«Qui non si vive fino all’estate!»: come ho sbattuto fuori i parenti invadenti di mio marito e cambiato tutte le serrature Il citofono non squillava, urlava. Guardai l’orologio: sette del mattino, sabato. L’unico giorno in cui speravo di dormire dopo aver chiuso il bilancio trimestrale — non certo di ricevere visite. Sullo schermo c’era la faccia di mia cognata. Silvia, la sorella di mio marito Marco, aveva l’espressione di chi sta per assaltare il Colosseo, e dietro di lei sbucavano tre testoline spettinate. — Marco! — urlai, senza nemmeno sollevare la cornetta. — Sono i tuoi parenti. Vai tu. Mio marito si trascinò fuori dalla camera, infilando i pantaloncini al contrario. Sapeva benissimo che quel tono non prometteva nulla di buono. Mentre balbettava qualcosa al citofono, io ero già nell’ingresso, braccia conserte. Casa mia, regole mie. Questo trilocale in centro l’avevo sudato e pagato io, con anni di mutuo sulle spalle. Gli ospiti indesiderati mi davano sui nervi. Appena aperta la porta, un vero circo invase il mio corridoio profumato di fragranze artigianali di Firenze. Silvia, carica di borsoni, nemmeno un buongiorno. Mi spinse di lato col fianco, come fossi una sedia. — Meno male, ce l’abbiamo fatta! — sospirò gettando le borse sul mio gres porcellanato italiano. — Che fai lì impalata, Alice? Metti su il bollitore, i bambini sono affamati dopo il viaggio. — Silvia, — il mio tono era glaciale, e Marco si incassò nelle spalle. — Che succede? — Non te l’ha detto Marco? — sgranò gli occhi da santarellina. — Stiamo rifacendo casa! Bagno e cucina, tutto a pezzi. Non si può vivere nello sporco! Ci fermiamo qui una settimana. In questo palazzo non starete certo stretti, guarda quanto spazio sprecato. Guardai mio marito: fissava il soffitto, preparando già la sua recita serale. — Marco? — Dai, Alice… — balbettò lui. — È mia sorella… Con i bambini in mezzo ai lavori non si può stare. Solo una settimana… — Una settimana, — scandii. — Sette giorni esatti. Provviste ve le portate, i bambini non corrono per casa, nessuno entra nel mio studio e dopo le dieci voglio silenzio. Silvia sbuffò alzando gli occhi al cielo: — Eh, però sei pesante, Alice! Nemmeno la direttrice di un carcere. Va bene, affare fatto. Dove dormiamo? Spero non per terra! Così iniziò l’incubo. La “settimana” diventò due. Poi tre. La casa che avevo arredato con il mio architetto sembrava un accampamento abusivo. L’ingresso era una suolaio di scarpe sporche, la cucina un campo di battaglia: macchie di olio sull’okite, briciole, pozze appiccicose ovunque. Silvia sembrava la padrona ed io la serva. — Alice, il frigo è vuoto? I bambini hanno bisogno degli yogurt, e Marco e io mangeremmo volentieri qualcosa di decente. Dato che guadagni bene, potresti trattare meglio i parenti, no? — Hai il bancomat e sotto casa decine di negozi, — risposi senza sollevare gli occhi dal PC. — Fatene buon uso. C’è anche la consegna a domicilio. — Tirchia, — borbottò lei, sbattendo il frigo così forte che quasi cedeva la maniglia. — Ricordati che nella bara le tasche non ci sono. Ma il punto di non ritorno non fu quello. Tornando a casa prima del previsto, trovai i nipoti nella mia camera: il maggiore saltava sul materasso ortopedico costato quanto uno scooter, la piccola usava la mia costosa matita labbra Tom Ford, edizione limitata, per disegnare sulla parete. — Fuori!!! — urlai con una rabbia glaciale. I bambini sgattaiolarono via terrorizzati. Accorse Silvia. Visto il disastro, alzò le mani, impassibile: — Ma cosa urli? Sono bambini! Una riga sul muro, la lavi. La matita labbra? Te la ricompri, non farne un dramma. Ah, e comunque, i lavori vanno a rilento. La ditta che abbiamo trovato è disastrosa. Restiamo da voi fino all’estate. Così non vi annoiate! Marco taceva. Uno zerbino. Non risposi. Andai in bagno, prima di commettere un reato. Dovevo calmarmi. La sera, Silvia andò a farsi la doccia lasciando il cellulare sul tavolo. Si accese lo schermo: non sono curiosa, ma il messaggio apparve grande e chiaro: “Silvia, ho mandato i soldi per il prossimo mese! Gli inquilini sono contenti, chiedono di prolungare fino ad agosto”. Subito dopo, notifica: “+ 1.000 euro accreditati”. Scattai la foto: non mi tremava la mano. Era tutto chiaro. Niente lavori: Silvia aveva affittato la sua casa a studenti o turisti, si godeva il guadagno e viveva qui a scrocco risparmiando pure sulle spese domestiche. Genio del male. Sulla mia pelle. Chiamai Marco. — Vieni un attimo in cucina. Gli mostrai la foto. Lesse, fece la faccia da pesce lesse. — Ma magari è un errore… — L’errore è che non li hai ancora sbattuti fuori, — gli dissi calma. — Hai una scelta: domani a