Oggi ero alla finestra della cucina, addentando pane raffermo imburrato mentre osservavo il cortile del vicino. Mattina grigia e piovosa, proprio come l’umore che mi porto appresso da settimane. Dietro il vetro scorgo la figura familiare di signora Giovanna che si trascina verso il portone con borse della spesa enormi.
«Mamma, la vicina è di nuovo sola con la spesa» gridai verso la sala, dove Concetta sfogliava una vecchia rivista. «Vado ad aiutarla?»
«Che vicina né vicina?» borbottò lei senza alzare lo sguardo. «È una sconosciuta. Ha un figlio, si arrangi lui.»
Strizzai gli occhi ma tacqui. Ultimamente Concetta è spinosa come un riccio, mentre prima correva per prima ad aiutare chiunque nel palazzo.
«Suo figlio lavora in Germania, lo sai bene» dissi piano, infilandomi il giubbotto. «Vado al negozio e le do una mano.»
«Vai, vai, santa subito» brontolò. «Tutti compatiti tranne tua madre.»
Mi fermai sulla soglia, osservando la donna che chiamo mamma da quarant’anni. Esile
E anche se la malattia avrebbe rubato i nostri ricordi giorno dopo giorno, quel mattino di uova e pomodori profumati d’aglio rimase scolpito nel cuore, nutrendomi per l’eternità come un’offerta d’amore senza condizioni.






