«Qui ci fermiamo fino allestate!»: come ho cacciato la sfrontata famiglia di mio marito e cambiato le serrature.
Il citofono non squilla, esplode: un suono insistente che rimbomba per tutto il corridoio. Sono le sette di mattina, sabato. Lunico giorno in cui avevo deciso di dormire fino a tardi dopo aver chiuso il bilancio trimestrale, non certo di ricevere ospiti a quellora. Sul display appare la faccia di mia cognata. Silvia, sorella di mio marito Marco, sembra pronta ad assaltare il Campidoglio, e alle sue spalle si vedono tre testoline spettinate e vocianti.
Marco! grido senza prendere nemmeno la cornetta. È la tua famiglia. Pensaci tu.
Marco si trascina fuori dalla camera avvolto nei suoi pantaloncini al rovescio. Sa che, se mi esprimo in quel tono, la sopportazione nei confronti dei suoi parenti ha già toccato il fondo. Mentre biascica qualcosa al citofono, io sono già nellingresso, le braccia incrociate. Casa mia, regole mie. Questo trilocale in centro a Milano lho comprato due anni prima di conoscere Marco, pagato sudando ogni singolo euro del mutuo, e lultima cosa che desidero è ritrovarmi estranei tra i piedi.
La porta si spalanca ed entra la carovana. Silvia, carica di borse, non mi degna nemmeno di un saluto, mi sposta con lanca come se fossi un mobile.
Ah, finalmente! sospira, lasciando cadere i borsoni sopra il gres importato. Alina, che fai impalata lì? Metti su il bollitore, i bambini hanno fame dopo il viaggio.
Silvia, la mia voce è gelida, tanto che Marco si raggomitola. Che succede?
Non ti ha detto niente Marco? spalanca gli occhi con laria da santa martire. Abbiamo la ristrutturazione! Roba grossa! Stiamo rifacendo i tubi e i pavimenti, è impossibile vivere lì, tutto polvere. Resteremo da voi solo una settimana. Tanto in questa reggia non vi manca lo spazio! Guarda quanti metri inutilizzati.
Guardo mio marito; lui si perde nei dettagli del soffitto come se volesse scomparire.
Marco?
Dai, Alina, mormora. È mia sorella. Come fanno con i bambini nella polvere? Una settimana sola.
Una settimana, scandisco. Esattamente sette giorni. Il cibo ve lo procurate voi. Niente bambini che corrono per casa, non toccano i muri, al mio studio non si avvicinano neanche di un metro. Silenzio dopo le dieci.
Silvia sbuffa, rollando gli occhi.
Che pesante sei, Alina. Sembri la direttrice di un carcere. Vabbè, fatta. Dove dormiamo? Spero non per terra.
Così è iniziato linferno.
La settimana diventa due, poi tre. Il mio appartamento curato in ogni dettaglio con larchitetto sta diventando una stalla. Ingresso invaso da scarpe sporche, perennemente ci inciampo. La cucina è un campo di battaglia: ditate unte sulle superfici di quarzo, briciole dappertutto, chiazze appiccicose. Silvia si comporta come fosse a casa sua, padrona più che ospite.
Alina, ma il frigo sembra quello di una studentessa squattrinata mi fa notare una sera, osservando le mensole vuote. I bambini vogliono gli yogurt, e io e Marco un po di carne. Non potresti viziare un po i tuoi parenti, con quello che guadagni?
Hai la carta in tasca, ci sono mille negozi ribatto senza staccarmi dal computer. Vai, la consegna arriva anche di notte.
Taccagna, borbotta, sbattendo lo sportello del frigo così forte che tintinnano i barattoli. Tanto i soldi non te li porti dietro, ricordalo.
Ma il punto di non ritorno arriva dopo. Un pomeriggio rientro in anticipo dal lavoro e trovo i nipotini nella mia camera. Il maggiore salta sul letto con materasso ortopedico che è costato quanto unauto usata, la piccola sta disegnando sul muro con il mio rossetto. Tom Ford, edizione limitata.
FUORI! urlo, tanto che scappano ai quattro venti.
