Restare umani Dicembre inoltrato in una città di provincia italiana, fredda, ventosa, con la neve che solo sfiora il selciato. L’autostazione di Modena, solcata da spifferi eterni, sembrava l’ultimo baluardo del tempo sospeso. Nell’aria, il profumo di caffè del bar si mescolava a quello di disinfettante e decadimento. Le porte scorrevoli sbattevano al vento, lasciando entrare folate gelide e volti arrossati dal freddo. Margherita attraversava in fretta la sala d’attesa, l’occhio incollato all’orologio digitale della stazione. Di passaggio qui per una breve trasferta lavorativa terminata in anticipo a Reggio, doveva ora affrontare due cambi per rincasare a Milano. Questo autostazione di Modena era la prima e più triste delle sue soste. I biglietti erano per l’autobus serale. Nell’attesa, doveva occupare tre ore interminabili, sentendo il grigiore di quel luogo penetrarle fin sotto il pregiato cappotto. Era da dieci anni che non metteva piede da queste parti: tutto le appariva in miniatura, sbiadito, lento, immensamente lontano dal suo mondo attuale. I tacchi risuonavano sul pavimento lucido. Era una presenza aliena e appariscente — paltò color cammello di pura lana, messa in piega perfetta nonostante i viaggi, borsa di pelle a tracolla. L’occhio abituato a selezionare e giudicare scorse tra la folla: la barista annoiata al cellulare, una coppia di anziani che condivideva in silenzio un panino, un uomo con giubbotto liso che fissava il vuoto. Si sentiva osservata, non con ostilità, ma semplicemente come si osserva ciò che è estraneo. E in cuor suo, le dava ragione. Doveva solo aspettare, lasciar passare questa parentesi fuori dal tempo, come un brutto sogno. L’indomani sarebbe già tornata nel suo appartamento caldo e raffinato a Milano, lontano da quella cupa malinconia di provincia. Proprio mentre valutava dove sedersi, le si parò davanti qualcuno. Un uomo: una sessantina d’anni, forse più. Viso segnato dalla vita, comune, di quelli che si dimenticano. Indossava un giubbotto consunto ma rattoppato con cura, in mano un vecchio colbacco. Non l’aveva affrontata, era semplicemente apparso, come materializzatosi nell’aria grigia della sala. Parlò con voce piana, neutra, quasi piatta. — Scusi… Signorina… saprebbe dirmi dove si può bere un po’ d’acqua qui? La domanda restò sospesa, surreale come la situazione. Margherita, senza quasi guardarlo, indicò appena il bar con la barista. — Lì al bar, — rispose asciutta, oltrepassandolo con una punta di stizza. “Bere”. E poi “signorina”. Modi d’altri tempi. Ma non poteva chiedere direttamente? Era lì, ben in vista. Lui annuì, ringraziando a malapena: «Grazie…» Restò però immobile, capo chino, quasi prendendo coraggio per fare pochi passi. Quella titubanza, quella incapacità di compiere un gesto semplice, spinsero Margherita, che era quasi passata oltre, a soffermare lo sguardo su di lui. Visto da vicino, notò altro. Non i vestiti, né l’età. Notò il sudore sulle tempie, che scendeva lento nonostante il gelo. Notò le dita che strizzavano il colbacco, le labbra sbiancate, lo sguardo vitreo rivolto a terra, ma che non vedeva nulla. Qualcosa dentro di lei si ruppe. L’ansia, la fretta, il senso di superiorità: tutto sfumò in pochi istanti, come se nel suo mondo ordinato si fosse aperta improvvisa una crepa. Nessun tempo per pensare. Fu come reagire a un istinto antico, primordiale. — Si sente male? — chiese, stupendosi lei stessa del proprio tono gentile, privo del consueto acciaio. Non lo evitò, fece invece un passo verso di lui. Lui sollevò lo sguardo. Nessuna richiesta, solo confusione. — Pressione… mi gira un po’ la testa… — mormorò, le palpebre tremanti, come se già restare in piedi fosse una fatica immensa. Subito Margherita scattò per riflesso. Gli prese il braccio, ferma ma cauta. — Non resti in piedi. Venga, sediamoci qui subito, — ordinò a voce bassa ma imperante. Lo condusse alla panca dove lei stessa aveva pensato di sedersi un attimo prima. Lo aiutò a sistemarsi. Si inginocchiò davanti a lui, senza curarsi di come potesse sembrare. — Stia appoggiato. Respiri piano. Con calma. Si alzò quindi a passo rapido, raggiunse il bar. Tornò con una bottiglietta d’acqua e un bicchierino. — Ecco, beva. Solo piccolissimi sorsi. Con l’altro braccio estrasse un fazzoletto dal paltò, asciugandogli la fronte, tutta protesa nel suo disagio, nel respiro spezzato, nel flebile battito del polso che intuì sul polso dell’uomo. — Aiuto! — la sua voce risuonò decisa, tagliando la noia del luogo. Non era un grido di panico, era un comando, un richiamo all’azione. — Una persona si sente male! Chiamate il 118! La stazione, “rifugio di chi non ha fretta”, si animò. Si