pranzo qui non ci sono più, oppure non ci sei più nemmeno tu. Tu, tua sorella, vostra madre e il vostro carrozzone. — Ma dove andranno…? — Non mi interessa. Che vadano anche al Ritz, se ci riescono. La mattina dopo Silvia uscì di casa, entusiasta: “Esco a comprare due cosine da Prada…” (magari con i soldi dell’affitto). I bambini li lasciò a Marco, che chiese un giorno di ferie. Aspettai che se ne andasse. — Marco, prendi i bambini e portali al parco. Sta per partire la disinfestazione dai parassiti. Quando sparirono in ascensore, feci due telefonate. La prima a un fabbro, la seconda ai carabinieri. Fine dell’ospitalità. Iniziava la bonifica. — Magari è un errore… — la frase di Marco mi ronzava in testa mentre il fabbro smontava la serratura. Nessun errore. Solo freddo calcolo. Il fabbro, un omone tatuato, lavorava svelto. — Bella porta — annuì. — E il blocco che hai scelto è da banca. Qui non si sfonda. — È proprio quello che volevo. Sicurezza. Gli pagai quanto sarebbe bastato per una cenetta stellata, ma la tranquillità valeva molto di più. Poi via con i sacchi neri da 120 litri: dentro tutto, senza pietà. Reggiseni di Silvia, calzamaglie, giochi sparsi. I cosmetici buttati tutti insieme. Dopo quaranta minuti, una montagna nera davanti all’ascensore, due valigie di fianco. Quando arrivò il carabiniere, io ero già pronta con i documenti. — Buongiorno maresciallo, — allungai visura catastale e carta d’identità. — Qui l’unica proprietaria sono io. Prevedo tentativo di occupazione abusiva da parte di non residenti. — Parenti? — chiese annoiato lui. — Ex parenti, — risposi. — La questione immobiliare è degenerata. Silvia arrivò dopo un’ora, sorridente e con buste di lusso. La faccia le cambiò quando vide me, il carabiniere e la montagna di roba. — Che roba è questa? Sei impazzita, Alice? Sono le mie cose! — Esatto, — risposi a braccia conserte. — Sono le tue. Portale via. La pensioncina è chiusa. Lei cercò di farsi largo, il carabiniere la fermò: — Signora, ha la residenza qui? — Io… sono la sorella di suo marito! Siamo ospiti! — Mi guardò con la faccia in fiamme. — Dov’è Marco? Lo chiamo e te la fa vedere lui! — Chiama, — risposi serena. — Intanto, lui sta spiegando ai tuoi figli perché la loro mamma è così “intraprendente”. Silvia chiamò. Una, due volte. Marco non rispondeva. — Non puoi farmi questo! Qui c’è un cantiere, ho i bambini! — Bugiarda, — feci un passo verso di lei. — Saluta Marina. E chiedile se possono prolungare l’affitto fino ad agosto o se tocca a te sloggiarli. Silvia restò senza parole. — Ma tu… come… — I cellulari vanno bloccati, imprenditrice dei miei stivali. Per un mese hai vissuto qui a scrocco, rovinato la mia casa, mangiato i miei soldi e affittato la tua. Ma ora ascolta bene. Abbassai il tono, scandendo ogni parola: — Prendi questa roba e sparisci. Se ti rivedo pure solo nei paraggi, denuncio: affitto in nero, evasione fiscale. E anche per furto: mi è sparito un anello d’oro. Sai dove lo troveranno se perquisiscono questi sacchi? L’anello era in cassaforte, ma Silvia questo non lo sapeva. Si fece color muro. — Sei una stronza, Alice, — sibilò. — Che Dio ti punisca. — Dio è impegnato. Io invece qui sono libera. E la mia casa anche. Raccolse i sacchi borbottando male parole, cercando di chiamare un taxi con le mani tremanti. Il carabiniere la osservava con distaccata soddisfazione. Quando l’ascensore si richiuse portandosi via Silvia, i suoi sacchi e i suoi sogni di gloria, ringraziai il carabiniere. — Grazie per il servizio. — Di nulla, — sorrise per la prima volta. — Ma metta buoni serrature la prossima volta. Rientrai. Chiusi a doppio giro il nuovo blindato. Il click era musica, musica di sicurezza. Odore di pulito: la squadra delle pulizie aveva appena finito la cucina. Marco tornò due ore dopo, da solo. I figli li aveva restituiti a Silvia giù, mentre lei si caricava le valigie nel taxi. Entrò guardandosi attorno come un ladro. — Alice… è andata via. — Lo so. — Ha detto cose orribili su di te… — Non m’interessa cosa urlano i topi quando li cacci dalla nave. Ero in cucina, mi godevo il mio caffè bollente in tazza integra. Nessun disegno sul muro: avevo già fatto ripulire. Il frigo — finalmente — era solo mio. — Sapevi dell’affitto? — domandai senza guardarlo. — No! Te lo giuro, Alice! Se l’avessi saputo… — Se l’avessi saputo, avresti taciuto, — conclusi. — Ascolta bene, Marco. Questa è l’ultima volta. Ancora una furbata e i tuoi bagagli saranno accanto ai loro. Chiaro? Annuiì, spaventato. Sapeva che non scherzavo. Sorsi il caffè. Era perfetto. Caldo, intenso e soprattutto… bevuto nel silenzio assoluto della MIA casa. La mia corona era perfetta. Su misura.

