Quello che ho visto dalla finestra della cucina
Sergio, hai già messo via le camicie pulite? Ho visto che ce ne sono ancora due piegate sulla pila, dopo che le ho stirate.
Dai, Giulia, ci penso io, non preoccuparti così.
Non mi preoccupo. Sto solo chiedendo. Quando parti?
Dopo pranzo. Verso le tre, penso.
Giulia stava ai fornelli a mescolare il porridge davena, anche se, ormai, non aveva più nessuna voglia di mangiarlo. Le mani facevano gesti abituali mentre la mente correva altrove. Dalla finestra socchiusa entrava laria umida e fresca di aprile; nel cortile sottostante si sentiva il rubinetto di una grondaia che gocciolava piano sul marciapiede, quel ticchettio regolare, tac tac tac, che oggi, chissà perché, le sembrava più fastidioso del solito.
Per quanti giorni starai via?
Come sempre. Quattro o cinque. Forse di più, se le trattative si allungano.
Capito.
Divise il porridge nelle ciotole. Mise davanti a Sergio la sua tazza grande, quella preferita, gli versò il caffè, aggiunse latte senza domandare: dopo sette anni insieme, ormai sapeva come gli piaceva. Due cucchiaini di zucchero, tanto latte. A lui piaceva quasi chiaro, quasi color sabbia.
Sergio sedeva al tavolo e fissava il cellulare. Quasi sempre adesso faceva così, anche a colazione. Tempo fa Giulia provava a chiacchierare, si risentiva pure, poi smise. Accettò la cosa per comera: un rituale ormai, la mattina, il caffè insieme e il telefono. E non ci si può far nulla.
Senti, Sergio, disse sedendosi davanti a lui. Ora che te ne vai di nuovo, volevo parlarti di una cosa.
Dimmi pure. Lui alzò gli occhi, ma non posò il telefono.
Ho preso appuntamento. Con la dottoressa Ferraro. Te ne avevo parlato, ginecologa. Vorrei approfondire ancora. Sai riguardo a un bambino.
Sergio appoggiò il telefono a faccia in giù sul tavolo. Un brutto segno: quando la conversazione non gli piaceva, faceva proprio così.
Giulia. Ne abbiamo già parlato mille volte.
Lo so. Ma ci tengo a riparlarne.
Riparlarne? Hai presente quanti anni hai? Non lo dico in senso cattivo, sei bellissima, però…
Ne ho cinquanta due. Non è una condanna.
Giulia, disse il suo nome come per zittire dolcemente un bimbo ostinato. Calmo e fermo.
Va bene, rispose lei. Va bene.
Prese il cucchiaio e cominciò a mangiare. Il porridge era solo tiepido, ormai insipido, ma mandava giù a forza. Fuori il gocciolio continuava. Sergio riprese in mano il telefono.
Finita la colazione, la ringraziò e andò in camera a fare la valigia. Giulia lavava i piatti e pensava che quella questione del bambino laveva già sollevata forse venti volte in sette anni. E la risposta arrivava sempre uguale, solo con parole diverse. Aspettiamo, ci sistemiamo, oppure Non è il momento, ho un periodo duro al lavoro, o Non sei più giovanissima, pensaci per la salute. Sette anni. Si erano sposati che lei aveva quarantacinque anni: sembrava ci fosse ancora tempo. Bastava aspettare che il dolce, affidabile, calmo Sergio volesse davvero. Solo un po di pazienza.
Si asciugò le mani su un canovaccio con i galli ricamati, appeso da tre anni alla maniglia del forno. Pensò che forse era ora di cambiarlo, ormai era scolorito.
Sergio uscì nel corridoio con la borsa da viaggio.
Ecco, sono quasi pronto. Hai visto il mio maglione grigio?
Nellarmadio, sullo scaffale a destra, secondo piano.
Aah, giusto. Tornò indietro, lanta sbattuta della vecchia camera che cigolò. Trovato!
Poi si rivestì, chiuse la giacca a vento. Giulia gli sistemò il colletto come sempre. Lui la baciò sulla guancia.
Vado. Ti chiamo stasera.
Va bene. Guida piano.
Sempre.