mosse. Gli anziani accorsero per primi; la donna porse del valium, un signore chiamò immediatamente i soccorsi. Anche la barista si alzò dal bancone. E altri ancora — quei volti comuni, solitamente invisibili — si trasformarono: non più arredo, ma una piccola comunità radunata attorno a un’emergenza improvvisa. Margherita restava lì, accanto all’uomo, rassicurandolo piano, stringendogli la mano gelida. In quei minuti non era più manager di successo né donna fuori posto. Era solo un essere umano, nel luogo giusto al momento giusto. E, sembrava, bastava così. Poi, nella quiete sospesa giunsero i nuovi suoni: la sirena, l’ingresso degli operatori sanitari dell’emergenza. L’arrivo del 118 fu il segnale di resa. La piccola folla solidale si sciolse per lasciar spazio. Margherita alzò la testa, incrociando lo sguardo attento e stanco della soccorritrice. — Cos’è successo? — chiese la donna inginocchiata accanto al paziente, rapida e precisa nei gesti. Margherita rispose con esattezza, come in una riunione, ma la voce ora era stanca, sollevata. — Si è sentito male: giramenti, debolezza, sudore freddo. Dice pressione. Acqua, calmante, ora è stabile. L’altro infermiere misurava la pressione, controllava i riflessi. L’uomo riuscì a rispondere piano: nome, età, terapie. L’infermiera annuì. — Ha fatto bene. L’acqua ci voleva. Lo portiamo in pronto soccorso, controlleranno tutto. Lo aiutarono ad alzarsi. Sorretto, lui si voltò con fatica a cercare lo sguardo di Margherita, lo trovò. — Grazie, figliola, — sussurrò, con la voce rotta da riconoscenza sincera, di quelle che commuovono. — Forse mi ha salvato la vita. Margherita non trovò parole. Annui pianissimo, sentendo un vuoto strano dove pochi secondi prima c’era solo adrenalina. Lo vide uscire, retto per mano, verso la porta spalancata e l’ambulanza bianca. Una folata fredda investì la sala, qualcuno brontolò: — Chiudete, entra aria! La porta sbatté. La sirena svanì. E l’autostazione riprese, lenta, la consueta routine d’attesa. Le persone tornarono ai propri posti, di nuovo stanche, di nuovo rallentate dopo quell’attimo di coraggio collettivo. Margherita rimase lì, in piedi, guardando le proprie mani segnate dal peso della borsa. La piega disfatta, il paltò sporco e stropicciato di chi si inginocchia senza pensare all’apparenza. Si avviò verso il bagno. L’acqua gelida sul viso la rese lucida. Nel riflesso dello specchio crepato, intravide trucco sbavato, occhi provati, capelli in disordine. Un volto che non riconosceva da anni: non levigato dal successo, ma umano — vivo, inquieto, fragile. Si asciugò col panno, tornò alla sala d’attesa. C’era ancora più di un’ora al bus. Al bar acquistò dell’acqua. Stavolta per sé. Un sorso. Era acqua comune, ma pareva la sostanza più preziosa in quel momento. Perché rappresentava una connessione: semplice, umana, sorta all’istante in cui smetti di vedere negli altri degli ostacoli o dei dettagli, e riconosci — semplicemente — una persona. I volti di chi aveva aiutato erano segnati, accaldati, tesi d’emozione. Ma Margherita non aveva mai visto niente di più vero. Di nuovo al suo posto, accanto alla bottiglietta. L’attesa aveva ripreso il sopravvento, ma qualcosa era mutato. Guardando gli altri, non li osservava più con distacco irritato. Vedeva gesti, come la barista che portava un tè caldo a un’anziana, o un uomo premuroso che aiutava una madre a portare il passeggino. Piccole cose che ridisegnavano il quadro — non più grigio, ma tenero, fatto di leggi tacite di mutua assistenza. Margherita riaccese il telefono. Un messaggio dal gruppo di lavoro: problemi col report. Fino a poco prima, sarebbe parso vitale. Ora scrisse solo: “Rimandate a domani. Si può fare.” E tolse l’audio. Oggi si era ricordata di una semplice, quasi dimenticata verità. Le maschere servono al mondo: quella da professionista, quella del benessere, quella dell’invulnerabilità — sono come costumi per i diversi palcoscenici. Si devono indossare, è normale. Ma è terribile se, sotto, la pelle si dimentica di respirare. Se si finisce per credere di essere solo la maschera. In questo giorno, in quella stazione gelida, la sua maschera si era incrinata. E attraverso quella crepa era uscito qualcosa di vero — la capacità di preoccuparsi per un altro, di inginocchiarsi senza badare alla propria immagine, di essere, anche solo per un attimo, semplicemente “una ragazza” che aiuta, non “la dottoressa Rossi”, dirigente brillante. Restare umani non significa togliere ogni maschera. Significa ricordarsi sempre ciò che c’è sotto. E, qualche volta — come oggi — lasciare che il proprio lato vivo, fragile, autentico venga alla luce. Anche solo per tendere una mano.