«Staremo qui fino allestate!» ecco come ho sfrattato i parenti sfacciati di mio marito e ho cambiato la serratura.

Il citofono non ha semplicemente suonato ha ululato, pretendendo attenzione. Ho guardato lorologio: le sette di mattina, sabato. Lunico giorno in cui speravo di poter dormire, dopo aver passato settimane a chiudere il bilancio trimestrale, e invece ospiti in arrivo? Sullo schermo è apparsa la faccia di mia cognata. Laura, sorella di mio marito Gianni, aveva la stessa espressione di un partigiano che sta per assaltare la Linea Gotica, e dietro di lei spuntavano tre teste arruffate.

Gianni! ho ringhiato senza nemmeno rispondere. È la tua famiglia, pensa tu.

Sfoderando la tipica prontezza maschile, mio marito si è trascinato fuori dalla camera tirandosi su i pantaloncini allincontrario. Sapeva che, se usavo quel tono, significava che la mia disponibilità verso la sua stirpe aveva toccato il fondo. Mentre lui balbettava qualcosa nellinterfono, io ero già nellingresso, le braccia conserte. Casa mia, regole mie. Questo trilocale in centro a Firenze lho sudato io, pagato con anni di mutuo e crisi di nervi, decisamente non per molteplici invasioni barbariche.

La porta si è spalancata e nel mio corridoio, profumato di costoso diffusore alla rosa, è entrato un circo. Laura, caricata come un somarello, non ha nemmeno salutato: mi ha spostata di lato col fianco, come si fa coi comodini.

Uff, meno male, ce labbiamo fatta! ha ansimato buttando le borse direttamente sulle piastrelle di gres porcellanato italiano. Martina, che fai lì impalata? Metti su il bollitore, i bambini sono affamati morti!

Laura, ho mantenuto la voce piatta, mentre Gianni si rimpiccioliva accanto a me Cortesemente: Che sta succedendo?