Chiuse la porta. Giulia restò sola nellingresso. Sentì lascensore risalire, poi la porta del palazzo che sbatteva giù. Silenzio totale.
Tornò in cucina, si versò altro caffè e si mise alla finestra. Dava su una via laterale, non sul cortile. Sotto cerano alcune auto parcheggiate: la station wagon grigia del vicino del terzo piano, una vecchia Uno abbandonata, e ancora due o tre. Aprile era cupo, il cielo pieno di nubi bianche, la luce piatta e spenta.
La macchina grigia di Sergio era ferma davanti al portone di fronte.
Giulia sbatté le palpebre. Guardò meglio. No, non era un errore. Conosceva quelle targhe a memoria. Era proprio la sua auto. Ma se era appena uscito, doveva già essere in viaggio che ci faceva lì fermo?
Forse era andato a salutare qualcuno? Ma chi? Non erano in confidenza coi vicini, solo qualche buongiorno in ascensore.
Lasciò la tazza e continuò a fissare.
Passarono dieci minuti. Lauto sempre lì.
Poi dal portone accanto uscì una donna. Giovane, trentacinque anni forse, non di più. Una giacca azzurra, capelli scuri in una coda alta. In braccio teneva un bambino piccolo, forse tre anni, forse poco più, con una tuta rossa e un berretto col pompon. La donna coccolava il piccolo, bisbigliava qualcosa; il bambino tendeva le manine verso il suo volto.
Giulia li guardava e ancora non capiva. Solo guardava.
Poi si aprì la portiera del guidatore. Scese Sergio.
Si avvicinò alla donna. Prese in braccio il bambino, lo sollevò in alto, e il piccolo rise Giulia non sentiva il rumore, ma vedeva la testa allindietro che rideva: Sergio lo strinse forte, strofinò la guancia contro la sua, sulla cuffietta col pompon. Poi lo rimise giù. Disse qualcosa alla donna. Lei rispose. Sergio le prese la mano e la sfiorò sulle labbra.
Le baciò la mano.
Giulia era ferma alla finestra e sentì che qualcosa, molto lentamente, stava scendendo dentro di lei. Non si spezzava, non crollava, ma scendeva, come se nello stomaco ci fosse uno scaffale e tutti gli oggetti stavano pian piano scivolando verso il basso. Silenziosamente.
Non si staccò dal vetro. Vide Sergio che abbracciava ancora il bambino, la donna che sistemava il berretto. Si salutarono. Sergio risalì in macchina e partì.
La donna rimase ancora un po con il piccolo, poi lui la tirò via, lei lo seguì, tenendolo per mano.
Giulia si staccò finalmente dalla finestra. Si sedette su uno sgabello. Guardò le sue mani in grembo. Mani normali, un po stanche, con la fede allanulare.
Pensò che il caffè nella tazza era ormai freddissimo.
Poi si alzò, lo versò nel lavandino, fece scorrere lacqua calda.
Aveva bisogno di pensare. Ma prima, doveva fare qualcosa con quella sensazione di scaffale che cala. Perché sentiva bene che, se si lasciava andare, se ora si metteva a piangere, urlare o telefonargli subito, sarebbe stato sbagliato. Non che piangere sia vietato. Ma non sapeva ancora tutto. Aveva visto qualcosa. Ma tutto no.
Anche se, a essere sincera, lo sapeva già. Sapeva ormai tutto.
Indossò limpermeabile blu appeso in corridoio, prese chiavi e borsa ed uscì di casa. Aveva bisogno di aria. Di camminare, semplicemente, finché le gambe lavessero portata.
Per strada era umido. Lasfalto lucido della pioggia, le pozzanghere riflettevano il cielo spento. Giulia camminava senza meta e senza pensare a dove andare. Passò davanti a un alimentari dal cartello sgargiante, poi a un parrucchiere, poi davanti alla farmacia. Lì fuori cera una vecchietta con un cagnolino, che nutriva dalla mano. Il piccolo cane prendeva i pezzetti con delicatezza quasi commovente.
Sette anni.
Ecco a cosa pensava Giulia mentre camminava. Sette anni vissuti con una persona a cui credeva di sapere tutto. Oppure non voleva sapere? Si chiese onestamente: aveva mai notato indizi? Qualcosa che la disturbava, ma decideva di ignorare?