Restare umani

Ricordo quella metà di dicembre, in una stazione degli autobus di una cittadina della pianura padana, dove il tempo sembrava essersi fermato. Laria era umida, tagliente, e la neve copriva a stento lasfalto e le siepi abbandonate ai bordi della strada. In quelledificio grigiastro, battuto dal vento, sopravviveva, ostinato, uno strano odore di caffè amaro, disinfettante e malinconia. Le porte automatiche cigolavano e sbattevano, lasciando entrare ad ogni brezza nuova una raffica di aria gelida e un via vai di volti arrossati dal freddo.

Serena attraversava in fretta la sala dattesa, controllando lora fissata sullorologio della stazione. Era soltanto di passaggio: la trasferta a Cremona era finita prima del previsto e doveva tornare a casa a Modena, facendo due cambi. Quel terminal era la più desolante delle sue coincidenze.

Il biglietto per lautobus lo aveva per la sera. Le restavano tre ore da trascorrere lì, avvertendo lindolente monotonia del posto insinuarsi persino nella fodera del suo elegante soprabito acquistato a Milano. Non metteva piede in quei posti da dieci anni, e tutto le sembrava contratto, scolorito, lento e immensamente distante dalla realtà cui si era abituata.

I tacchi risuonavano nitidi sulle piastrelle chiare. Sembrava fuori posto: soprabito cammello di lana sottile, pettinatura ancora in piega nonostante il viaggio, borsa di pelle appuntata sulla spalla.

Il suo sguardo, abituato a scrutare e selezionare, si muoveva distratto sulla sala: una commessa svogliata al bancone, unanziana coppia che divideva silenziosamente una rosetta di pane, un uomo con un montone ormai lucido, occhi persi nel vuoto.

