Questo episodio è accaduto in una scuola italiana negli anni della Repubblica

Questa storia accadde in una scuola elementare italiana molto tempo fa, verso la fine degli anni Ottanta. Gli unici testimoni furono bambini di otto anni, che decisero di non dire nulla a nessuno. Così lepisodio rimase sconosciuto a molti: nemmeno i genitori, probabilmente informati a grandi linee, fecero mai rimostranze allinsegnante. Nessuno.

Io la appresi, invece, molti anni dopo proprio dalla maestra stessa. Era una storia che laveva tormentata tutta la vita, lasciandole addosso un senso di colpa per come aveva trattato un alunno in particolare.

La situazione, a pensarci ora, era davvero spiacevole. Confesso che ancora non so bene come giudicare quanto avvenuto.

La giovane maestrachiamiamola Alessandra Bianchiera appena stata inviata per la supplenza annuale in una cittadina in provincia, appena fuori Firenze. Aveva ventidue anni, la voglia e la paura tipiche di chi entra per la prima volta in una classe. Nessuna esperienza, solo il desiderio di mostrare di cosa era capace, sia come insegnante che come persona.

E in effetti non se la cavava affatto male. Era stata assegnata a una classe di bambini selezionati dopo uno scremato esame dammissione (cera anche una sezione sperimentale in parallelo), e la preparazione dei suoi alunni rendeva felici sia i genitori che la direzione scolastica. Anche sul piano della disciplina non aveva avuto grossi problemi.

Tra trentacinque bambini, però, è inevitabile che ci sia qualcuno pronto a mettere alla prova lautorità. Anche ad Alessandra capitò. Ma con intelligenza riuscì a coinvolgere tutti, anche i più turbolenti. Tutti, tranne uno.

Lui si chiamava Cosimo Rossi. Veniva da una famiglia difficile: il padre non cera più e la mamma, troppo presa dal lavoro, si limitava a nutrirlo, trascurando il resto. Così Cosimo era cresciuto come erba in mezzo al campo: indipendente, selvatico, senza alcun desiderio o capacità di rapportarsi bene con compagni e adulti.

Alessandra provò in ogni modo a conquistarlo. Ma niente: Cosimo le resisteva a ogni passo. Faceva di tutto per infastidire. Passava la lezione intera nascosto sotto il banco a fare boccacce ai propri compagni, scatenando le risate di tutti. Si esprimeva con parole sporche ad alta voce, insultava i compagni fino a far piangere soprattutto le bambine. Arrivò perfino a fumare in cortile davanti alla scuola, sprezzante delle regole e incurante dei professori più grandi.

Alla minima osservazione, Cosimo si piazzava davanti agli occhi delladulto e replicava, spavaldo:

E allora? Che mi fai?

Ma la cosa peggiore, la sua specialità, era sputare. Nessun bambino era stato risparmiato da uno sputo di Cosimo. Lui raccoglieva più saliva possibile e la scagliava con soddisfazione contro ogni nuova “vittima”.

Alessandra aveva provato con gentilezza, rimproveri, pazienza e discorsi. Ma inutilmente: Cosimo continuava con entusiasmo crescente. Alla fine la maestra si decise a parlare con la madre, anche se di solito evitava di coinvolgere i genitori per queste questioni:

La prego, provi a parlarci lei. Ho provato di tutto, e ormai temo che prima o poi toccherà anche a me.

La mamma promise di pensarci e affrontò Cosimo con violenza. Il giorno dopo il bambino arrivò in classe coperto di lividi, con negli occhi una rabbia trattenuta.

Quello stesso giorno Cosimo allargò la sua “zona dattacco”: sputava nei corridoi durante la ricreazione, dapprima di nascosto, poi con una certa arroganza. Sembrava proprio divertirsi a provocare i pianti e il disgusto negli altri. Riuscì perfino a sputare addosso agli studenti delle classi superiori, ignorando ogni istinto di autoconservazione.

I ragazzi più grandi allora reagirono: più di una volta lo presero, gli diedero qualche spintone, lo sgridarono e poi lo lasciavano andare. Cosimo si allontanava di corsa, gridando insulti irripetibili verso i nemici.

Così, il ragazzino di seconda elementare aveva davvero messo tutti contro. Il culmine arrivò quando riuscì a sputare sulla testa della professoressa di geografia, amatissima da tutti. Era salito su una scala e aveva lanciato il suo saluto su chi passava sotto. Forse scambiò la professoressa per una ragazza più grande. Mentre lei neppure se ne accorse, dalla decima classe videro tutto e glielo dissero. Poi picchiarono Cosimo ancora più forte. Lo portarono in infermeria.

Alessandra, finisce male, così, commentò la vecchia infermiera, mentre Cosimo tornava in classe, bisogna fare qualcosa.
Ormai ho provato di tutto, non sente ragioni, diventa solo più cattivo.

Di tipi così, sospirò la donna, capiscono solo con il proprio stesso linguaggio.

La frase rimase nella mente di Alessandra per giorni.

Dopo le botte, Cosimo si calmò per qualche tempo, ma presto riprese i suoi comportamenti. Un giorno, una bambina, Francesca, festeggiava il compleanno: aveva portato dei cioccolatini per tutti, la classe e la maestra la festeggiarono. Ma Cosimo sputò lei in faccia, facendola scoppiare in lacrime. Lui, soddisfatto, fissava Alessandra, come a dire “Vediamo che fai ora”.

Quel giorno Alessandra perse il controllo.