I viaggi di lavoro. Quasi ogni mese. Aveva sempre pensato che lavorasse davvero tanto. Il suo lavoro era così: forniture, trattative, trasferte. Non aveva mai avuto dubbi. Mai.
Il telefono sempre in tasca, neppure sul tavolo. Una semplice abitudine, pensava lei.
E le discussioni sul bambino, ogni volta chiuse con dolce ostinazione: troppo stanca, troppo grande, non è il momento Credeva che avrebbe capito, sarebbe stata comprensiva.
E invece lui aveva già un bambino.
Piccolo, tre anni circa. Quindi tutto era iniziato almeno quattro anni fa. Erano già sposati da tre anni in quel momento. Tre anni.
Giulia si fermò su una panchina nel piccolo giardinetto in fondo alla via, tra i tigli ancora spogli, solo gemme gonfie. Si sedette. Estrasse il cellulare dalla borsa, lo tenne in mano un attimo e lo rimise via.
Cosa avrebbe fatto quando Sergio sarebbe tornato? Tra quattro o cinque giorni, come sempre. Un pensierino, la solita storiella sulle trattative, la faccia stanca. Si sarebbe seduto sul divano, avrebbe acceso la tv. Come sei stata qui?
Già. Come.
Restò a guardare i rami nudi dei tigli. Le gemme erano vive, pronte a scoppiare. Ancora una settimana, e tutto si sarebbe fatto verde.
A pensarci, non era il tradimento di Sergio, non quella donna dai capelli scuri col bambino, che le martellava in testa. Ma se stessa. Quella Giulia che aveva aspettato per sette anni. Che aveva sempre risparmiato, pazientato, creduto che lamore vero sia paziente, che non si deve forzare, basta aspettare.
E lei aveva aspettato.
Cominciava a far fresco. Chiuse meglio limpermeabile e tornò a casa.
La casa era silenziosa. Senza Sergio, la casa era sempre più muta eppure lui non era uno rumoroso, anzi pacato. Ma la sua presenza era un sottofondo, un respiro, un calore domestico. Adesso, niente.
Giulia passò in soggiorno. Si fermò al centro, guardò attorno: la mensola coi suoi libri, e quelli di lui, pochi. Le sue pantofole vicino alla poltrona, il plaid a quadri, blu e verde, buttato sul bracciolo. Lo prese in mano, lana buona, glielaveva regalato lei per il compleanno lanno scorso.
Rimase morbido tra le mani. Lo rimise a posto.
Andò in sgabuzzino. Sullultimo scaffale cerano scatoloni mai aperti dal trasloco, tre anni prima, quando si erano messi insieme. Prese la scaletta, tirò giù il primo scatolone. Dentro, le sue vecchie cose: libri, qualche raccoglitore con documenti, scatole piene di vecchie foto.
Prese le foto, si sedette in terra, le gambe piegate.
Ecco lei a trentanni, magra, che rideva, lo sguardo fuori dallinquadratura. Accanto gente, amici ormai persi di vista. La madre col padre al mare, giovanissimi, felici, il mare dietro. Lei e lamica Chiara, abbracciate in un parco. Chiara aveva quarantanni, lei poco meno. Ridono. Chiara adesso ne fa già cinquantasei.
Chiara. Deve chiamarla. Più tardi.
Rimette le foto a posto, chiude la scatola, scende dalla scaletta e va al bagno. Si lava la faccia, si guarda allo specchio. Occhi stanchi. Bella pelle, glielo hanno sempre detto. Prime rughe agli occhi, attorno alla bocca. Capelli scuri con qualche filo argento, tagliati alle spalle. Una donna normale di cinquantadue anni.
Il tradimento lascia tracce piano, non subito. Prima ti guardi e pensi: ecco chi sei. Moglie tradita per sette anni. Donna che ha voluto un figlio, quando il marito aveva già un bambino altrove.
Spense lacqua e andò in cucina. Bisognava pensare a pranzo.
