detto nulla? sorrisi gelida. Allora lo dico io. Lui qui è ospite, capito? La casa è mia, ogni cosa qui è mia. Lho lasciato vivere qui, non immaginavo che ci avrebbe portato… amanti.

Gianna divenne paonazza.

Piergiorgio?… il suo tono era tagliente. Ma non mi avevi detto che era casa tua? Mi hai mentito?

Papà cercava di nascondersi tra le fantasie della carta da parati. Gli bruciavano le orecchie di vergogna.

Ehmm… Gianna, non volevo farti pesare il dettaglio. Ho una casa, sì, ma non questa. Non volevo farti problemi.

“Problemi”? Grazie! Ora devo sentirmi dire qualcosa da questa qui!

Avevo perso la pazienza.

Fuori, dissi, ferma.

Scusa? balbettò Gianna.

Fuori tutti e due. Vi do unora. Fra unora, se siete ancora qui, intervengo legalmente. Mi sa che lospitalità me la sono giocata…

Mi avviai verso la porta, ma papà mi afferrò il braccio.

Caterina! Vuoi davvero mettere tuo padre per strada? Lo sai comè messa la mia casa! Qui rischio di morire!

Mi strinse la manica e per un secondo tornai bambina. Mi venne un nodo alla gola: ricordi, dovere, pena per mio padre quasi anziano…

Ma guardai Gianna, seduta sfrontata e sprezzante, con la vestaglia addosso e un odio che mi perforava. Se avessi lasciato correre, il giorno dopo avrebbe cambiato la serratura e tappezzato le pareti.

Papà, sei adulto. Prendi in affitto da solo, replicai liberando la mano. Te la sei cercata. Avevamo dei patti: dovevi stare da solo, invece hai portato una sconosciuta, le hai permesso di usare le mie cose e di rovinare la casa…

Oh, tieniti la tua casa! mi interruppe Gianna. Piergiò, andiamo! Meglio stare lontani da gente così. Sei riuscito a crescere una figlia ingrata…

Mezzora di valigie e tutto era risolto. Papà uscì in silenzio, curvo come un vecchio. Non scorderò mai il suo sguardo da cane bastonato cacciato sotto la pioggia. Ma questa volta sono rimasta ferma. Non ho fatto una piega.

Appena se ne andarono, aprii le finestre per cacciare puzzo di pesce e fumo. Presi la vestaglia, il copriletto e tutte le cose che Gianna aveva lasciato: tutto in pattumiera. Il giorno dopo chiamai le pulizie e il fabbro per cambiare le serrature. Mi faceva schifo toccare oggetti toccati da quella donna.

Sono passati quattro giorni.

Ora nella mia casa non cè più nulla di estraneo. Niente fiori finti, niente odori nauseabondi. Certo, io vivo con il mio compagno, ma sapere che la casa è tornata “mia” mi fa respirare.

Con papà non parlo più. Il quarto giorno ha chiamato lui.

Pronto? risposi, esitante.

Caterina… disse, con la voce stanca dallalcol. Sei contenta? Gianna se nè andata. Mi ha mollato

Ma guarda che novità, non riuscivo a trattenermi. Fammi indovinare: lha fatto appena vista la tua vera casa e capito che cera da lavorare duro?

Papà si soffiò il naso.

Sì… Ho messo una stufetta. Dormiamo su un materasso gonfiabile. Lei ha resistito tre giorni… Poi ha detto che sono un poveraccio e un bugiardo. Ha raccolto i suoi vestiti ed è andata dalla sorella. Mi ha detto che ha solo perso tempo… Ma noi ci amavamo, Caterina!

Papà, non era amore. Tu cercavi una sistemazione, lei anche. Siete solo stati poco furbi.

Silenzio. Sapevo che aveva altro da dire.

Qui da solo sto male, Caterina, confessò infine. Ho paura… Posso tornare da te? Giuro che stavolta starò da solo!

Abbassai lo sguardo. Papà stava lì, nella sua rovina e nel freddo che si era costruito da sé: aveva tradito mamma, mentito a me, imbrogliato Gianna.

Mi dispiaceva, sì. Ma la pena non porta a niente di buono.

No, papà. Non torno indietro. Chiama qualcuno, ristruttura. Impara a vivere con quello che hai creato. Lunico aiuto che posso darti è consigliarti dei bravi operai. E basta. Se ti serve, chiamami.

Poi ho chiuso la chiamata.

Sono stata troppo dura? Forse. Ma non voglio più nessuno che lasci macchie sulla mia vestaglia o nella mia anima. Ci sono sporchezze che non si eliminano: basta non farle entrare.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

20 − 14 =

Quando ospiti tuo padre… e ti ritrovi una “matrigna” invadente sul divano italiano: la storia di Cristina tra antiche tende, vasi di plastica e confini familiari nel cuore di Milano