Quel giorno mio marito è tornato a casa prima del solito, si è seduto sul divano e ha iniziato a piangere come un bambino. Quando ho scoperto il motivo, sono rimasta senza parole.

Quando io e Matteo ci siamo incontrati, avevamo entrambi ventisette anni. In quegli anni, Matteo aveva già terminato luniversità con lode e si stava preparando alla discussione della tesi. Era sempre stato brillante nei suoi studi. Nel frattempo, era riuscito anche a mettere da parte abbastanza soldi per comprare un appartamento con due stanze e un box auto nel quartiere di Trastevere, e progettava di acquistare una macchina dopo la laurea. Un anno più tardi ci siamo sposati. Dopo altri diciotto mesi, è nata nostra figlia, Ludovica. Al nostro trentesimo compleanno, la piccola aveva appena compiuto due mesi.
Si avvicinava il suo compleanno, quello di Matteo, e io gli proposi di festeggiarlo in trattoria con i suoi genitori, mangiando lasagne e torta della nonna insieme. Ma lui rifiutò. Disse che voleva trascorrere il suo giorno speciale soltanto con noi, le sue donne.
Così facemmo, restando a casa, tra odore di caffè e il suono dei campanili lontani. Ma il giorno dopo, dopo il lavoro, Matteo passò comunque dai suoi genitori. Tornò a casa in fretta, si accasciò sul divano e pianse, con le lacrime grandi di un bambino. Rimasi senza fiato. Un uomo adulto, padre, capofamiglia e lavoratore, che si disfaceva in pianto come se avesse appena perso un aquilone sul Lungotevere.
Provai a consolarlo, accarezzandogli i capelli come mia nonna faceva con me. Fu allora che, nel baluginare confuso del sogno, uscì fuori tutto: da bambino era stato picchiato per ogni minima cosa per un pallone calciato tra i fiori, per le ginocchia sporche di terra, per una macchia dinchiostro sul quaderno di aritmetica. Lo colpivano sia il padre che la madre, le mani pesanti come pale da forno.
Quando sono cresciuto, hanno smesso di alzare le mani, ma mai una parola gentile. Mi sono diplomato allistituto tecnico con il massimo dei voti.
E allora?, dicevano, È solo un istituto tecnico. Devi andare alluniversità come si deve. Così Matteo si iscrisse, anche se non ne sentiva il bisogno.
Comperò la casa.
Solo cinquanta metri quadri, dicevano dalla loro casa piccola, venticinque metri scarsi e odore di minestrone nella tromba delle scale.
Si sposò.
Che sposina magrolina e bassa hai trovato, chissà se potrai mai aver figli
Ludovica venne al mondo.
Non si capisce nemmeno di chi sia questa bambina. Non cè niente di noi in lei!
E, come nelle feste sognate dove tutto si capovolge, i genitori inscenarono un dramma perché Matteo non aveva organizzato un banchetto con cannoli e prosecco per il loro anniversario di matrimonio.
Figlio ingrato!, sentenziarono, come giudici daltri tempi, e se ne andarono sbattendo la porta del sogno.
E Matteo mi domandò, con la voce tremante: Sono una persona così cattiva che non riescono a volermi bene?
Gli risposi che ci sono persone che semplicemente non sanno amare, che la sorte ha voluto facesse parte di quella famiglia, ma ora aveva me e la nostra bimba. E noi lo amavamo immensamente, più di ogni altra cosa al mondo.
Non te ne accorgi forse, di come Ludovica gioisce quando senti le chiavi nella serratura e torni a casa la sera? E finalmente Matteo, ricordando lo sguardo luminoso di nostra figlia che lo vede rientrare, trovò pace nel cuore. E poi, con un sorriso piccolo ma vero, si addormentò tra lo scampanio e laroma eterno del caffè.

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Quel giorno mio marito è tornato a casa prima del solito, si è seduto sul divano e ha iniziato a piangere come un bambino. Quando ho scoperto il motivo, sono rimasta senza parole.