Non te lha detto Gianni? Ha sbarrato gli occhi, in modalità purezza danimo. Stiamo facendo i lavori in casa! Totale. Cambio tubi, rifaccio i pavimenti. Vivere là è impossibile, sembriamo minatori. Stiamo qui da voi, eh! Una settimana, giusto il tempo che la ditta si dia una mossa! Tanto qui cè spazio, no?

Ho dato unocchiata a Gianni. Studiava il soffitto con linteresse di chi teme per la propria pelle.

Gianni?

Dai Martina, sono mia sorella e i bambini dove vanno sennò? Polvere ovunque giusto una settimana.

Una. Settimana. Cibo: vostro. Niente bambini che corrono. Vietato toccare le pareti. Niente ingresso nel mio studio. Silenzio totale dopo le dieci. Chiaro?

Laura ha soffiato, roteando gli occhi:

Ma come sei pesante, Martina. Neanche una suora al convento. Va bene va bene si può sapere almeno dove dormiamo? Spero non per terra

Così è iniziato il mio calvario.

La settimana si è allungata a due. Poi a tre. Il mio appartamento, quello stesso appartamento progettato con larchitetto, stava lentamente diventando una stalla. Allingresso una montagna di scarpe luride contro cui inciampavo ogni volta, in cucina regnava il caos: impronte di grasso sulle superfici, briciole ovunque, appiccicoso sulla tavola. Laura si comportava come la contessa, e io ero la servetta.

Martina, il frigo piange miseria! mi ha redarguito una sera, guardando gli scaffali vuoti. I bambini vogliono yogurt, e pure noi due una fetta di carne ce la mangeremmo volentieri. Tu che lavori bene, potresti pensare anche ai parenti

Hai il Bancomat, i supermercati sono sotto casa. Vai pure. Consegne a domicilio 24/7, non siamo mica ai tempi dei Medici.

Avara, ha ringhiato, sbattendo lo sportello tanto che i barattoli hanno tremato Tanto nella bara i soldi non ti seguono, guarda.

Ma non è stato questo il punto di rottura. Un giorno, tornando dal lavoro prima del previsto, ho trovato i miei nipoti nella mia camera. Il maggiore saltava sul letto ortopedico costoso quanto una Panda nuova, mentre la piccola la piccola disegnava sulla parete. Con il mio rossetto. Armani. Collezione limitata.

FUORI! ho tuonato, facendo scappare i bambini per tutta la casa come topolini.

Laura è accorsa sentendo il casino. Davanti ai danni, ha alzato le braccia ridendo:

Ma dai, sono bambini! Che vuoi che sia, una riga sul muro? E il rossetto tuo suvvia, lo ricompri! Oh comunque, i lavori si allungano. Gli operai, giuro, stanno sempre a fare pausa caffè. Rimarremo ancora un pochino, eh? Fino allestate, così fate compagnia!

Gianni zitto, a fissare le piastrelle. Uno straccio sì e no.

Non ho risposto. Sono andata dritta in bagno, a evitare la tentazione di commettere un omicidio.

La sera, Laura è andata a farsi la doccia, gettando il suo telefono sul tavolo. Si è illuminato lo schermo e boom. Messaggio bello chiaro, a caratteri grossi. Contatto Marina Affitti:

«Laura, mandati i soldi del prossimo mese. Gli inquilini sono contenti, chiedono se possono restare fino ad agosto.»

Subito dopo la notifica della banca: «Accredito: +800 euro».

Ho sentito il crack mentale. Il puzzle si è composto in un secondo: nessun cantiere, nessuna disperazione. Laura aveva dato il suo buco in affitto, a notte o a mese che sia, per incassare, e venire a vivere da me, a spese mie. Risparmio sulla spesa, le bollette, e in più il gruzzolo sul conto. Geniale. Se non fossi stata la vittima, lavrei pure premiata col Nobel dellingegno parassita.

Ho preso il mio telefono e ho fotografato lo schermo. Mano steady, testa fredda.

Gianni, vieni un attimo in cucina.

Entrato, gli ho mostrato la foto senza una parola. Ci ha messo un nanosecondo a capire: rosso di vergogna, bianco come la mozzarella.

Martina, sarà un errore?

Lerrore, caro mio, è che permetti ancora questa situazione a casa mia. Fai la scelta: o domani a pranzo nessuno di loro mette più piede qui, o domani non lo fai più nemmeno tu. Che vi facciate compagnia tutti insieme.