Sentiva addosso su di sé gli sguardi non ostili, ma consapevoli: forestiera. E in realtà anche lei si sentiva così. Doveva solo aspettare, scivolare oltre quel posto e quel tempo come in un brutto sogno. Domani mattina sarebbe tornata nel suo appartamento luminoso e caldo di Modena, lontano da quella nostalgia così ruvida da trafiggere le ossa.

Fu allora che il suo cammino si interruppe per colpa di una presenza.

Un uomo. Sui sessantanni, forse qualcosa di più. Il volto segnato dal vento e dalla vita, anonimo di quelli che non agganci mai alla memoria. Indossava una giacca cerata, logora ma pulita, e teneva in mano un berretto alla pescatora, che aveva tolto entrando. Non le sbarò la strada: semplicemente apparve, come sorto dal nulla. La sua voce, piatta e bassa, era priva di colore:

Scusi, signorina Sa dove potrei bere un po dacqua?

Domanda sospesa come la situazione. Serena, senza quasi guardarlo, fece un gesto distratto verso il banco della barista assonnata dove, ben visibili, brillavano bottiglie di plastica tra merendine e tramezzini.

Lì, al bar, rispose frettolosamente, iniziando ad aggirarlo. Uno strano fastidio le punse il fianco. Bere. E anche signorina. Parole antiche. Non poteva vedere da solo? Era evidente.

Accennò un grazie appena udibile: «Grazie a lei» Ma non si mosse. Stava lì, il capo chino, come a raccogliere coraggio prima di compiere quei pochi passi. Quella sua esitazione, quellimpaccio davanti a un gesto banale, le fecero alzare lo sguardo su di lui, trattenendo Serena per un istante.

Vide. Non la giacca, non letà. Vide le perline di sudore sulle tempie, che scendevano anche se lì dentro faceva freddo. Vide le mani trattenere il berretto tra tremolii nervosi. Vide il pallore strano delle labbra secche e lo sguardo annebbiato, fermo a fissare le piastrelle senza davvero vedere.

Tutto vacillò. La fretta, lirritazione, il senso di superiorità tutto si sgretolò allimprovviso, come se il suo piccolo mondo blindato avesse subito una crepa. Non pensò, agì distinto, qualcosa di antico e profondo.

Non si sente bene? chiese, stupita di sentire nella sua voce una dolcezza nuova, senza la consueta freddezza. Non lo evitò. Gli si avvicinò.

Lui alzò il volto. Non cera richiesta nei suoi occhi solo imbarazzo e smarrimento.

La pressione, credo La testa mi gira sussurrò, le palpebre tremanti sotto lo sforzo quasi insostenibile di restare in piedi.

Serena lo prese per il braccio, con un gesto deciso ma gentile.

Non resti in piedi, ordinò, la voce lieve e ferma. Andiamo su quella panchina.

Lo guidò verso la seduta più vicina, la stessa che aveva appena oltrepassato.

Fecelo sedere. Poi si accovacciò davanti a lui, ignorando la propria postura.

Si appoggi allo schienale, gli suggerì calma. Respiri, piano. Non si affretti.

Si alzò in fretta, raggiunse il bar e tornò con una bottiglietta dacqua e un bicchierino.

Ecco. Beva, piano, a piccoli sorsi.

Con laltra mano estrasse un fazzoletto di carta dal cappotto e, senza pensarci, gli tamponò la fronte. Tutta la sua attenzione era su quelluomo, sul suo respiro corto, sul battito debole che sentiva sul suo polso.

Aiuto! gridò, la voce alta e nitida, squarciando la quiete sospesa. Non era un urlo dallarme, ma un ordine. Un signore si sente male! Chiamate lambulanza!

La stazione, rifugio di chi non ha fretta di arrivare, si risvegliò. Ci fu movimento. La vecchia coppia fu la prima a reagire: la donna porse subito del Biochetasi. Luomo in fondo, svegliatosi dal torpore, telefonò al 118. La barista scese dietro il bancone. Altri si avvicinarono: figure fino a poco prima invisibili ora formavano un piccolo cerchio di attenzione. Non erano più fondale, ma una comunità raccolta intorno a un dolore improvviso.

