Questo episodio è accaduto in una scuola elementare italiana, molti anni fa, a metà degli anni Ottanta. Gli unici testimoni furono i bambini di otto anni che erano presenti, ma nessuno ne parlò mai: la vicenda rimase confinata tra le mura dellaula. Neppure i genitori, che forse vennero a sapere qualcosa, fecero domande o si lamentarono con linsegnante. Nessuno.
Io lho saputo solo molti anni dopo, dalle stesse parole della maestra, che per tutta la vita è stata tormentata dal ricordo e dal senso di colpa per la durezza con cui aveva trattato uno dei suoi alunni. La situazione era davvero delicata. A volte ancora non so come giudicarla. Racconto quello che ho vissuto e aspetto i vostri pensieri
Nel piccolo capoluogo arrivò, per la sua prima assegnazione, una giovane insegnante di lettere per le elementari. In pratica, era poco più di una ragazza: ventidue anni, senza nessuna esperienza, solo con tanta voglia di ricevere la sua prima classe tutta sua, per dimostrare quanto valesse sia come insegnante, sia come persona.
E, bisogna dirlo, in quel suo primo anno tutto andava sorprendentemente bene. Aveva ricevuto una classe composta dagli alunni residui dopo che i migliori erano stati scelti per la sezione sperimentale parallela. Eppure, i suoi bambini andavano bene sia a scuola che a casa, e i problemi di disciplina non superavano la norma.
Come sempre in una classe di trentacinque alunni esistono quelli che mettono alla prova il maestro. Anche la nostra giovane maestra, che chiamerò Lucia Bertelli, ne aveva diversi. Riuscì però a conquistare tutti, coinvolgendoli nelle attività e anche nella vita della scuola. Tutti, tranne uno
Dario veniva da una famiglia complicata. Sua madre, che lo cresceva da sola, si preoccupava solo del minimo indispensabile: finché aveva da mangiare, era a posto. Così Dario, più che crescere, si lasciava andare allabbandono, senza regole né desiderio di comunicare né con gli altri bambini, tanto meno con gli adulti.
Lucia cercava in ogni modo di avvicinarsi a lui, di instaurare un rapporto, ma senza successo. Dario faceva tutto per dispetto. Passava spesso intere ore sotto il banco a fare le boccacce agli altri, suscitando le risate generali. Era capace di tirare vere e proprie parolacce, urlandole forte perché tutti sentissero. Offendeva gravemente i compagni, soprattutto le bambine, fino a farle piangere. E, cosa incredibile, fumava in cortile davanti alla scuola mentre neppure i ragazzi delle medie vi si azzardavano.
Quando qualcuno lo rimproverava, Dario si impuntava e rispondeva provocatorio:
E tu che vuoi? Che puoi farmi?
Ma la cosa peggiore, davvero insopportabile per tutti, era che sputava addosso agli altri. Nessuno, in classe, era sfuggito ai suoi sputi. Lo faceva con un sorriso soddisfatto, accumulando più saliva possibile per poi centrare la sua vittima con uno schiocco di derisione.
E quante volte Lucia aveva cercato di farlo ragionare, spiegandogli quanto fosse schifoso e offensivo! Lui, niente: continuava con ancora più tenacia. Alla fine Lucia decise di chiedere aiuto alla madre, cosa che di solito evitava.
Mi ascolti, per favore: può parlare con suo figlio? Non so più che fare. Ha ormai infastidito e disgustato tutti i compagni. Rischia di partire anche contro di me.
La madre, con un ghigno e quasi seccata, promise di occuparsene pare lo avesse picchiato con una paletta del camino. Il giorno dopo Dario arrivò in classe con dei lividi, e ancora più rabbioso.
Quello stesso giorno Dario passò allattacco anche fuori dallaula: durante la ricreazione sputava tra i corridoi, dapprima di nascosto, poi senza alcun ritegno. Sembrava che lo divertisse vedere la reazione degli altri, il disgusto, le lacrime dei più deboli. Si accaniva senza temere nessuno, neppure i più grandi.
I ragazzi più grandi ogni tanto lo fermavano e lo punivano, poi lo lasciavano andare dopo qualche ceffone. Lui, però, si allontanava di poco e replicava con insulti pesanti, non mostrando alcun timore. Ormai tutti erano sfiancati dal suo comportamento.
Il culmine arrivò con uno sputo sulla testa della professoressa di geografia, amatissima da tutti. Dario era salito sulla scala tra i piani e aveva preso di mira i passanti sotto di lui. Forse aveva confuso linsegnante per una delle studentesse più grandi. La professoressa neppure se ne accorse, ma i ragazzi del liceo videro tutto. Lo raccontarono e, per Dario, fu necessario lintervento della bidella perché lo portarono quasi di peso in infermeria.
Lucia, finirà male, vedrai le disse la vecchia bidella qui bisogna fare qualcosa.
Ho provato di tutto, non ascolta, diventa solo più arrogante e prepotente rispose Lucia, esasperata.
Bambini così capiscono solo il loro stesso linguaggio commentò la bidella, riflessiva.
Dovrei sputargli addosso anchio, per fargli capire? sbottò Lucia, più con se stessa che con la bidella.
Quella frase rimase nella sua mente per giorni.
