Quando portavano fuori Leonarda Ricci dalla clinica ostetrica di Via Garibaldi, lostetrica disse alla madre: Che bambina grande. Sarà una forza della natura. La madre non rispose. Già allora guardava il fagottino come se fosse unaltra, non sua figlia.
Leonarda non divenne affatto una forza della natura. Divenne di troppo. Di quelli, sapete, che li metti al mondo ma poi non sai dove metterli.
Ancora la tua strana bambina seduta nella sabbiera, a spaventare tutti gli altri! strillava dal balcone al secondo piano la signora Lidia, paladina delle regole condominiali e voce inarrestabile della giustizia del cortile.
La madre di Leonarda, donna stanca dallo sguardo spento, replicava a denti stretti:
Se non le piace, non guardi. Non dà fastidio a nessuno.
E davvero, Leonarda a nessuno dava fastidio. Era grande, scomposta, la testa sempre china, le braccia lunghe penzoloni come fili di panni bagnati. A cinque anni non parlava. A sette si limitava a mugugnare. A dieci iniziò a parlare, ma tanto che si faceva meglio a star zitti: voce rauca, spezzata.
A scuola la misero nel banco in fondo. Gli insegnanti sospiravano, osservando i suoi occhi vuoti.
Ricci, ma almeno mi ascolti? domandava la professoressa di matematica picchiettando il gesso sulla lavagna.
Leonarda annuiva. Lei ascoltava. Solo che non vedeva il motivo di rispondere. A che serviva? Avrebbero messo comunque il minimo, solo per non sbilanciare le statistiche.
I compagni non la picchiavano: ne avevano paura. Leonarda era robusta come un vitello giovane. Ma nemmeno le stavano amiche; la evitavano come si evita una pozzanghera profonda. Con schifo, in arcata.
A casa non andava meglio. Il patrigno, entrato quando Leonarda aveva dodici anni, aveva subito chiarito:
Che non la voglio vedere in giro quando torno dal lavoro. Mangia tanto e non rende niente.
E Leonarda spariva. Vagava tra i cantieri, si sedeva nei seminterrati. Aveva imparato a essere invisibile. Era la sua unica vera abilità: fondersi con i muri, con il cemento grigio, con lo sporco sotto le scarpe.
Quella sera, quando la sua vita cambiò, piovigginava unacquetta sottile e fastidiosa. Leonarda, ormai quindicenne, sedeva sulle scale tra il quinto e il sesto piano del palazzo. Andare a casa non si poteva cerano gli amici del patrigno, quindi rumore, fumo e forse qualche schiaffo volante.
La porta dellappartamento di fronte scricchiolò. Leonarda si ritrasse nellangolo, quasi volesse scomparire.
Uscì la signora Agata Fiorentini. Una donna sola che a vederla poteva avere sessantanni passati, anche se si portava con fierezza dritta da quarantenne. Tutto il cortile la considerava stramba. Non sedeva mai a chiacchierare sulle panchine, mai un commento sul prezzo del pane, e passeggiava sempre a schiena dritta.
Guardò Leonarda. Non con pena, né con disgusto. Piuttosto con interesse, come si osserva un meccanismo rotto, calcolando se si possa aggiustare.
Che ci fai qua? chiese. La sua voce era bassa, autoritaria.
Leonarda tirò su col naso.
Così.
Così nascono solo i gatti, tagliò corto la donna. Hai fame?
Leonarda aveva fame. Sempre affamata, il corpo in crescita chiedeva carburante, e il frigorifero di casa poteva benissimo essere un rudere per topi: vuoto.
Allora? Io non chiedo due volte.
Si alzò, stirandosi goffamente in tutta la sua statura, e la seguì.
Lappartamento della signora Agata era diverso da tutti. Libri ovunque. Sulle mensole, per terra, sulle sedie. Odore di carta vecchia mescolato a qualcosa di buono, di carne.
Siediti, disse, indicando uno sgabello. Prima lavati le mani. Lì cè il sapone di Marsiglia.
Leonarda obbedì. Agata le mise davanti un piatto di patate e spezzatino. Spezzatino vero, a pezzi grandi. Non ricordava lultima volta che aveva mangiato carne vera non würstel o mortadella, ma carne.