I successivi quattro giorni li trascorse in una strana sospensione. Fuori tutto come sempre: cucina, pulizie, spesa, chiamava la madre. Sergio telefonava la sera, come promesso. Raccontava delle trattative, chiedeva come andasse. Giulia rispondeva: tutto a posto, il tempo si è guastato, ho comprato un canovaccio nuovo. Lui rideva. Anche lei rideva, quella era la cosa più inquietante: quanto facilmente lei sorridesse.
Ma dentro, la vita era unaltra.
Rifletteva. Tanto, con ordine, più di quanto avesse mai fatto. Raccolse ogni dettaglio, ogni memoria, ogni differenza sottile dopo le trasferte. Pensava: è stanco. Ora capiva: tornava da loro.
Pensava a quella donna dai capelli scuri. Giovane, non più di trentacinque anni. Bella? Forse. Non ebbe il tempo di fissarla bene, ma notò i gesti sicuri, il corpo armonioso. Una donna al suo posto. Accanto a suo marito.
E il bambino? Maschio o femmina? Non capì. Piccolo, nella tuta rossa. Sergio laveva preso alto, il piccolo rideva.
Con lei, Sergio non aveva mai abbracciato bambini. Mai mostrato interesse. Diceva: Non ci so fare, sinceramente. E lei gli credeva.
Al terzo giorno Giulia chiamò Chiara.
Chiara, riesci a passare?
Certo. Che cè? Hai la voce strana…
Solo vieni. Preparo il caffè.
Chiara arrivò dopo poco. Viveva nel quartiere accanto, stesso percorso al supermercato. Erano amiche da ventanni, lavoravano insieme in una scuola. Poi la vita prese strade diverse, Chiara sposata, un trasferimento, Giulia cambiava ogni tanto. Ma si sentivano, vedersi, condividere un caffè.
Chiara entrò, si tolse la giacca. Guardò Giulia.
Giulia. Che hai?
Aspetta, andiamo in cucina.
Le raccontò tutto. Linearmente, senza piagnistei. Chiara ascoltò senza interrompere, le strinse solo una mano una volta. Alla fine rimase a fissare il tavolo.
Oddio, disse infine. Oddio.
Sì.
Ma sei sicura? Sei sicura che fosse lui?
Chiara. Sono sette anni che conosco quella macchina. E quelluomo. Ne sono sicura.
E cosa farai adesso?
Ci penso.
Magari prima parlane con lui. Subito.
Lo farò. Quando torna.
Giulia, sei brava a tenere botta. Ma non puoi fare sempre tutto da sola…
Chiara, la interruppe. Ce la faccio. Non voglio che tu mi compatisca. Voglio solo che tu ci sia. Tu ci sei. Grazie.
Chiara tacque, poi labbracciò forte, come tra vecchie amiche non servono parole.
Io ci sono, mormorò. Basta che chiedi. In qualsiasi momento. Capito?
Capito.
Andò via che era già buio. Giulia lavò le tazze, spense la cucina, andò in camera. Si stese sul letto, vestita. Fissò il soffitto.
Pensava solo questo: sette anni a costruire qualcosa che considerava vero. Non perfetto, ma reale. La routine, le piccole abitudini, le mattine insieme col caffè e il porridge. Credeva che questa fosse la base: non la passione che finisce, ma il noi silenzioso e costante.
E invece, mentre lei costruiva il suo insieme, lui ne costruiva un altro. A cinque minuti da casa.
Cinque minuti a piedi.
Chiuse gli occhi. Fuori ricominciò a piovigginare, una pioggia delicata, primaverile, non triste.
Tornò il quinto giorno, nel pomeriggio. Bussò, sebbene avesse le chiavi. Giulia aprì.
Sono qui, disse lui, sorrise stanco, familiare. Posò la valigia, le mani pronte ad abbracciare.
Aspetta, disse lei.
Qualcosa nel tono la bloccò. Rimase fermo.
Cosa cè?
Vieni in soggiorno, dobbiamo parlare.
Si misero seduti. Lui sul divano, lei di fronte, sulla poltrona. Tra loro il tavolinetto con una piccola vasetto di tulipani, fatti di carta da lei tanto tempo prima, solo per passare una sera.
Sergio, disse. Il giorno che sei partito ti ho visto dalla finestra. Eri davanti al portone accanto. Cera una donna coi bimbi. Lhai tenuto in braccio.