Ma dove vanno?

Non mimporta. In albergo, sotto il Ponte Vecchio, su Marte se devono.

La mattina dopo, Laura tutta gaia ha annunciato di andare a fare shopping: aveva adocchiato stivali bellissimi (indovinate un po grazie a che soldi). I bambini li ha mollati a Gianni, che si è preso un permesso al lavoro.

Ho aspettato il rumore della porta alle sue spalle.

Gianni, prendi i bambini e vai al parco. A lungo.

Perché?

Perché tra poco qui si farà una sanificazione anti-parassiti.

Quando il mio branco familiare si è eclissato, telefono in mano, ho fatto due chiamate: serraturista e polizia locale.

Lera dellospitalità era finita, iniziava la liberazione.

«Sarà un errore?» La domanda serale di Gianni mi ronza ancora in testa, mentre il fabbro cambiava la serratura.

Zero errori. Solo freddezza calcolata.

Il fabbro, robusto con tatuaggi napoletani, lavorava spedito:

Bella porta. Ma con questa serratura, ora, non c’è Santo che entri.

Esattamente come piace a me.

Per il lavoro gli ho fatto una ricarica che bastava per una cena a due in trattoria, ma la tranquillità vale il doppio. Ho raccolto tutto: nessuna pietà. Sacchi neri da 120 litri riempiti con reggiseni di Laura, calzini dei bambini, giocattoli, tutte le sciocchezze sparse. Cosmetici? Spazzati via in un unico movimento.

In quaranta minuti fuori dalla porta era sorta una montagna di sacchi gonfi. Al loro fianco, due valigie semiaperte.

Quando il campanello ha trillato era il carabiniere ad arrivare. Avevo già i documenti pronti in mano.

Buongiorno maresciallo, gli ho dato il certificato di proprietà e la carta didentità. Unica proprietaria e residente. Tra poco proveranno ad entrare persone senza diritto. Gradirei che lo annotasse.

Il maresciallo, giovane con la faccia da lunedì mattina di chi ne ha viste troppe, ha sfogliato le carte svogliato.

Parentela?

Ex, ho sorriso Diciamo che la questione ereditaria è appena passata a “crisi di governo”.

Laura è arrivata dopo unora. Era radiosa, carica di sacchetti firmati Rinascente. Il sorriso le si è congelato vedendo i sacchi neri e il maresciallo sulla soglia.

Che che cosè questa roba? ha strillato, puntando il dito come una furia. Martina, sei impazzita? Sono le mie cose!

Esatto. Prendi tutto e vai. Hotel chiuso.

Ha provato a fiondarsi oltre, ma il carabiniere le ha sbarrato la via:

Signora, lei qui risiede? Ha dichiarato la presenza?

Io sono la sorella di Gianni! Siamo ospiti! Si è girata verso di me, la faccia a chiazze. Ma che stai facendo, strega? Dovè Gianni? Lo chiamo subito!

Fai pure ho detto, alzando le mani. Solo che non risponde. È occupato a spiegare ai figli perché la mamma è così imprenditoriale.

Ha chiamato. Tuuuu. Ancora. Niente. Gianni finalmente si era fatto venire la spina dorsale. O ha fiutato il divorzio, con relativo nulla di fatto dagli asset

Non hai diritto! Laura, isterica, facendo cadere pure una scatola con le scarpe nuove. Siamo senza casa! Ho i figli!

Ma piantala. Salutami Marina e chiedile se rinnovano laffitto fino ad agosto. Oppure dovrai sfrattare gli inquilini e tornare nel tuo buco.

Laura è rimasta con la bocca aperta. Era come vedere un pallone schiacciarsi al suolo.

Ma ma tu come

Impara a bloccare il telefono, businesswoman dei miei stivali. Hai vissuto un mese a sbafo, hai mangiato la mia spesa, rovinato la mia casa, mentre affittavi la tua per farti lanticipo della Jeep. Complimenti. Ma ora ascolta bene.

Ho abbassato la voce, ogni sillaba rimbombava nellandrone come un colpo di cucchiaio sul paiolo:

Ora prendi i sacchi e sparisci dalla mia vista. Se ti becco nei paraggi, faccio una denuncia allAgenzia delle Entrate per affitti in nero. E pure per furto: guarda caso mi manca uno degli anelli doro. Sai dove lo trovano, se i carabinieri spulciano qui dentro?