Serena, accanto, continuava a parlare sottovoce per rassicurare luomo, stringendogli i gelidi diti nella mano. Ora non era più una manager di successo, né unanomalia color sabbia nella sala; era solo una persona accanto a unaltra persona. E questo si rese conto bastava. Bastava davvero.

Nel silenzio nuovo, violato dalla luce fredda di dicembre, si udì la sirena che si fermò sbuffando davanti allingresso, poco dopo il colpo della porta battente. Entrarono due volontari, avvolti nei giubbotti blu con croce rossa.

La comparsa dellambulanza fece arretrare tutti. La folla si sciolse, lasciando spazio verso la panchina. Dal brusio si passò a un silenzio rispettoso. Serena, ancora inginocchiata accanto alluomo, incrociò lo sguardo della soccorritrice uno sguardo stanco ma vigile, da professionista.

Che succede? chiese la donna, piegandosi subito in ginocchio, rapida, precisa.

Serena riferì con la calma di chi relaziona in ufficio, ma senza la durezza di sempre solo stanchezza, sollievo:

Allimprovviso, vertigini, debolezza, molta sudorazione. Pressione, forse. Ho dato acqua, Biochetasi. Adesso sembra più stabile.

Mentre parlava, il secondo operatore misurava la pressione e controllava gli occhi delluomo. Lui si riprese quanto basta per rispondere a bassa voce: nome, età, cosa prendeva.

La soccorritrice fece cenno a Serena.

Ha fatto bene. Lacqua era la cosa giusta. Ora lo portiamo in pronto soccorso, lo sistemano.

Aiutarono luomo ad alzarsi; esitante, si appoggiò alla spalla del soccorritore e allimprovviso si voltò, cercando Serena tra le persone.

Grazie, signorina disse rauco, e negli occhi brillò una gratitudine che commuove chi ascolta. Forse mi ha salvato la vita.

Serena non ebbe parole. Annuii soltanto, colpita da una stanchezza vuota dove poco prima sentiva la tensione degli eventi. Guardò finché lo portarono via, sotto la porta aperta e il freddo fendente tipico del Po. Un signore si lamentò: «Chiudete, cè una corrente!»

La porta si richiuse. La sirena si allontanò. Nella sala lattesa riprese pian piano la sua forma ovattata, con il pubblico disperso di nuovo sulle panche, ognuno immerso nella propria lenta pazienza.

Serena restò in piedi dovera. Sulle dita una traccia rossa lasciata dalla tracolla della borsa pizzicata troppo forte. Lacconciatura rovinata, il cappotto sgualcito, sporco sulla fodera dopo essersi inginocchiata; niente era più perfetto.

Si avviò in bagno. Lacqua gelida le bruciò la pelle. Osservò nello specchio crepato un volto con trucco sciolto, occhi provati e capelli scompigliati: un viso che non riconosceva da anni. Non più levigato dal successo, ma vero, vissuto, umano: segnato dal timore, compassione, esaurimento.

Si asciugò e tornò nella sala daspetto. Mancava oltre unora al suo autobus.

Al bar acquistò una bottiglia dacqua, stavolta per sé. Ne bevve un sorso. Era solo acqua fresca e banale, eppure in quel momento le sembrò la cosa più preziosa. Non era solo una bevanda. Era un filo, quel filo semplice che nasce tra chi smette di vedere negli altri un fastidio, un rumore di fondo, vedendo finalmente persone.

E i volti della commessa, dei passanti intervenuti erano adesso segnati dallemozione, privi di grazia, stravolti. Ma Serena non aveva mai visto visi più veri, più autentici. Erano vivi.

Osservando il suo riflesso nei vetri della stazione, in cappotto spiegazzato e con lo sguardo attento, per la prima volta dopo anni si riconobbe per comera non una figura da cartolina, ma una persona capace di avvertire la solitudine dellaltro e rispondere.