Lui la guardò. Muto. Non era il silenzio della negazione. Era altro.
Sergio.
Giulia, sussurrò.
Non voglio scenate, interruppe lei, calma, molto calma, anche se dentro sentiva un ronzio dalta tensione. Non mi serve urlare o piangere. Ti voglio solo fare una domanda. È tuo, quel bambino?
Silenzio.
Sì, rispose lui.
Annuii. Era la conferma, ma ormai lo sapeva già.
Quanti anni ha?
Tre.
State insieme da tanto?
Giulia, lascia stare…
Ti domando.
Lui chinò il capo.
Cinque anni.
Cinque. Due anni prima del bambino. Quando erano sposati da solo due anni.
Capito, disse lei. Capito tutto.
Giulia, non volevo ferirti. Non era programmato
È successo, ripeté lei. Senza sarcasmo. Cinque anni sono tanti per una cosa che succede da sé.
Immagino cosa stai pensando.
Ne dubito.
Giulia, io…
Sergio. Si alzò. Basta. Non serve altro. Ho visto abbastanza. Ti ho visto con il piccolo. Ti ho visto guardarla.
Diceva tutto questo e pensava che era strano: non stava piangendo. Non voleva nemmeno piangere. Dentro cera qualcosa di pesante, ma chiarissimo, come laria dopo il temporale.
Ora vado a preparare la mia roba. Poca, le cose principali. Il resto lo prendo unaltra volta.
Dove andrai?
Da mia madre. Poi vedrò.
Aspetta. Possiamo parlare, spiegarti…
Hai già spiegato.
Andò in camera. Prese la piccola valigia da sotto il letto. Mise dentro vestiti, documenti, trucchi. Lintimo, i calzini, un maglione caldo. Un libro dal comodino. La foto dei genitori in una cornice di legno. Il profumo preferito. Il caricabatterie.
Lui la guardava dalla porta.
Giulia, parlami. Non puoi andartene così.
Così come?
In silenzio. Muta e via.
E allora, come?
Non rispose.
Chiuse la valigia. Passò in ingresso. Indossò limpermeabile blu. Gli stivali comodi. Afferrò la valigia.
Poi tornò un attimo in soggiorno. Si avvicinò al tavolino con i tulipani di carta. Sfilò con calma, senza far rumore, la fede dallanulare e la poggiò accanto al vaso.
Andò nellingresso. Prese il mazzo di chiavi, separò quelle di casa e le lasciò sulla mensola.
Giulia, disse lui.
Sergio, rispose lei. Ti auguro ogni bene. Sul serio.
E uscì.
In ascensore si guardò nella porta metallica, riflesso opaco, poco riconoscibile. Lascensore vibrava. Piano terra, porte aperte.
Allesterno faceva fresco. Si fermò un attimo sul marciapiede, poi si avviò verso la fermata dellautobus. Doveva andare da sua madre, dallaltra parte della città. Quaranta minuti di bus.
Nessuna scenata, nessun grido. Giulia ancora non sapeva che, mesi dopo, avrebbe ricordato proprio quel dettaglio come fondamentale: essere uscita in silenzio. Non per rassegnazione né per perdono. Ma perché quel gesto era solo suo, scelta sua, non reazione, non vendetta. Scelta e basta. Per rispetto di sé stessa.
Alla fermata tirava vento. Si chiuse bene limpermeabile fino al collo.
È passato un anno.
La cittadina, in tutto questo tempo, non è cambiata granché. Gli stessi tigli in centro, ora fittissimi e verdi scuro. Gli stessi negozi, la stessa farmacia allincrocio. Lanziana signora ogni tanto ancora passeggia con il suo cane. Nelle cittadine la vita scorre lenta, Giulia ha imparato che non è male.
Ora abita in un appartamento piccolo dallaltra parte della città. Due stanze, terzo piano, affaccio sul giardino di una padrona di casa anziana, sotto, che coltiva fragole e fiori. Giulia, al mattino, spalancava la finestra per inspirare il profumo dei fiori estivi prima che facesse caldo.
