„Resta ferma, non dire nulla, sei in pericolo.” La giovane donna senza…

«Stai fermo, non dire nulla, sei in pericolo». La giovane senzatetto la trascinò in un angolo buio e, senza pensarci due volte, lo baciò per salvargli la vita e il resto è storia.

Stessa frase, ma in un sussurro da taglio di coltello: «Stai fermo. Non dire nulla. Sei in pericolo».

Le parole squarciarono la notte. Ettore Caruso, amministratore delegato di CarusoTech, era pallido come un fantasma. Solo pochi secondi prima era sceso da un’auto su un viale poco illuminato dietro l’Hotel Excelsior di Milano, cercando di eludere i paparazzi che lo aspettavano davanti al portone. Ora una ragazzina impolverata, con i capelli arruffati e il viso segnato dallincuria, lo trascinava nellombra.

Prima che potesse chiedere, le sue labbra si posarono su quelle di lui.

Per un istante il mondo si fermò. Lodore della pioggia, le mani tremanti di Ettore sulla pettorina della camicia, il brusio lontano del trafficotutto si sciolse in un silenzio teso. Poi una limusina nera sfrecciò accanto al viale, i vetri fumosi e le luci spente. Un uomo si chinò al finestrino, scrutando la strada. Il cuore di Ettore batteva a ritmo di tamburo. Qualunque cosa fosse, lo stavano cercando

La ragazza, appena ventenne, con una felpa strappata, scomparve subito.

«Sei al sicuro adesso», le sussurrò. «Ti avrei riconosciuto se avessi alzato lo sguardo».

Ettore sbatté le palpebre, sbalordito. «Chi sei?»

«Non importa», rispose, facendo un passo indietro. «Non dovresti andare da solo, soprattutto stasera».

Avrebbe potuto scappare. Ma qualcosa nella sua vocecalma, ferma, nonostante il freddolo convinse a restare. «Sapevi che ti seguono?»

«Osservo le cose», replicò semplicemente. «Quando vivi per strada impari a guardare prima di muoverti».

Il suo nome, scoprì più tardi, era Benedetta. Era stata senza tetto per due anni, dormendo vicino alla stazione di Milano Centrale. Quella notte aveva salvato la vita a uno degli uomini più ricchi dItalia.

Ettore, però, non è il tipo da lasciare domande senza risposta o debiti non pagati.

Quella notte non fu la fine della loro avventura. Fu linizio.

Tre giorni dopo, Ettore la rintracciò. Mise la sua squadra di sicurezza a seguirla, cosa non facile: Benedetta scompariva dai radar, dormendo in un posto diverso ogni notte. Quando la vide finalmente davanti a una mensa di beneficenza, sembrava più piccola di quanto ricordasse. Ma i suoi occhiattenti, grigi, decisiincrociarono immediatamente i suoi.

Ti avevo detto di non seguirlo, disse secca.

«Mi hai salvato la vita», rispose Ettore. «Almeno lasciami ringraziarti».

Lei non voleva i suoi soldi. «Gente come te dona solo per sentirsi meglio. Non voglio carità».

«Allora lavora per me», propose. «Hai un istinto che la maggior parte non ha».

Rise, una risata tagliente senza sarcasmo. «Vuoi assumere una senzatetto che dorme sotto i ponti?»

«Sì», rispose Ettore, semplice.

Ci vollero settimane, ma accettò a malincuore un ruolo temporaneo nella sua squadra di sicurezza. Allinizio gli altri la odiavano. Una donna senza precedenti penali, senza laurea, senza indirizzo fisso non aveva posto nel loro mondo. Ma Benedetta possedeva qualcosa che loro non avevano: intuizione. Sentiva quando qualcosa non andava: uno straniero che indugiava troppo, unauto parcheggiata troppo vicino.

Presto Ettore capì che non solo la proteggeva, ma gli apriva gli occhi. «Vivi dietro un vetro», le disse una volta. «Le persone ti vedono, ma tu non le vedi».

Cominciò ad ascoltare: lei, i suoi dipendenti, persino la città che aveva costruito con il suo impero. E settimana dopo settimana, lammirazione crebbe. Bevvero caffè fino a tardi nel suo ufficio, risate che rimbalzavano sui vetri. Lei non flirtava mai, ma quando sorrideva, lui dimenticava quanto potere avesse e quanto poco contasse.

Poi, una notte, di nuovo: lombra della stessa berlina nera davanti al suo edificio. Solo che stavolta il bersaglio era Benedetta.

Il proiettile era destinato a Ettore. Benedetta lo prese al suo posto.

In un lampo, uno schianto, il suono di vetro rotto. La squadra di sicurezza di Ettore immobilizzò lattentatore prima che raggiungesse la strada. Ma tutto ciò che vedette fu Benedetta crollare sul marmo, il sangue che sbocciava sul suo braccio.

«Rimani con me», le disse, poggiando la mano sulla ferita. I suoi occhi vagavano confusi, ma sereni. «Credo di non potermi sottrarre ai guai», sussurrò, fiacca.

Le luci dellospedale sembravano infinite. Passarono ore prima che il dottore uscisse e dichiarasse che avrebbe vissutoa malapena. Ettore rimase fuori dalla sua stanza tutta la notte, le parole che le aveva detto un tempo riecheggiavano nella mente: «Vivi dietro un vetro». Aveva ragione. Aveva costruito muri di denaro e reputazione per tenere gli altri fuori. Lei li aveva fatto crollare con un bacio improvviso.

Cinque settimane dopo, quando Benedetta si svegliò, Ettore era lì. «Sei licenziata», le disse, quasi senza voce, riprendendo il controllo.

Lei alzò gli occhi al cielo. «Non puoi licenziarti da sola. Ti ho nominato capo della mia sicurezza personale».

Sospirò. «Sei impossibile».

«Forse. Ma ti devo la vita, due volte».

Mentre lei si riprendeva, Ettore le predispose silenziosamente: un piccolo appartamento, una somma di denaro per luniversità e una nuova partenza. Non come un favore, ma perché credeva in chi vedeva il mondo più chiaramente di lui.

Una settimana dopo, passeggiavano insieme nei Giardini Pubblici di Milano, le foglie cadevano come sussurri. Lei si girò verso di lui. «Potresti essere rimasto nella tua torre. Perché non lhai fatto?»

Lui la guardò e rispose: «Perché a volte chi ti salva non ti porta fuori dal pericolo, ma ti fa uscire da te stesso».

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