Ritornò alla panchina. Intorno regnava la stessa sfinente lentezza di sempre. Ma tutto era cambiato. Non guardava più gli altri con distacco irritato. Vedeva i dettagli: la barista che portava un bicchiere di tè caldo allanziana donna col bastone, o il giovane che aiutava una mamma a sollevare una carrozzina. Piccoli gesti che ricamavano una trama nuova, fatta di aiuto silenzioso e reciproco.

Prese il telefono. Un messaggio dal lavoro: una questione di bilancio. Fino a poco prima sarebbe stato un affare prioritario. Ora scrisse soltanto: Rimandiamo a domani. È risolvibile. E silenziò la chat.

Quel giorno ricordò una verità elementare, quasi estinta: le maschere servono al mondo. Quella del professionista, del benestante, dellimperturbabile: sono come abiti per le varie scene della vita. Si devono indossare. Ma è pericoloso se la pelle sotto dimentica come respirare. Se credi davvero di essere solo la maschera.

Quel giorno, in quella corrente gelida, la sua maschera si spezzò. E da quella fessura uscì ciò che cè di più vero: la capacità di allarmarsi per un altro, di inginocchiarsi sul pavimento senza badare allaspetto, la capacità di essere, anche solo per poco, semplicemente Serena che aiuta, non la dottoressa Ferri, dirigente dazienda.

Restare umani non vuol dire abbandonare ogni maschera. Vuol dire ricordarsi sempre cosa cè sotto. E ogni tanto come quella sera lasciare uscire quel frammento autentico, vulnerabile, vero. Anche solo per tendere la mano a qualcuno.