Lanello ovviamente era al sicuro, ma lei sbiancava come la pasta frolla.

Sei una vipera, Martina, ha sibilato. Tanto a giudicarti ci penserà Dio.

Guarda, Lui ora è impegnato. Io invece ho tutto il tempo di godermi casa mia, libera.

Ha raccolto i sacchi, furiosa, digitando con le mani che tremavano per il taxi. Il carabiniere si è goduto lo spettacolo, pregustando la pausa pranzo anticipata.

Quando lascensore se lè portata via insieme ai suoi bagagli e alle sue speranze, ho salutato con gratitudine il maresciallo.

Grazie, buona giornata.

Prego signora, ma la prossima volta: scegliete un buon fabbro in anticipo!

Sono rientrata, ho chiuso il portone. Il click della nuova serratura era musica, il profumo di detersivo una sinfonia. Il team delle pulizie finiva proprio in cucina quando sono entrata in salotto.

Gianni è tornato due ore dopo. Solo. I bambini li aveva consegnati a Laura quando stava salendo nel taxi. Entrava guardingo, uno sguardo alla World War Z.

Martina se nè andata.

Già.

Ha urlato cose brutte su di te, giù

Me ne importa quanto delle previsioni del tempo in Lapponia.

Stavo in cucina a sorseggiare un caffè, dalla mia tazza preferita. Niente disegni sul muro ripulito. Il frigo, di nuovo tuttomio.

Lo sapevi dellaffitto?

No! Giuro! Se lo avessi saputo

Avresti taciuto comunque. Ascoltami bene: si ripete una storia del genere con la tua famiglia? La prossima valigia fuori dalla porta sarà la tua. Capito?

Ha annuito, convintissimo, come il primo della classe. Sapeva che stavolta non si scherzava.

Un sorso di caffè. Caldo, forte, perfetto. Bevuto nella pace totale della mia casa.
Nessuna fatica a portare la corona: mi stava a pennello!