Per un po Dario si era calmato dopo le botte, ma poi tutto riprese. Ci fu lennesima occasione in cui esplose tutto: una bambina portò dei cioccolatini per il suo compleanno, da condividere coi compagni. Dario, invece, la colpì: le sputò in faccia, proprio davanti a tutti. Lei si mise a piangere. Dario era soddisfatto, sfidava Lucia con lo sguardo, come se dicesse: E adesso che fai?
Lucia stavolta perse la pazienza.
Chiamò Dario alla lavagna, chiuse la porta a chiave e, rivolgendo uno sguardo severo alla classe silenziosa disse:
Ora vorrei che si alzassero in piedi tutti coloro che sono stati, almeno una volta, vittime di uno sputo di Dario.
Si alzarono praticamente tutti.
Abbiamo provato a spiegare che è ripugnante, che è unoffesa grave. Niente. Forse lui non ci capisce proprio. Ora glielo mostreremo tutti insieme.
I bambini la fissavano in attesa, gli sguardi tesi, pieni di imbarazzo.
Vi do il permesso di fare qualcosa di davvero brutto, cosa che persone educate non farebbero mai. Ma ora non abbiamo alternative. Ognuno di voi andrà e sputerà una volta su Dario. Forse allora capirà quanto sia umiliante e disgustoso venire trattati così.
Tutti si avvicinarono, in silenzio. Dario tentò di raggiungere la porta, dimenticando che era chiusa. Si ritrovò stretto nel piccolo angolo vicino al lavandino, mentre i compagni, uno dopo laltro, lo raggiungevano. Alcuni lo fecero con decisione, altri solo per finta, visibilmente a disagio. Ma parteciparono quasi tutti, prima i più coraggiosi, poi gli altri. Non volava una parola, non una risata.
Nellaula si sentiva solo il lamento sommesso di Dario.
Quando tutti ebbero finito, il silenzio era surreale.
Dario era rannicchiato a terra, la testa fra le braccia, piangeva in silenzio. Non servivano parole: le lacrime sul suo volto non lasciavano dubbi. Lucia guardò la classe a lungo. Limbarazzo era palpabile.
Non so voi, ma io mi vergogno. Di me stessa, di lui, di tutti noi.
I bambini avevano gli occhi bassi.
Ricordatevi di questo giorno proseguì Lucia e non umiliate mai più nessuno, né con le parole né con i gesti. Avete visto cosa può accadere.
Schiuse la porta e lasciò uscire Dario, che fuggì via a passi incerti.
Non vi dico che deve essere un segreto. So che lo terremo comunque tra di noi aggiunse sottovoce potete andare.
Dario non si fece vedere fino a fine giornata. Né il giorno dopo.
Preoccupata, Lucia andò a casa sua, pronta a una scenata con la madre, che però si mostrò sorpresa e ignara di tutto.
Ultimamente è strano, sta sempre chiuso in camera, piange e non vuole più andare a scuola.
Posso parlare con lui? chiese Lucia.
La madre la invitò ad entrare.
Quando Dario la vide, si nascose sotto le coperte.
Lo so che sei triste, disse Lucia, accarezzandogli la testa hai paura che adesso tutti ti derideranno.
Silenzio totale.
Non sei un codardo. Forse qualcuno riderà, ma nessuno ti farà del male.
Ancora silenzio.
Se vuoi posso farti cambiare classe. Chissà, magari là apprezzano chi sputa sugli altri.
Dario sbucò fuori con uno sguardo carico di disperazione:
Non lo farò più, mai più! singhiozzò Non voglio cambiare classe!
Bene. I tuoi compagni sono preoccupati perché non ti vedono e si chiedono come stai.
Dario abbassò la testa e non rispose.
Lucia gli accarezzò i capelli ancora una volta:
Allora, domani ti aspetto.
Va bene, a domani rispose sottovoce.
Quando rientrò in classe, tutti fecero finta di nulla. Il gesto non si ripeté mai più: nessuno in quella classe avrebbe mai più sputato su qualcun altro.
Negli anni successivi, gli insegnanti sottolinearono spesso quanto la classe fosse unita e solidale.
Sembrano un corpo solo, dicevano alcuni.
Oppure una grande complicità li unisce scherzavano altri, convinti di aver trovato la battuta giusta.
Lucia Bertelli, però, non avrebbe detto nulla: dopo aver accompagnato i suoi ragazzi in seconda media, si trasferì in unaltra città e non tornò più in quella scuola.
Passarono molti anni, ma Lucia non smise mai di pensare a quel momento terribile. Temette di aver compromesso la psiche di quei bambini, per una decisione presa distinto.
Quando mi raccontò questa storia, le suggerii di informarsi su cosa ne fosse stato di Dario, per avere un po di pace.
Così fece.
Scoprì che, arrivato in prima media, la madre di Dario si era risposata con un sottufficiale dellEsercito. Fu lui a insistere perché il ragazzo si iscrivesse a una scuola militare, aiutandolo nellammissione.
Ora quellex ragazzaccio ha quasi cinquantanni. È un ufficiale. Ha mantenuto rapporti con molti ex compagni di classe e capita che torni al paese dinfanzia.
E ancora: alle riunioni per gli ex alunni, nessuno nemmeno per scherzo ricorda mai la vicenda dello rieducamento di Dario. Probabilmente non la ricordano davvero più.




