Questo è il figlio di Marco…

È la figlia di Sergio…

Questo fatto è successo di recente, nel mio appartamento al quarto piano di un palazzo di nove piani, ben tenuto, in una zona tranquilla di Bologna. Vivo qui io, una donna ancora giovane nellanima, pensionata ma ancora in servizio in una clinica privata come receptionist. Ho 62 anni, mi chiamo Carla Bellini e ultimamente la mia vita scorre senza particolari sussulti: pensione, lavoro ogni quattro giorni, qualche uscita con le amiche, le visite ai nipotini che stanno a Firenze, e la consueta assistenza a mia madre novantenne che abita da sola nel quartiere accanto.

Le mie giornate sono simili fra loro. Anche quel sabato era uno come tanti. Al mattino ho telefonato a mamma, come faccio sempre, per informarmi sulla sua salute. Dopo, mi sono preparata un caffè, ho controllato la posta, poi ho iniziato a pensare a cosa portarle. Ho soppesato il solito fastidio: quei cinque piani senza ascensore, i suoi racconti senza fine sulle mille malattie, dolori, sintomi, con la rassegna di consigli tratti sia dai medici che dai discorsi delle amiche del cortile e persino dal programma della famosa dottoressa Lilli Gruber in TV. I miei suggerimenti, malgrado quarantanni da infermiera in sala operatoria, non hanno mai particolare credito: Ma tu cosa ne sai? Tu di medicina vera non capisci!

Prima di uscire, ho pensato anche di passare dal forno per prendere a mamma il pane nero che le piace tanto. Ho buttato la spazzatura nel sacchetto, mi sono messa davanti allo specchio per sistemarmi un po con qualche ruga qua e là mi sento ancora giovane, i capelli corti tra largento e il biondo, i soliti orecchini appariscenti.

E proprio in quel momento, mentre contornavo le labbra col rossetto, hanno suonato al campanello. Strano, qui tutti usano citofono. Avrà sbagliato qualcuno del portone, magari la mia vicina signora Sonia? Apro senza togliere il rossetto, e mi ritrovo davanti una ragazza biondo cenere, codino, maglietta a righe, felpa lunga, jeans e uno zaino. Ma soprattutto un neonato in braccio, avvolto in una copertina color cioccolato. Mi ha spinto il fagottino fra le mani: Questo è per lei! e senza preamboli mha lasciata lì, pomello in mano, paralizzata.

Mi rendo conto solo dopo: ho in braccio una bambina vera! Ma perché? Guardo in faccia la ragazza, ormai già sulle scale, la raggiungo sul pianerottolo: Ma cosa…? E lei, già oltre: È la figlia di Sergio, io devo studiare… Non faccio neanche in tempo a pretendere spiegazioni; sento la porta del portone chiudere. Fine.

Ancora incredula, resto lì, col sacchetto della spazzatura e ora anche un borsone il suo, devessere della ragazza, non me ne sono neanche accorta. Rientro, e controllo la piccola. Un visino tondo, vestitino di cotone color crema, meno di un mese sicuramente. Mi sciolgo subito: Dai piccolina, non piangere… E si calma, con un ciuccio a forma di ranocchia. Cerco di capire: nel borsone ci sono biberon, latte artificiale, pannolini, body di ricambio.

Non posso credere che la madre labbia lasciata così! E Sergio? Ma quale Sergio? Mio unico figlio si chiama Leonardo sposato, due figli e vive a Firenze. Mio marito Paolo è mancato cinque anni fa. Sono rimasta sola qui a Bologna, i miei nipotini sono i miei gioielli. Allora… chi è questa Sergio?

Il pensiero che la neonata possa essere figlia di Leonardo mi toglie il fiato. Ma no, lui è un padre affettuoso, lavora tanto ma è onesto, mai avrebbe combinato una cosa simile… Eppure la ragazza lha detto: Figlia di Sergio.

Stringo la piccolina a me e controllo ancora il borsone: nulla di utile a chiarire. Passa unora, poi due, nessuno si fa vivo; la madre mai torna. Allora cambio la bambina, preparo il latte seguendo le istruzioni. Intanto mi telefona mamma: Non andare a prendermi il pane che cè quello di ieri, piuttosto vorrei le pere sì, quelle piccole con la punta e la buccia maculata di rosso, le altre sono troppo dure! Ascolto senza attenzione, la mente è altrove mentre la neonata si agita fra le mie braccia.

Contemplo la piccola, mi sembra abbia unaria familiare. Forse assomiglia davvero a mia nipote Sofia da piccola e i pensieri vorticano. Se fosse davvero di Leonardo? Cosa accadrebbe? Sarebbe la fine per suo matrimonio con Silvia… decido di attendere, non faccio nulla. Cerco di chiamare Leo, il suo cellulare è irraggiungibile. Chiamo Silvia, mi promette che lo avvisa.