Si era creata un lavoretto: aveva aperto una piccola bottega. Non subito, allinizio cera la confusione, le lunghe chiacchierate con mamma, le telefonate con Chiara, qualche appuntamento dallavvocato per il divorzio. Solo verso ottobre, sistemate le carte, il silenzio dentro diventato più dolce, ricordò i tulipani di carta.
Ha sempre avuto le mani doro: maglia, cucito, piccole sculture dargilla, aveva persino frequentato un corso di cesteria. Ma era sempre stato così, per hobby. E invece improvvisamente decise: perché non provare sul serio?
Telefonò a Chiara.
Chiara, vorrei aprire una bottega.
Una bottega?
Sì, oggetti per la casa, decorazioni. So fare tante cose, lo sai. Comprerei un localino…
Giulia, lo sai che servono soldi? Affitto, materiali…
Lo so. Ho qualcosa da parte. E comincio piccolo. Solo una stanza, senza dipendenti, solo io.
Dici sul serio?
Sul serio.
Chiara rimase zitta un attimo.
Sai che cè, non mi sorprendi nemmeno.
Il locale lo trovò in fretta. Una stanza al pianterreno in centro, affitto onesto. Giulia tinse le pareti di bianco, mise scaffali, un bel tavolo da lavoro, luci calde. La chiamò La Bottega di Giulia. Semplice.
Allinizio venivano solo conoscenti, vicine, amiche di mamma. Compravano ghirlande di fiori secchi, pannelli, candele artigianali, coprivasi fatti a maglia. Poi qualcuno ne parlò nella chat del quartiere, poi ancora. Giulia aprì una pagina online, mise foto. Gli ordini non erano tantissimi, ma bastavano per le spese. E soprattutto, bastavano a non temere i soldi.
Ma la cosa vera era unaltra.
Era che ogni mattina si svegliava pensando: oggi è mio, solo mio. Decideva da sola cosa fare, quando aprire bottega, con chi parlare, cosa creare. Quella semplice sensazione, così grande, non riusciva a spiegarla a chi non laveva mai provata. Il proprio mattino. Il proprio caffè. Il proprio tempo.
Pensava a Sergio di rado. A volte un cappotto maschile in vetrina, lodore dello stesso tabacco che lui usava un tempo. Allora lo sentiva, respirava un secondo quella malinconia e andava avanti. Non cera rabbia. Quasi nemmeno amarezza. Solo una malinconia tranquilla per ciò che non era stato. Un figlio, che lei non aveva avuto. Quegli anni, trascorsi nellattesa.
Una malinconia silenziosa.
Un giorno, a fine aprile, esattamente un anno dopo, tornava verso casa dalla bottega. Era ormai sera, nellaria profumo di pioggia e di pioppi. Portava con sé una busta di materiali e pensava a un nuovo lavoro: una mamma le aveva ordinato un mobile per la cameretta, in legno e pompon di lana. Giulia già si immaginava i colori delicati, il legno chiaro che pende sopra una culla.
Davanti al piccolo bar dove passava ogni giorno, cera un uomo. Non più giovane, poco più grande di lei, capelli brizzolati, giacca curata. La guardò.
Giulia? la chiamò Ma sei tu?
Si fermò. Guardò bene.
Davide?
Ma pensa, e scoppiò in una risata calda quanti anni saranno? Ventanni, almeno?
Davide Romano. Avevano lavorato insieme, tempo fa, quando lei faceva tuttaltro. Lui era estroverso, sempre in movimento, un inventivo. Poi le strade si erano separate.
Venti anni o giù di lì, rispose. Come va?
Si vive, rispose lui. Ho lasciato Milano tre anni fa, troppo caos. Tu da quanto sei qui?
Non me ne sono mai andata.
Giusto, sei del posto. Scusa, hai fretta? indicò il bar Un caffè insieme?
Indugiò solo un attimo. La busta tirava la mano, lordine la aspettava a casa, la padrona forse già innaffiava i fiori.
Perché no.
Sedettero vicino alla finestra. Lei ordinò un cappuccino, lui un espresso nero. Davide raccontava: tanti anni in unaltra città, un matrimonio finito, un altro tentato, niente figli. Rideva di sé senza amarezza.
E tu? Sposata, mi parevi…
Sì. Ora non più.
Da tanto?