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«Qui non si vive fino all’estate!»: come ho sbattuto fuori i parenti invadenti di mio marito e cambiato tutte le serrature Il citofono non squillava, urlava. Guardai l’orologio: sette del mattino, sabato. L’unico giorno in cui speravo di dormire dopo aver chiuso il bilancio trimestrale — non certo di ricevere visite. Sullo schermo c’era la faccia di mia cognata. Silvia, la sorella di mio marito Marco, aveva l’espressione di chi sta per assaltare il Colosseo, e dietro di lei sbucavano tre testoline spettinate. — Marco! — urlai, senza nemmeno sollevare la cornetta. — Sono i tuoi parenti. Vai tu. Mio marito si trascinò fuori dalla camera, infilando i pantaloncini al contrario. Sapeva benissimo che quel tono non prometteva nulla di buono. Mentre balbettava qualcosa al citofono, io ero già nell’ingresso, braccia conserte. Casa mia, regole mie. Questo trilocale in centro l’avevo sudato e pagato io, con anni di mutuo sulle spalle. Gli ospiti indesiderati mi davano sui nervi. Appena aperta la porta, un vero circo invase il mio corridoio profumato di fragranze artigianali di Firenze. Silvia, carica di borsoni, nemmeno un buongiorno. Mi spinse di lato col fianco, come fossi una sedia. — Meno male, ce l’abbiamo fatta! — sospirò gettando le borse sul mio gres porcellanato italiano. — Che fai lì impalata, Alice? Metti su il bollitore, i bambini sono affamati dopo il viaggio. — Silvia, — il mio tono era glaciale, e Marco si incassò nelle spalle. — Che succede? — Non te l’ha detto Marco? — sgranò gli occhi da santarellina. — Stiamo rifacendo casa! Bagno e cucina, tutto a pezzi. Non si può vivere nello sporco! Ci fermiamo qui una settimana. In questo palazzo non starete certo stretti, guarda quanto spazio sprecato. Guardai mio marito: fissava il soffitto, preparando già la sua recita serale. — Marco? — Dai, Alice… — balbettò lui. — È mia sorella… Con i bambini in mezzo ai lavori non si può stare. Solo una settimana… — Una settimana, — scandii. — Sette giorni esatti. Provviste ve le portate, i bambini non corrono per casa, nessuno entra nel mio studio e dopo le dieci voglio silenzio. Silvia sbuffò alzando gli occhi al cielo: — Eh, però sei pesante, Alice! Nemmeno la direttrice di un carcere. Va bene, affare fatto. Dove dormiamo? Spero non per terra! Così iniziò l’incubo. La “settimana” diventò due. Poi tre. La casa che avevo arredato con il mio architetto sembrava un accampamento abusivo. L’ingresso era una suolaio di scarpe sporche, la cucina un campo di battaglia: macchie di olio sull’okite, briciole, pozze appiccicose ovunque. Silvia sembrava la padrona ed io la serva. — Alice, il frigo è vuoto? I bambini hanno bisogno degli yogurt, e Marco e io mangeremmo volentieri qualcosa di decente. Dato che guadagni bene, potresti trattare meglio i parenti, no? — Hai il bancomat e sotto casa decine di negozi, — risposi senza sollevare gli occhi dal PC. — Fatene buon uso. C’è anche la consegna a domicilio. — Tirchia, — borbottò lei, sbattendo il frigo così forte che quasi cedeva la maniglia. — Ricordati che nella bara le tasche non ci sono. Ma il punto di non ritorno non fu quello. Tornando a casa prima del previsto, trovai i nipoti nella mia camera: il maggiore saltava sul materasso ortopedico costato quanto uno scooter, la piccola usava la mia costosa matita labbra Tom Ford, edizione limitata, per disegnare sulla parete. — Fuori!!! — urlai con una rabbia glaciale. I bambini sgattaiolarono via terrorizzati. Accorse Silvia. Visto il disastro, alzò le mani, impassibile: — Ma cosa urli? Sono bambini! Una riga sul muro, la lavi. La matita labbra? Te la ricompri, non farne un dramma. Ah, e comunque, i lavori vanno a rilento. La ditta che abbiamo trovato è disastrosa. Restiamo da voi fino all’estate. Così non vi annoiate! Marco taceva. Uno zerbino. Non risposi. Andai in bagno, prima di commettere un reato. Dovevo calmarmi. La sera, Silvia andò a farsi la doccia lasciando il cellulare sul tavolo. Si accese lo schermo: non sono curiosa, ma il messaggio apparve grande e chiaro: “Silvia, ho mandato i soldi per il prossimo mese! Gli inquilini sono contenti, chiedono di prolungare fino ad agosto”. Subito dopo, notifica: “+ 1.000 euro accreditati”. Scattai la foto: non mi tremava la mano. Era tutto chiaro. Niente lavori: Silvia aveva affittato la sua casa a studenti o turisti, si godeva il guadagno e viveva qui a scrocco risparmiando pure sulle spese domestiche. Genio del male. Sulla mia pelle. Chiamai Marco. — Vieni un attimo in cucina. Gli mostrai la foto. Lesse, fece la faccia da pesce lesse. — Ma magari è un errore… — L’errore è che non li hai ancora sbattuti fuori, — gli dissi calma. — Hai