Lascio perdere la visita a mamma con una scusa: Mi sono slogata una caviglia, verrò domani. Lei si preoccupa, richiama uninfinità di volte.

Nel pomeriggio chiedo consiglio alla mia amica storica, Vittoria. Non farti prendere dal panico, Carlà, ci pensiamo noi. Proviamo a rintracciare questo Sergio, magari ha sbagliato piano, qui ci sono tanti omonimi sui citofoni… Facciamo il giro, troviamo in effetti un Sergio al sesto piano. Suoniamo. Apre una vecchina arcigna, bussa il nipote Sergio riccio, barbetta, informatico esce dalla stanza: Sì? Che cè? Vittoria parte in quarta: Le hanno lasciato una bambina, dicono sia figlia sua! Sergio strabuzza gli occhi: Ma no! Mai conosciuto nessuna… guardi, io manco esco mai di casa! Insistiamo un po, poi ci rendiamo conto che la madre ha davvero sbagliato indirizzo. Chiediamo scusa, lui ci propone una campagna sui social posso fare un post virale… lo ringraziamo senza accettare. Torniamo giù, nessuna traccia della ragazza.

Il pensiero corre ancora a Leo. Quando finalmente riesco a parlarci, tarda sera, la domanda mi esce tremante: Non è che… chiamavano te Sergio, per caso? Leo ride, quasi infastidito: Mamma, io sono Leonardo! Chiamare la polizia, subito, dai non metterti in guai inutili… Mi tranquillizzo e decido: domani denuncio la cosa.

Passo la notte in bianco, la bambina accanto a me, tra coccole e biberon. Al mattino esco con una sciarpa annodata e la piccola al petto, facciamo la spesa insieme pane, pere, burro e mi presento da mamma. Quando si accorge del neonato sgrana gli occhi: Chi è questa bellezza? È la nipote della signora Nardi del terzo piano, la sto aiutando mentre lei è dal parrucchiere. Mamma si commuove, non racconta più le sue malattie, ci perdiamo in sorrisi tutti e tre.

Torno a casa e… finalmente suonano di nuovo. Alla porta cè la stessa ragazza della mattina prima. Scompigliata, col viso segnato dalle lacrime, mi chiede ansiosa: Dovè? Mia figlia! Non glielhanno data alle autorità? La invito a entrare, la porto nella mia camera dove dorme la piccola. La vede, si accascia a terra e scoppia in un pianto strozzato che mi costringe a soccorrerla: acqua, camomilla, un quadratino di cioccolato.

Quando si calma, mi racconta tutto. Si chiama Giulia, la bimba invece Elisa. Vuole diventare infermiera come lo sono stata io: Ho studiato tanto, il mio sogno era curare le persone. Lestate scorsa, mi sono innamorata di Sergio, un ragazzo di qui che studia economia a Modena, ma dopo che sono rimasta incinta lui è sparito. In paese, mio padre mi ha cacciato di casa, mia zia maiuta come può, ma sono senza soldi e senza casa. Sergio mi aveva detto che sua madre mi avrebbe aiutata… ieri, in preda alla disperazione, sono corsa qui credendo fosse la sua casa, ma ho solo confuso i palazzi!

Mi trovo a consolarla, dimentico il fastidio e la paura del giorno prima. Resta qui, almeno per qualche giorno, vediamo come possiamo fare. Lesame quando ce lhai? Dopodomani… Allora tu studia, io lavoro domani, ma qui hai tutto. Lei, in lacrime per la riconoscenza, si addormenta sulla poltrona, accanto a Elisa.

I giorni successivi si sono trasformati in una nuova, sorprendente routine: la piccola che sorride, Giulia che studia e si prepara. Passa la sessione desame, prende voti alti. Mia madre scopre subito tutto e accetta Giulia come una nipote; i suoi consigli da neodiplomata in medicina fanno colpo anche più dei miei. Conosco alcune colleghe e le trovo dei turni in ambulanza. Persino Sergio, quello del sesto piano, ci chiede se Giulia può fare le punture a sua nonna.

Alla fine dellestate, Giulia trova una stanza proprio da Sergio, per stare vicina allanziana che la chiama un dono del Signore. Elisa cresce splendidamente, e io ho imparato che la vita anche quella più abitudinaria e monotona può rimettere tutto in discussione con un colpo di scena inaspettato. Mai smettere di tendere la mano, perché ogni incontro nasconde una storia, e a volte quel che sembra un fastidio o una disgrazia si rivela invece una benedizione, per chi dà e per chi riceve.

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