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Restare umani Dicembre inoltrato in una città di provincia italiana, fredda, ventosa, con la neve che solo sfiora il selciato. L’autostazione di Modena, solcata da spifferi eterni, sembrava l’ultimo baluardo del tempo sospeso. Nell’aria, il profumo di caffè del bar si mescolava a quello di disinfettante e decadimento. Le porte scorrevoli sbattevano al vento, lasciando entrare folate gelide e volti arrossati dal freddo. Margherita attraversava in fretta la sala d’attesa, l’occhio incollato all’orologio digitale della stazione. Di passaggio qui per una breve trasferta lavorativa terminata in anticipo a Reggio, doveva ora affrontare due cambi per rincasare a Milano. Questo autostazione di Modena era la prima e più triste delle sue soste. I biglietti erano per l’autobus serale. Nell’attesa, doveva occupare tre ore interminabili, sentendo il grigiore di quel luogo penetrarle fin sotto il pregiato cappotto. Era da dieci anni che non metteva piede da queste parti: tutto le appariva in miniatura, sbiadito, lento, immensamente lontano dal suo mondo attuale. I tacchi risuonavano sul pavimento lucido. Era una presenza aliena e appariscente — paltò color cammello di pura lana, messa in piega perfetta nonostante i viaggi, borsa di pelle a tracolla. L’occhio abituato a selezionare e giudicare scorse tra la folla: la barista annoiata al cellulare, una coppia di anziani che condivideva in silenzio un panino, un uomo con giubbotto liso che fissava il vuoto. Si sentiva osservata, non con ostilità, ma semplicemente come si osserva ciò che è estraneo. E in cuor suo, le dava ragione. Doveva solo aspettare, lasciar passare questa parentesi fuori dal tempo, come un brutto sogno. L’indomani sarebbe già tornata nel suo appartamento caldo e raffinato a Milano, lontano da quella cupa malinconia di provincia. Proprio mentre valutava dove sedersi, le si parò davanti qualcuno. Un uomo: una sessantina d’anni, forse più. Viso segnato dalla vita, comune, di quelli che si dimenticano. Indossava un giubbotto consunto ma rattoppato con cura, in mano un vecchio colbacco. Non l’aveva affrontata, era semplicemente apparso, come materializzatosi nell’aria grigia della sala. Parlò con voce piana, neutra, quasi piatta. — Scusi… Signorina… saprebbe dirmi dove si può bere un po’ d’acqua qui? La domanda restò sospesa, surreale come la situazione. Margherita, senza quasi guardarlo, indicò appena il bar con la barista. — Lì al bar, — rispose asciutta, oltrepassandolo con una punta di stizza. “Bere”. E poi “signorina”. Modi d’altri tempi. Ma non poteva chiedere direttamente? Era lì, ben in vista. Lui annuì, ringraziando a malapena: «Grazie…» Restò però immobile, capo chino, quasi prendendo coraggio per fare pochi passi. Quella titubanza, quella incapacità di compiere un gesto semplice, spinsero Margherita, che era quasi passata oltre, a soffermare lo sguardo su di lui. Visto da vicino, notò altro. Non i vestiti, né l’età. Notò il sudore sulle tempie, che scendeva lento nonostante il gelo. Notò le dita che strizzavano il colbacco, le labbra sbiancate, lo sguardo vitreo rivolto a terra, ma che non vedeva nulla. Qualcosa dentro di lei si ruppe. L’ansia, la fretta, il senso di superiorità: tutto sfumò in pochi istanti, come se nel suo mondo ordinato si fosse aperta improvvisa una crepa. Nessun tempo per pensare. Fu come reagire a un istinto antico, primordiale. — Si sente male? — chiese, stupendosi lei stessa del proprio tono gentile, privo del consueto acciaio. Non lo evitò, fece invece un passo verso di lui. Lui sollevò lo sguardo. Nessuna richiesta, solo confusione. — Pressione… mi gira un po’ la testa… — mormorò, le palpebre tremanti, come se già restare in piedi fosse una fatica immensa. Subito Margherita scattò per riflesso. Gli prese il braccio, ferma ma cauta. — Non resti in piedi. Venga, sediamoci qui subito, — ordinò a voce bassa ma imperante. Lo condusse alla panca dove lei stessa aveva pensato di sedersi un attimo prima. Lo aiutò a sistemarsi. Si inginocchiò davanti a lui, senza curarsi di come potesse sembrare. — Stia appoggiato. Respiri piano. Con calma. Si alzò quindi a passo rapido, raggiunse il bar. Tornò con una bottiglietta d’acqua e un bicchierino. — Ecco, beva. Solo piccolissimi sorsi. Con l’altro braccio estrasse un fazzoletto dal paltò, asciugandogli la fronte, tutta protesa nel suo disagio, nel respiro spezzato, nel flebile battito del polso che intuì sul polso dell’uomo. — Aiuto! — la sua voce risuonò decisa, tagliando la noia del luogo. Non era un grido di panico, era un comando, un richiamo all’azione. — Una persona si sente male! Chiamate il 118! La stazione, “rifugio di chi non