Un anno.
Devessere dura?
Stringeva tra le mani la tazza col cappuccino, tiepida, decorata di foglie.
Dura, ammise, sincera. Ma ci sono cose che, quando finiscono, ti fanno capire che è meglio così. Non perché fosse brutto prima, ma perché ora sto meglio.
Sei cambiata?
Ci pensò.
Non credo di essere cambiata. Però ora… sono più me stessa, tutto qui.
Davide annuì, uno sguardo attento.
Cosa fai adesso?
Ho una bottega. Decorazioni per la casa, piccole creazioni. Roba mia.
Davvero? Grande. Tu hai sempre fatto oggetti, mi ricordo, alla scrivania avevi sempre qualcosa di colorato.
Ricordi?
Sì. Una boccetta decorata a mano…
Quella era una bottiglia di profumo, dipinta con colori a vetro.
Ecco! Tutti chiedevano dove lhai presa questa meraviglia?.
Restarono in silenzio, un silenzio facile.
Ma sei contenta?, chiese Davide, diretto.
Guardò fuori. Era quasi notte, ma la luce serale addolciva tutto, giallo caldo dai lampioni. Passavano famiglie, qualcuno con una borsa, qualcuno mano nella mano con i figli, chi passeggiava da solo.
Sai, rispose lei. Contenta non rende. Contento si dice quando la minestra riesce bene o le scarpe sono comode. Io ora ho qualcosaltro. Non so descrivere.
Prova.
Pensò ancora.
Ogni mattina vado in laboratorio. A volte preparo ordini, a volte creo per me. Lì, davanti al tavolo, qualcosa nasce tra le mani. Prima non cera niente, ora sì. Roba mia, nessuno me lha regalata e nessuno può portarmela via. Quella sensazione Credo sia questa la vita.
Davide la guardava e sorrideva piano.
Sì, disse lui. Forse è proprio così.
Fuori, i lampioni illuminavano caldi, la musica del bar era lontanissima. Il cappuccino era quasi finito, tiepido sul fondo.
Davide, io torno. È tardi, domattina mi aspetta il lavoro.
Certo. Si alzò anche lui, le passò la busta con i materiali. Bello averti incontrata.
Anche per me.
Come si chiama la bottega?
La Bottega di Giulia.
Un nome semplice, rise lui.
Anchio sono semplice.
Non giurarci.
Si salutarono sulla porta. Lei andò verso casa, senza voltarsi.
A casa era silenzio. I fiori della padrona erano già chiusi, nessun profumo, ma lei aprì comunque la finestra. Laria di aprile, fresca, umida, pulita.
Mise a scaldare lacqua per il tè, nel frattempo sistemò la borsa. Gomitoli di lana di colori tenui, bastoncini di legno. Li distribui sul tavolo, dissegnò nella mente come intrecciare i pompon: piccoli, morbidi, svolazzanti nella brezza della finestra appena aperta. Per una culla di qualche bambino.
Il bollitore fischiò.
Preparò la tisana, si portò la tazza alla finestra. Guardava il giardino buio, i profili degli alberi, una finestra accesa in fondo dove qualcuno vegliava ancora. Lontano, passò una macchina.
Pensava che la vita dopo un divorzio, come era toccata a lei, non era la fine di tutto. Lo pensava senza sentimentalismi, come un fatto. Cinquantadue anni, una nuova vita iniziata dopo i cinquanta, un lavoro tutto suo, un appartamento piccolo, una cittadina che conosceva e amava. Non sarà molto per qualcuno. Per altri, niente.
Ma era proprio suo.
Ogni tazza di caffè la mattina era sua. Ogni scelta del giorno, dove andare, con chi parlare e con chi no. Ogni pompon di lana color menta.
Fuori, i rami stormivano piano, solo il vento fresco tra le foglie giovani. In lontananza iniziava a cadere la pioggia.
Giulia tenne la tazza calda tra le mani, guardò il buio oltre la finestra. Pensò che domani doveva comprare altra lana beige. Era quasi finita, e gli ordini non mancavano.
Serve altra lana beige. E forse, finalmente, un nuovo canovaccio per la cucina. Il vecchio è davvero troppo sbiadito.