Silvia irrompe per il frastuono. Vede i graffi sul muro e il rossetto spiaccicato e si limita a scrollare le spalle.
Ma dai, Alina, sono bambini! Una striscia sul muro, la pulisci. Del rossetto chissenefrega, ne compri un altro. Comunque abbiamo deciso: la ristrutturazione va per le lunghe. La ditta che doveva venire sembra una compagnia di disgraziati. Restiamo fino all’estate! Tanto in due vi annoiate. Con noi cè allegria!
Marco tace. Uno straccio duomo.
Non rispondo. Vado in bagno per evitare un omicidio. Respiro.
Più tardi Silvia va a farsi la doccia, lascia il cellulare sul tavolo. Lo schermo si illumina per una notifica. Non sono abituata a farmi i fatti degli altri, ma le parole scorrono grandi davanti agli occhi. Messaggio da Marina Affitto:
«Silvia, il bonifico per il prossimo mese è arrivato. Gli inquilini sono contenti e chiedono se possono rimanere fino ad agosto.»
E subito dopo lavviso della banca: «Ricarica: +800 euro».
Mi si accende una lampadina. Non cè nessuna ristrutturazione. La sanguisuga ha affittato la sua topaia a breve termine, per guadagnare soldi facili, e si è trasferita qui con vitto e alloggio gratis. Risparmia pure sulle bollette. Una strategia da manuale. Sulle mie spalle.
Faccio una foto allo schermo del suo telefono. Le mani ferme, anzi, una calma aggressiva.
Marco, vieni qui in cucina chiamo mio marito.
Senza dire una parola gli mostro la foto. Lui la legge, prima diventa rosso, poi bianco come un lenzuolo.
Magari si è sbagliata, Alina?
Sbagliato era lasciarli qui così tanto rispondo fredda. Scegli: o domani a pranzo hanno già sloggiato, o domani te ne vai anche tu. Con tua madre, tua sorella e tutto il vostro circo.
Ma dove vanno?
Non minteressa. Sotto i portici o al Grand Hotel, se possono permetterselo.
La mattina Silvia, come se niente fosse, annuncia che sta andando per negozi ha visto degli stivaletti favolosi (con i soldi dellaffitto, suppongo). Lascia generosamente i bambini a Marco, a casa.
Aspetto che richiuda la porta.
Marco, porta i bambini al parco. E stacci un bel po.
Perché?
Perché ora ci sarà una disinfestazione da parassiti.
Appena spariti, tiro fuori il telefono. Primo numero: il fabbro. Secondo: il vigile di quartiere.
Lospitata è finita. È il momento di riconquistare casa mia.
La domanda di ieri di Marco mi rimbomba in testa mentre guardo il fabbro cambiare la serratura.
Nessun errore, solo determinazione, penso, osservando il suo lavoro veloce.
Bella porta commenta il fabbro, esaminando la nuova serratura. Questa non la scassini neanche col piede di porco.
È quello che voglio. Sicurezza prima di tutto.
Gli faccio un bonifico che potrebbe bastare per una cenetta gourmet, ma la serenità vale più di ogni cosa. Poi via: prendo i sacchi neri quelli da 120 litri, spessi e ci butto dentro tutto, senza pietà: reggiseni di Silvia, calzini dei bambini, giocattoli sparsi. La roba da bagno viene spazzata via da una sola passata.
Dopo quaranta minuti, la montagna di sacchi neri è in bella mostra davanti allascensore. Accanto, due valigie.
Quando il vigile suona, ho già in mano i documenti.
Buongiorno, Maresciallo, gli passo la visura catastale e la carta didentità. Unica proprietaria, solo io sono residente. Ora cercheranno di entrare delle persone non aventi diritto. Voglio che lo annotiate.
Il vigile, giovane e con le occhiaie, sfoglia le carte con aria annoiata.
Parenti?
Ex sorrido. La questione immobiliare ora è incandescente.
Silvia riappare dopo unora. Esce dallascensore, piena di sacchetti firmati Rinascente. La sua espressione felice si spegne quando vede i sacchi neri e me, in compagnia del vigile.