una scelta: domani a pranzo qui non ci sono più, oppure non ci sei più nemmeno tu. Tu, tua sorella, vostra madre e il vostro carrozzone. — Ma dove andranno…? — Non mi interessa. Che vadano anche al Ritz, se ci riescono. La mattina dopo Silvia uscì di casa, entusiasta: “Esco a comprare due cosine da Prada…” (magari con i soldi dell’affitto). I bambini li lasciò a Marco, che chiese un giorno di ferie. Aspettai che se ne andasse. — Marco, prendi i bambini e portali al parco. Sta per partire la disinfestazione dai parassiti. Quando sparirono in ascensore, feci due telefonate. La prima a un fabbro, la seconda ai carabinieri. Fine dell’ospitalità. Iniziava la bonifica. — Magari è un errore… — la frase di Marco mi ronzava in testa mentre il fabbro smontava la serratura. Nessun errore. Solo freddo calcolo. Il fabbro, un omone tatuato, lavorava svelto. — Bella porta — annuì. — E il blocco che hai scelto è da banca. Qui non si sfonda. — È proprio quello che volevo. Sicurezza. Gli pagai quanto sarebbe bastato per una cenetta stellata, ma la tranquillità valeva molto di più. Poi via con i sacchi neri da 120 litri: dentro tutto, senza pietà. Reggiseni di Silvia, calzamaglie, giochi sparsi. I cosmetici buttati tutti insieme. Dopo quaranta minuti, una montagna nera davanti all’ascensore, due valigie di fianco. Quando arrivò il carabiniere, io ero già pronta con i documenti. — Buongiorno maresciallo, — allungai visura catastale e carta d’identità. — Qui l’unica proprietaria sono io. Prevedo tentativo di occupazione abusiva da parte di non residenti. — Parenti? — chiese annoiato lui. — Ex parenti, — risposi. — La questione immobiliare è degenerata. Silvia arrivò dopo un’ora, sorridente e con buste di lusso. La faccia le cambiò quando vide me, il carabiniere e la montagna di roba. — Che roba è questa? Sei impazzita, Alice? Sono le mie cose! — Esatto, — risposi a braccia conserte. — Sono le tue. Portale via. La pensioncina è chiusa. Lei cercò di farsi largo, il carabiniere la fermò: — Signora, ha la residenza qui? — Io… sono la sorella di suo marito! Siamo ospiti! — Mi guardò con la faccia in fiamme. — Dov’è Marco? Lo chiamo e te la fa vedere lui! — Chiama, — risposi serena. — Intanto, lui sta spiegando ai tuoi figli perché la loro mamma è così “intraprendente”. Silvia chiamò. Una, due volte. Marco non rispondeva. — Non puoi farmi questo! Qui c’è un cantiere, ho i bambini! — Bugiarda, — feci un passo verso di lei. — Saluta Marina. E chiedile se possono prolungare l’affitto fino ad agosto o se tocca a te sloggiarli. Silvia restò senza parole. — Ma tu… come… — I cellulari vanno bloccati, imprenditrice dei miei stivali. Per un mese hai vissuto qui a scrocco, rovinato la mia casa, mangiato i miei soldi e affittato la tua. Ma ora ascolta bene. Abbassai il tono, scandendo ogni parola: — Prendi questa roba e sparisci. Se ti rivedo pure solo nei paraggi, denuncio: affitto in nero, evasione fiscale. E anche per furto: mi è sparito un anello d’oro. Sai dove lo troveranno se perquisiscono questi sacchi? L’anello era in cassaforte, ma Silvia questo non lo sapeva. Si fece color muro. — Sei una stronza, Alice, — sibilò. — Che Dio ti punisca. — Dio è impegnato. Io invece qui sono libera. E la mia casa anche. Raccolse i sacchi borbottando male parole, cercando di chiamare un taxi con le mani tremanti. Il carabiniere la osservava con distaccata soddisfazione. Quando l’ascensore si richiuse portandosi via Silvia, i suoi sacchi e i suoi sogni di gloria, ringraziai il carabiniere. — Grazie per il servizio. — Di nulla, — sorrise per la prima volta. — Ma metta buoni serrature la prossima volta. Rientrai. Chiusi a doppio giro il nuovo blindato. Il click era musica, musica di sicurezza. Odore di pulito: la squadra delle pulizie aveva appena finito la cucina. Marco tornò due ore dopo, da solo. I figli li aveva restituiti a Silvia giù, mentre lei si caricava le valigie nel taxi. Entrò guardandosi attorno come un ladro. — Alice… è andata via. — Lo so. — Ha detto cose orribili su di te… — Non m’interessa cosa urlano i topi quando li cacci dalla nave. Ero in cucina, mi godevo il mio caffè bollente in tazza integra. Nessun disegno sul muro: avevo già fatto ripulire. Il frigo — finalmente — era solo mio. — Sapevi dell’affitto? — domandai senza guardarlo. — No! Te lo giuro, Alice! Se l’avessi saputo… — Se l’avessi saputo, avresti taciuto, — conclusi. — Ascolta bene, Marco. Questa è l’ultima volta. Ancora una furbata e i tuoi bagagli saranno accanto ai loro. Chiaro? Annuiì, spaventato. Sapeva che non scherzavo. Sorsi il caffè. Era perfetto. Caldo, intenso e soprattutto… bevuto nel silenzio assoluto della MIA casa. La mia corona era perfetta. Su misura.