ha fretta”, si animò. Si mosse. Gli anziani accorsero per primi; la donna porse del valium, un signore chiamò immediatamente i soccorsi. Anche la barista si alzò dal bancone. E altri ancora — quei volti comuni, solitamente invisibili — si trasformarono: non più arredo, ma una piccola comunità radunata attorno a un’emergenza improvvisa. Margherita restava lì, accanto all’uomo, rassicurandolo piano, stringendogli la mano gelida. In quei minuti non era più manager di successo né donna fuori posto. Era solo un essere umano, nel luogo giusto al momento giusto. E, sembrava, bastava così. Poi, nella quiete sospesa giunsero i nuovi suoni: la sirena, l’ingresso degli operatori sanitari dell’emergenza. L’arrivo del 118 fu il segnale di resa. La piccola folla solidale si sciolse per lasciar spazio. Margherita alzò la testa, incrociando lo sguardo attento e stanco della soccorritrice. — Cos’è successo? — chiese la donna inginocchiata accanto al paziente, rapida e precisa nei gesti. Margherita rispose con esattezza, come in una riunione, ma la voce ora era stanca, sollevata. — Si è sentito male: giramenti, debolezza, sudore freddo. Dice pressione. Acqua, calmante, ora è stabile. L’altro infermiere misurava la pressione, controllava i riflessi. L’uomo riuscì a rispondere piano: nome, età, terapie. L’infermiera annuì. — Ha fatto bene. L’acqua ci voleva. Lo portiamo in pronto soccorso, controlleranno tutto. Lo aiutarono ad alzarsi. Sorretto, lui si voltò con fatica a cercare lo sguardo di Margherita, lo trovò. — Grazie, figliola, — sussurrò, con la voce rotta da riconoscenza sincera, di quelle che commuovono. — Forse mi ha salvato la vita. Margherita non trovò parole. Annui pianissimo, sentendo un vuoto strano dove pochi secondi prima c’era solo adrenalina. Lo vide uscire, retto per mano, verso la porta spalancata e l’ambulanza bianca. Una folata fredda investì la sala, qualcuno brontolò: — Chiudete, entra aria! La porta sbatté. La sirena svanì. E l’autostazione riprese, lenta, la consueta routine d’attesa. Le persone tornarono ai propri posti, di nuovo stanche, di nuovo rallentate dopo quell’attimo di coraggio collettivo. Margherita rimase lì, in piedi, guardando le proprie mani segnate dal peso della borsa. La piega disfatta, il paltò sporco e stropicciato di chi si inginocchia senza pensare all’apparenza. Si avviò verso il bagno. L’acqua gelida sul viso la rese lucida. Nel riflesso dello specchio crepato, intravide trucco sbavato, occhi provati, capelli in disordine. Un volto che non riconosceva da anni: non levigato dal successo, ma umano — vivo, inquieto, fragile. Si asciugò col panno, tornò alla sala d’attesa. C’era ancora più di un’ora al bus. Al bar acquistò dell’acqua. Stavolta per sé. Un sorso. Era acqua comune, ma pareva la sostanza più preziosa in quel momento. Perché rappresentava una connessione: semplice, umana, sorta all’istante in cui smetti di vedere negli altri degli ostacoli o dei dettagli, e riconosci — semplicemente — una persona. I volti di chi aveva aiutato erano segnati, accaldati, tesi d’emozione. Ma Margherita non aveva mai visto niente di più vero. Di nuovo al suo posto, accanto alla bottiglietta. L’attesa aveva ripreso il sopravvento, ma qualcosa era mutato. Guardando gli altri, non li osservava più con distacco irritato. Vedeva gesti, come la barista che portava un tè caldo a un’anziana, o un uomo premuroso che aiutava una madre a portare il passeggino. Piccole cose che ridisegnavano il quadro — non più grigio, ma tenero, fatto di leggi tacite di mutua assistenza. Margherita riaccese il telefono. Un messaggio dal gruppo di lavoro: problemi col report. Fino a poco prima, sarebbe parso vitale. Ora scrisse solo: “Rimandate a domani. Si può fare.” E tolse l’audio. Oggi si era ricordata di una semplice, quasi dimenticata verità. Le maschere servono al mondo: quella da professionista, quella del benessere, quella dell’invulnerabilità — sono come costumi per i diversi palcoscenici. Si devono indossare, è normale. Ma è terribile se, sotto, la pelle si dimentica di respirare. Se si finisce per credere di essere solo la maschera. In questo giorno, in quella stazione gelida, la sua maschera si era incrinata. E attraverso quella crepa era uscito qualcosa di vero — la capacità di preoccuparsi per un altro, di inginocchiarsi senza badare alla propria immagine, di essere, anche solo per un attimo, semplicemente “una ragazza” che aiuta, non “la dottoressa Rossi”, dirigente brillante. Restare umani non significa togliere ogni maschera. Significa ricordarsi sempre ciò che c’è sotto. E, qualche volta — come oggi — lasciare che il proprio lato vivo, fragile, autentico venga alla luce. Anche solo per tendere una mano.