Mangiava in fretta, quasi inghiottendo i pezzi. Agata la fissava tenendo il viso in una mano.
Dove corri? Nessuno te lo prende. Mastica, almeno lo stomaco non ti maledirà.
Leonarda rallentò.
Grazie, borbottò, passandosi la manica sulla bocca.
Non con la manica! A cosa pensi che servano i tovaglioli? e le spinse il pacchetto. Sei proprio selvatica, ragazza. Ma tua madre dovè?
A casa. Con il patrigno.
Ho capito. Sei di troppo anche a casa.
Lo disse talmente semplice che Leonarda non si offese nemmeno. Era un dato di fatto. Come oggi piove, o il pane costa di più.
Senti, Ricci, continuò dimprovviso, dura. Hai due possibilità: lasci che la vita ti scivoli addosso e ti perdi a vagare per i vicoli, o ti dai una svegliata. Hai forza, si vede. Ma la testa grossomodo vuota.
Sono scema, ammise Leonarda. Così dicono a scuola.
Lì dicono di tutto. Quella è una scuola per mediocri. E tu non sei mediocre. Sei diversa. Queste mani da dove ti vengono?
Leonarda guardò i suoi palmi, larghi e segnati.
Non lo so.
Lo scopriremo. Domani torna qui. Il rubinetto perde, me lo sistemi. Mica chiamo un idraulico che costa un occhio! Gli attrezzi ce li ho io.
Da quel giorno Leonarda cominciò a frequentare Agata quasi ogni sera. Allinizio riparava i rubinetti, poi le prese, poi persino le chiavi delle porte. Le sue mani erano davvero doro: sentiva i meccanismi, li capiva non con la mente, ma con listinto animale.
Agata non si inteneriva. Insegnava. Dura, esigente.
Non così! comandava. Chi tiene così il cacciavite, come fosse un cucchiaio? Fai leva, forza!
E le dava una bacchettata sulle nocche con una riga di legno. Faceva male, eccome.
Le dava libri. Non libri di scuola, ma di vita. Su chi aveva resistito a tutto, viaggiatori, inventori, pionieri.
Leggi, diceva. Il cervello deve funzionare, sennò si arrugginisce. Ti credi speciale? Ce ne sono stati milioni come te. E sono sopravvissuti. Tu non puoi essere peggio.
Piano piano Leonarda imparò la sua storia. Agata aveva lavorato una vita intera come tecnico in una fabbrica. Il marito era morto presto, mai figli. La fabbrica chiuse negli anni novanta, lei campò con la pensione e qualche traduzione tecnica. Ma non si era spenta. E neanche ne era uscita cattiva. Seria, dritta, sola.
Io non ho nessuno, disse un giorno. E tu, considera, nemmeno. Ma non è la fine. È linizio. Capisci?
Leonarda non capiva molto, ma annuiva.
Quando Leonarda compì diciotto anni e giunse il momento della naja, Agata la chiamò per una chiacchierata importante. Mise sulla tavola roba da festa: crostate, confettura.
Ascolta, Leonarda, la chiamò per la prima volta col nome intero. Non tornare qui. Questa palude ti inghiotte. Qui non cambia niente: stesso cortile, stesse facce, stessa miseria. Finisci il servizio, poi vai via. Al nord, ai cantieri, dove vuoi. Ma qui mai più. Capito?
Capito, rispose Leonarda.
Prendi qui, le mise in mano una busta. Ci sono quindicimila euro. Tutto quello che ho messo da parte. Ti bastano per un po, se fai attenzione. E ricordati: non devi niente a nessuno, solo a te stessa. Diventa una persona, Leonarda. Non per me. Per te.
Leonarda voleva rifiutare. Dire che non avrebbe preso i suoi ultimi soldi. Ma guardando nei suoi occhi severi e determinati, capì che era impossibile. Era lultimo insegnamento. Lultimo ordine.
Se ne andò.
E non tornò mai più.
Passarono ventanni.
Il cortile era cambiato. I vecchi pioppi abbattuti, tutto coperto dasfalto a mo di parcheggio. Le panchine di ferro, scomodissime. Ledificio invecchiato, la facciata scrostata ancora dritta, come un vecchio a cui nessuno offre alternativa.