Chiese a Cosimo di andare alla lavagna. Poi, senza proferire parola, chiuse la porta a chiave. Guardò i bambini che, notando il suo volto duro, tacquero. Poi disse con voce ferma:

Si alzino in piedi coloro che hanno ricevuto uno sputo da Cosimo.

Si alzarono quasi tutti.

Abbiamo spiegato cento volte che è un gesto disgustoso, ma niente. Forse è il caso che glielo facciamo capire diversamente. Ora ognuno di voi, una volta sola, sputi addosso a Cosimo. So che è una cosa brutta, ma non vedo alternative. Forse così capirà.

I bambini si avvicinarono in silenzio: Cosimo tentò di aprire la porta, ma non ci riuscì. Lo bloccarono in un angolo e, uno dopo laltro, lo sputarono. Cera chi lo faceva con energia, chi solo per finta, imbarazzato. Ma quasi tutti parteciparono. Nessuno rideva, nessuno diceva parola.

Cosimo si rannicchiò giù, singhiozzando tra i pianti, il volto rigato dalle lacrime.

Quando tutti ebbero finito, Alessandra osservò a lungo i suoi alunni.

A me fa vergogna. Per me stessa, per lui, per tutti noi, disse lentamente, Ricordatevi questo giorno. Non offendete mai nessuno, a parole o a fatti. Avete visto fin dove si può arrivare.

Aprì la porta: Cosimo scappò fuori.

Non vi dirò che deve restare un segreto fra noi. So che lo saprete da soli.

Cosimo non si fece vedere fino al giorno dopo. Alessandra andò a casa sua, pronta a un brutto confronto con la madre. Ma la donna non sapeva niente.

Non sta bene, si giustificò, piange sempre, non vuole tornare in classe.

Lasci provare me a parlarci, propose la maestra.

Entrò: Cosimo si nascose sotto le coperte.

Capisco che ti senti male, gli disse posandogli una mano sulla testa. E hai paura che ora tutti ti prenderanno in giro. Ma non sei un codardo. E anche se qualcuno ridacchierà, nessuno ti farà nulla.

Nessuna risposta.

Vuoi essere trasferito in unaltra classe? Magari lì apprezzano se sputi addosso agli altri

Cosimo saltò su, gli occhi pieni di paura:

Non lo farò mai più! Ti giuro, non voglio cambiare classe

Bene, allora puoi tornare. I tuoi compagni ci sono rimasti male a non vederti, si chiedevano se stavi bene.

Cosimo abbassò il capo.

Alessandra gli accarezzò i capelli: Allora, ci vediamo domani.

A domani mormorò lui.

Quando tornò in classe, nessuno fece cenno a quanto era successo. E nessun bambino, da quel giorno, sputò mai più.

Col tempo, quando arrivarono alle scuole medie, tutti gli insegnanti commentavano che non avevano mai conosciuto una classe così unita.

Sembrano veramente una cosa sola, dicevano alcuni.
O forse hanno un grande segreto condiviso scherzavano altri.

Forse Alessandra Bianchi avrebbe avuto qualcosa da aggiungere, ma quando quegli alunni passarono alle scuole superiori, lei aveva già cambiato città. Non mise più piede in quella scuola.

Tanti anni più tardi, il ricordo di quellepisodio la perseguitava ancora. Temette di aver danneggiato psicologicamente i bambini con la sua scelta improvvida.

Quando infine la storia mi fu raccontata, le consigliai di informarsi su Cosimo, per tranquillizzarsi.

Cosa scoprì? Che quando Cosimo era in seconda media, la mamma si era risposata con un maresciallo in pensione, che lo spinse a iscriversi allAccademia Militare Nunziatella di Napoli, aiutandolo nellammissione.

Ora Cosimo Rossi, ex piccolo bullo, ha poco meno di cinquantanni. È ufficiale. Ha mantenuto i contatti con molti ex compagni. Ogni tanto ritorna nella città dinfanzia.

E ancora, ai ritrovi di ex alunni, nessuno mai rievoca quellantica storia di educazione collettiva. Forse davvero nessuno la ricorda piùEppure, negli sguardi e nei gesti tra loro, restava una complicità silenziosa, il ricordo di qualcosa che avevano imparato insieme forse sulla vergogna, sul perdono, o semplicemente sul difficile equilibrio tra giustizia e pietà.

Alessandra, ormai alla soglia della pensione, ogni tanto riceveva un biglietto dauguri anonimo, recapitato in busta chiusa, con la calligrafia incerta: Grazie, maestra, per aver creduto che potevamo imparare, anche nel modo più strano. Non cera firma, solo un minuscolo disegno di una caramella e, in fondo, la traccia umida di uno scherzoso finto sputo di pennarello blu.

Sorridendo tra le pieghe dei ricordi, Alessandra capiva che il suo senso di colpa forse non sarebbe mai del tutto svanito, ma nemmeno il segreto vigore di quella classe e il destino di Cosimo sarebbero mai esistiti senza il rischio di quella scelta. Avevano tutti, quellanno, imparato qualcosa che non era scritto su nessun libro.

Così, ogni volta che ascoltava le voci dei suoi alunni di allora, ormai adulti, riderle nelle orecchie attraverso vecchi racconti, pensava che non tutte le storie andavano raccontate a voce alta. Alcune servono solo a farci restare uniti, come una promessa quasi magica, stretta intorno a un giorno dinfanzia che nessuno, davvero, aveva mai dimenticato.

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