Questa è la storia di perché me ne sono andato dalla casa di mio figlio solo quindici minuti dopo essere arrivato.

Diario, 25 dicembre
È la storia di come sono uscito dalla casa di mio figlio dopo appena quindici minuti dal mio arrivo.
Da quando è venuta a mancare la mia Giovanna, ormai sono dodici anni che il mio mondo si è ridotto ai pochi metri quadrati dellabitacolo del mio vecchio furgone Fiat del 98 e al battito fedele del cuore di Lillo, il mio cane.
Lillo no, non è certo un barboncino di razza.
È un incrocio tra un labrador e chissà cosa, un orecchio cadente, il muso coperto dal tempo di peli ormai bianchi.
Ha già quindici anni; fra i cani sarebbe considerato anziano, tra gli uomini è il mio migliore amico.
Lui le mie lacrime le ha sentite col naso, quando sono tornato solo dallospedale.
È lunico essere vivente che ancora porta il ricordo delle ultime parole di mia moglie.
Quando quindi Angelo, mio figlio, mi ha invitato per Natale, non solo mi sono fatto la barba e una doccia: ho restaurato me stesso.
Ho grattato il grasso nero di sotto le unghie.
Ho spazzolato tanto Lillo da far tornare il suo pelo sottile morbido come la seta.
Gli ho infilato quel papillon rosso che Giovanna aveva comprato per il suo primo Natale da cucciolo.
Andiamo a fare visita alla gente, compagno, gli ho sussurrato sollevandolo in macchina: le sue zampe dietro ormai non lo sorreggono più, ora le mie diventano le sue.
Ha sospirato e appoggiato la testa sulla mia spalla.
Il viaggio è durato due ore.
Abbiamo lasciato il nostro quartiere di periferia, dove la gente si conosce per nome, e ci siamo spinti fino alla zona residenziale fuori Milano, un posto di villette e recinzioni alte.
Lì regnava un silenzio da rivista darredamento.
La casa di Angelo sembrava la sede di una banca daffari: vetro, cemento, spigoli vivi.
Niente lucine alle finestre, solo una fredda illuminazione di design sulla facciata.
La porta si è aperta.
Mio figlio sembrava di lusso: abito sartoriale che sembrava cucito addosso, sorriso bianchissimo, smartwatch che vibrava ogni istante.
Nessun abbraccio, lo sguardo è volato subito oltre le mie spalle su Lillo.
Papà, la voce di Angelo era tesa.
Pensavo che scherzassi quando dicevi che avresti portato lui.
È Natale, Angelo, cercavo di sorridere.
Lillo è famiglia.
Non posso lasciarlo solo due giorni, ormai ha paura a restare da solo.
È vecchio.
Angelo si è sfregato il naso e ha guardato sua moglie, Martina, intenta a sistemare le luci per le foto della tavola imbandita da mostrare su Instagram.
Papà, ascolta, ha abbassato la voce , abbiamo appena fatto restaurare il parquet in rovere, Martina ha lallergia, e stasera vengono ospiti importanti, partner d’affari.
Non è solo una cena, è networking.
Ho guardato Lillo.
Si è avvicinato alla mia gamba, coda che si muoveva appena.
Voleva solo salutare.
E dove lo metto?
Il garage è riscaldato, ha detto Angelo, annuendo verso un box indipendente.
Portalo lì, è caldo.
Fai in modo che rimanga fuori dalla casa finché non se ne vanno tutti.
Ho dato unocchiata al garage: un cubicolo di cemento.
Lillo tremava, non certo per il freddo, ma dalla vecchiaia.
Ci vede male, si agita se non mi sente vicino.
Angelo, ha quindici anni.
Non può stare da solo lì dentro.
Papà, è solo un cane, agisce distinto!
Non ti mettere a fare scene.
Ho ingoiato tutto.
Per mio figlio.
Ho steso la coperta di Lillo tra una nuova auto elettrica e un po di scatoloni.
Un pezzo di carne essiccata tra le mani.
Torno presto, vecchio mio, ho sussurrato.
Lillo non ha neanche guardato il cibo.