Davanti al palazzo si fermò un SUV nero, massiccio. Scese una donna alta, larga di spalle, con un cappotto elegante ma sobrio. Il viso deciso, la pelle segnata dal vento gelido delle montagne, ma lo sguardo sereno e sicuro.
Era Leonarda Ricci. Leonarda Maria, come la chiamavano ora i suoi dipendenti. Proprietaria di una società edile tra la Lombardia e il Piemonte. Ottanta dipendenti, tre grandi cantieri, fama di persona seria.
Era partita da zero nei cantieri del nord. Prima manovale, poi caposquadra, infine direttrice. Studiando la sera, prese il diploma tecnico. Rischiò, investì, perse due volte, tornò due volte in piedi. I quindicimila euro dati da Agata le erano serviti allora, ma da tempo li aveva resti spediva soldi ogni mese, anche se Agata si infuriava e minacciava di restituirli. Ma li accettava.
Poi le rimesse cominciarono a tornare indietro, con scritto destinatario sconosciuto.
Guardò le finestre del quinto piano. Buie.
Giù nel cortile cerano donne, nuove, mai viste. Le vecchie ormai tutte andate.
Scusi, chiese Leonarda a una, sapete chi abita in quarantacinque? La signora Agata Fiorentini?
Le donne si animarono. Un personaggio simile, con una macchina così!
Oh, cara, Agata abbassando la voce: Non sta bene, ha perso la memoria, si confonde. Ha firmato casa a certi parenti sconosciuti, ora Lhanno portata in un paesino, credo. Anna, ti ricordi dove?
A Rovere forse, rispose unaltra. Una vecchia casa. Un nipote spuntato da nulla Ma quale nipote, se era sempre sola! Fatto sta che la casa, la stanno già vendendo.
Leonarda sentì un gelo dentro. Era uno schema che conosceva bene: trovano anziani soli, si fanno intestare tutto, poi li parcheggiano chissà dove. Poi, se va bene, li parcheggiano e basta.
Rovere dovè?
Oltre il paese grande, quaranta chilometri. La strada è messa male, però con una macchina così ci arriva.
Leonarda risalì a bordo e partì.
Rovere era ormai un borgo morente; tre viuzze, mezza in rovina, la strada infangata dalla pioggia. Vivevano là solo anziani e alcune famiglie che non avevano altro.
Leonarda individuò la casa per descrizione degli abitanti. Un casone smunto, recinto caduto, fango ovunque. Panni lisi stesi su uno spago.
Sulla soglia un uomo, trascurato, maglia sudicia, lo sguardo spento di chi beve sin dal mattino.
Cercava qualcosa, signò? Si è persa?
La signora Agata Fiorentini?
Chi? Mai sentita. Vada via.
Leonarda non perse tempo. Entrò e, con uno scatto, lo spostò come niente fosse. Quello rimase spiazzato.
Dentro puzza di muffa e vecchio. Nella stanza accanto: piatti sporchi, bottiglie vuote. Nella camera
Sul letto di ferro giaceva Agata. Minuscola, secca. I capelli arruffati, la pelle grigia. Ma era lei. La sua Agata; quella che le aveva insegnato a tenere il cacciavite, a credere in sé. Quella che le aveva dato tutto.
Chi cè? sussurrò Agata, la voce debole e rotta.
Sono io, Agata. Leonarda. Ricci. Ti ricordi? Quella che sistemava i rubinetti.
Agata la guardò a lungo, sbattendo le palpebre per mettere a fuoco. Poi negli occhi le brillò una lacrima.
Leonarda Sei tornata Credevo daver sognato. Sei diventata grande. Sei una persona
Lo sono, Agata. Grazie a te.
La avvolse nella coperta e la sollevò in braccio. Dal suo corpo emanava odore di malattia, ma anche quello di carta vecchia e sapone di Marsiglia.
Dove andiamo? chiese con timore.
A casa. Da me. Là cè caldo. Ci sono i libri. Ti piacerà.
Alluscita, luomo cercò di fermarla:
Dove la porta? Mi lasci i documenti! Questa nella casa me laveva intestata e io mi sono preso cura di lei!
Leonarda lo fissò, calma ma inflessibile. Luomo impallidì.