Ma cosa sarebbe questa roba? strilla indicando i sacchi. Alina, sei matta? Ci sono i miei vestiti lì!
Appunto, incrocio le braccia. La tua roba. Portala via. Lhotel è chiuso.
Cerca di fiondarsi in casa, il vigile la blocca.
Signora, abita qui? È residente?
Io sono la sorella di Marco! Siamo ospiti! Mi lancia unocchiata furente. Sei impazzita! Dovè Marco? Ora lo chiamo, ti fa vedere lui!
Chiama pure la autorizzo. Ma non risponde. Sta spiegando ai bambini perchè la loro mamma è così “intraprendente”.
Silvia chiama, squilli a vuoto. Marco ha finalmente trovato la spina dorsale. O forse ha solo paura della separazione e del fatto che in una divisione dei beni non gli toccherebbe nulla.
Non puoi farlo! urla quasi in lacrime, lasciando cadere i sacchetti. Da uno esce una scatola di scarpe nuove. Abbiamo i lavori in casa! Dove andiamo? Ho i bambini!
Non mentire, le rispondo fredda. Saluta Marina. E chiedile se ti prolunga laffitto fino ad agosto. O dovrai sfrattare gli inquilini per tornare nella tua vera casa?
Silvia rimane senza parole, bocca spalancata. Diventa pallida come il latte sotto il fondotinta.
Ma tu come
Si bloccano i telefoni, cara businesswoman. Hai vissuto un mese alle mie spalle, consumando il mio cibo, rovinando casa mia, mentre prendevi laffitto della tua? Bella mossa. Ora ascolta bene.
Abbasso la voce, ma nel silenzio del pianerottolo si sente ogni sillaba:
Ora prendi i sacchi e te ne vai. Se ti vedo a meno di un chilometro da casa mia, faccio denuncia in Agenzia delle Entrate. Affitti in nero, evasione. Saranno curiosi. E aggiungo una denuncia per furto: ho scoperto che mi manca un anello doro. Sai dove lo troveranno? In uno di questi sacchi se vorranno controllarli.
Lanello è al sicuro in cassaforte, ma lei non lo sa. Silvia diventa trasparente.
Sei una vipera, Alina, sibila. Dio ti giudichi.
È occupato, le taglio corto. E la casa ora finalmente è libera, come me.
Raccoglie i sacchi bestemmiando, cerca un taxi con mani tremanti. Il vigile osserva la scena con un sorriso nascosto, sollevato allidea di non dover scrivere verbali.
Quando lascensore si chiude su di lei, sulle sue borse e i suoi sogni falliti, ringrazio il vigile.
Grazie per il servizio.
Prego ghigna lui. Ma prenda una serratura ancora migliore, se vuole un consiglio.
Rientro, chiudo la porta alle mie spalle. Il clic del nuovo cilindro ha un suono pieno, incisivo. Lodore del detergente riempie la casa: la ditta delle pulizie si è già messa allopera in camera da letto.
Marco torna due ore dopo. Solo. I bambini li ha consegnati a Silvia sotto casa, mentre caricava il taxi. Entra guardingo, come se temesse una trappola.
Alina è andata via.
Lo so.
Ti ha insultata in tutti i modi
Non minteressa cosa gridano i topi quando li cacci dalla nave.
Sono seduta in cucina, bevo caffè appena fatto dalla mia tazza preferita, intera. Sulle pareti nessuno scarabocchio di rossetto: tutto pulito. Nel frigo solo quello che voglio io.
Lo sapevi dellaffitto? domando senza guardarlo.
No! Giuro, Alina. Se lavessi saputo
Saresti stato zitto comunque, constato. Ascolta bene, Marco: è lultima volta. Se la tua famiglia si comporta ancora così, i tuoi bagagli saranno accanto ai loro sacchi. Hai capito?
Annuisce, veloce e impaurito. Sa che non scherzo.
Faccio ancora un sorso di caffè.
È perfetto.
Caldo, intenso, e soprattutto gustato finalmente nel silenzio assoluto del mio regno.
La corona, no, non stringe.
Mi sta a pennello.