Con i suoi occhi ormai velati, pieni di malinconia, fissava solo me.
Quando la saracinesca automatica si è chiusa alle spalle, mi è sembrato di sentire dolere il petto.
La casa dentro era sontuosa; il legno vero era sostituito da qualche installazione concettuale in acciaio e vetro.
Gli ospiti: uomini in blazer, donne che quasi non toccavano il cibo.
Le conversazioni erano su Dubai e sugli investimenti.
Seduto su un divano bianco, avevo paura di spostarmi, di lasciare il segno.
Dieci minuti.
Poi venti.
E tutto ciò che avevo in mente era Lillo.
Da solo.
Nel buio.
Fissava una porta, aspettava.
Come ha fatto per quindici anni.
Ha sempre aspettato me.
Angelo si muoveva tra i suoi ospiti con un calice di rosso che valeva come la mia pensione per un mese.
Alla famiglia!
ha brindato.
Il vero capitale della nostra vita.
I bicchieri hanno tintinnato.
Mi è salita una gran amaro in bocca.
Ipocrisia.
Mi sono alzato.
Un lieve scricchiolio nelle ginocchia.
Papà?
Stanno per servire il secondo, ha detto Angelo irritato.
Dove vai?
Ho scordato le pillole in macchina, ho mentito.
Ho lasciato il soggiorno, senza voltarmi a guardare lalbero tutto concettuale.
Ho aperto il garage.
Lillo era lì, immobile dovera stato lasciato.
Niente appetito.
Guardava la porta.
Quando mi ha visto, ha emesso un piccolo verso, un flebile lamento, e con fatica ha cercato di tirarsi su, ma le zampe scivolavano sul cemento.
Nessuna rabbia.
Solo chiarezza.
Lho preso in braccio.
Il suo naso freddo contro il mio collo.
Odorava di vecchiaia e lealtà.
Andiamo a casa, amico mio.
Lho sistemato nel furgone, avviato il motore.
Il rombo del diesel copriva la musica mondana che usciva dalla casa.
Il telefono ha vibrato: Angelo.
Ho messo il vivavoce.
Papà!
Ma te ne vai?
Martina ti ha visto dalle telecamere!
Abbiamo uno chef privato stasera!
Ti perdi una cena da cinque portate!
Ho guardato Lillo, che già dormiva sereno, la testa sulla plancia screpolata.
Era al sicuro.
Era con me.
Scusami, Angelo, ho risposto tranquillo.
Ma a Lillo restano pochi anni, forse settimane.
Lui ha passato la vita a rendermi meno solo dopo la morte di tua madre.
Non posso condannarlo a passare il suo ultimo Natale in un garage, mentre tu cerchi di impressionare gente a cui non importa nulla di te.
Preferisci un cane a tuo figlio?
ha gridato Angelo.
Sei fuori di testa!
No, figlio, ho detto.
Scelgo lunico membro della famiglia che, quando sono entrato, era davvero felice di vedermi.
Ho chiuso la chiamata.
Niente cena elegante, niente vini pregiati.
Fuori Milano ormai in autostrada ho fatto sosta in unarea di servizio.
Ho comprato due banalissimi panini caldi.
Seduti nellabitacolo, con la stufa accesa e una vecchia canzone di Celentano alla radio, ho scartato uno e lho porso a Lillo.
Lui si è svegliato, ha annusato, ha preso il boccone con delicatezza.
Io, intanto, guardavo la neve posarsi sul parabrezza.
Stretti, esausti, senza lussi, la schiena che duole.
Ma guardando Lillo leccarsi i baffi, solo perché mi aveva accanto, ho capito una cosa.
Una casa si fa di mattoni e cemento.
Una famiglia si fa daffetto e fedeltà.
Angelo aveva una villa, io avevo una casa vera.
Ora la mia casa era lì, su quattro ruote, nel parcheggio di una stazione di servizio.
Siate gentili con chi vi aspetta dietro la porta.
Il loro mondo è piccolo, tanto quanto lo rendete voi.
A loro non importa dei vostri pavimenti né dei vostri soldi o titoli.
Vogliono solo voi.
Non lasciateli mai fuori dalla vostra vita.

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