Tutto quello che hai da dire lo spiegherai ai miei avvocati. Se lhai imbrogliata, lo scopriremo. Alla polizia e alla procura ci penserai tu. Intanto lascia stare.
Luomo annuì, ingoiando la paura.
Ci volle tempo: perizie, giudici, carte. Sei mesi per dichiarare nullo latto di donazione Agata non era in condizioni di firmare. Luomo risultò un truffatore abituale, finì ai domiciliari. Casa restituita.
Ma ad Agata la vecchia casa non serviva più.
Leonarda costruì una casa vera. Grande, di legno, alla periferia di Brescia. Non un villone, ma una casa robusta, di larice, con il camino e grandi finestre.
Agata stava nella stanza più luminosa, al piano terra. Medici migliori, infermiera, cucina sana. Ripresasi, le guance tornarono rosee. La memoria non si riebbe del tutto confondeva date e volti ma il carattere rimase. Ricominciò a leggere, sebbene con occhiali spessi. Ricominciò a dirigere e a rimproverare la donna delle pulizie.
Che è quella ragnatela nelangolo? Qui è casa o porcilaia?
E Leonarda sorrideva.
Ma non si fermò qui.
Un giorno tornò dal lavoro con un ragazzo. Esile, spigoloso, lo sguardo impaurito di chi ha sempre dovuto difendersi. Una cicatrice sulla guancia, abiti troppo larghi.
Ecco, Agata, disse Leonarda entrando in salotto. Ti presento Marco. Si è presentato al cantiere. Non ha dove stare, cresce in orfanotrofio da sempre. Ha le mani doro e la testa un po in aria.
Agata posò il libro, aggiustò gli occhiali, scrutò Marco dalla testa ai piedi.
Che stai lì impalato? domandò con voce roca. A lavarti le mani, su. Qua si mangiano polpette oggi.
Marco sussultò, guardò Leonarda. Leonarda sorrise appena e fece cenno di sì.
Un mese dopo, arrivò una ragazza. Bianca. Dodici anni, zoppicante, occhi bassi: Leonarda ne aveva ottenuto laffidamento madre privata dei diritti per alcolismo e violenze.
La casa si riempiva. Non era beneficenza da vetrina. Era famiglia. La famiglia di chi non serve a nessuno, ma che insieme trova un posto.
Leonarda guardava Agata che insegnava a Marco a usare il pialletto a colpi di riga di legno. Vedeva Bianca leggere ad alta voce un libro in poltrona, con fatica ma ci provava.
Leonarda, gridò Agata, che fai lì impalata? Su, aiuta! Larmadio va spostato, i giovani non ce la fanno.
Arrivo, rispondeva lei.
Camminava verso di loro. Verso la sua famiglia strana, ruvida, complicata. E per la prima volta, in quarantanni, sapeva di non essere di troppo. Sentiva di essere al suo posto.
Allora, Marco, domandò quella sera sul portico sotto le stelle. Come ti trovi qui?
Marco fissava il cielo: la volta lombarda sembrava infinita, nera, punteggiata di luce fredda.
Va bene, Leo. Solo che non capisco. Perché? Io sono nessuno.
Leonarda sedette accanto. Tirò fuori una mela dal cappotto e gliela porse.
Sai, una volta una persona mi disse: Così nascono solo i gatti.
Marco sorrise appena.
Cioè?
Vuol dire che nulla succede per caso. Né il bene, né il male. Tutto ha una ragione e un seguito. Tu sei qui adesso non per caso. Nemmeno io.
In casa, nella stanza di Agata, la luce era ancora accesa: sicuramente stava leggendo oltre il consentito.
Leonarda scosse la testa.
Va a dormire, Marco. Domani si sistema lo steccato.
Notte, Leo.
Notte.
Rimase sola sul portico. Il silenzio vibrava, vero. Nessun urlo dalle mura, nessuna rissa, nessuna paura. Solo grilli, e lontano leco della città.
Sapeva di non poter salvare tutti. Tutti quei cuccioli abbandonati lungo la strada della vita. Ma questi sì. Questi, e Agata. E sé stessa.
Per ora, bastava.
Poi si sarebbe alzata. E sarebbe andata avanti. Come lei le aveva insegnato.






