Rimanere sola a cinquantanni
«Mi manchi, micetto. Quando ci vediamo di nuovo?»
Mi sono seduta confusa sul bordo del letto, stringendo il cellulare di Giulio. Laveva lasciato sul comodino. E lo schermo aveva deciso di illuminarsi proprio in quel momento: un messaggio arrivato da un numero sconosciuto. Una donna. Scorrevo la conversazione e trentanni di matrimonio crollavano, una riga dopo laltra.
Tenerezze. Foto. Progetti per il weekend, quando lui mi diceva che andava a pescare con gli amici.
Ho rimesso il telefono dove lavevo trovato e sono rimasta lì, ferma, fissando il vuoto. In cucina lorologio scandiva il tempo, dai vicini si sentiva la televisione. Sapevo già come sarebbe andata a finire. Ogni parola. Ogni gesto. Era già successo. Due volte.
Giulio è rientrato tardi, quasi le undici, stanco e con la faccia scura. Ha buttato la borsa nellingresso ed è venuto in cucina, dove stavo preparando una camomilla.
Ciao, Giulia. Cè qualcosa da mangiare?
Senza dire niente, ho spinto il suo telefono davanti a lui, sul tavolo, con lo schermo allinsù. Giulio lha preso in mano senza pensarci. Poi ha capito. Il suo viso è cambiato immediatamente.
Giulia, io
Ti prego, non dire che è una conversazione di lavoro, ho girato la testa verso i fornelli. Ti prego. Almeno stavolta.
Lui taceva, si è seduto, si è sfregato il naso con la mano. Alla fine mi sono voltata, poggiandomi al piano della cucina.
Chi è?
Nessuno. Una sciocchezza. Solo che Giulio si è bloccato, guardando per terra. Mi sono lasciato andare. Una stupidaggine.
Una stupidaggine, ho ripetuto. Ho capito.
Due giorni dopo, Giulio è tornato a casa con un enorme mazzo di rose. Rosse, costose, avvolte nella carta elegante. Le ha messe sul tavolo della cucina. Ho notato che gli tremavano le mani.
Giulia, parliamone. Seriamente.
Ho versato dellacqua nel bicchiere, mi sono seduta di fronte a lui.
Parla.
Io lo so, ho sbagliato. È la terza volta, lo so che tu lo pensi. Ma siamo insieme da una vita, una famiglia, i figli sono cresciuti. Non conta niente tutto questo?
Ero in silenzio, rigirando il bicchiere fra le mani.
Ti giuro, non succederà più. Non so neanche come ci sono ricaduto, però ti amo davvero, ha detto, e ha cercato la mia mano, ma io lho tolta dal tavolo. Giulia, dove vuoi andare? A cinquantanni da sola, a cosa ti serve? Dimentichiamo, ricominciamo da capo.
Guardavo le rose. Guardavo luomo che avevo sposato, la fede al suo dito. Ricordavo tutte le volte in cui avevo creduto a quelle stesse promesse, due anni fa, quattro anni fa, sempre sperando che davvero fosse lultima.
Ci penserò, ho risposto.
Solo per chiudere quel discorso.
Le settimane seguenti sono scivolate in una convivenza strana. Giulio faceva il bravo. Tornava in orario, mi dava una mano, era gentile. Ma io ormai notavo tutto. Come girasse il telefono a faccia in giù se entravo. I sussulti al suono di una notifica. Gli occhi che, in coda al supermercato, si fermavano sulle cassiere troppo giovani un attimo di troppo.
Che cosa guardi? una volta ho chiesto, in fila.
Io? Nulla, ha detto, troppo svelto. Dai, andiamo che la macchina ci aspetta.
Col tempo è anche diventato più nervoso. Bastava niente e scattava, soprattutto se entravo in stanza quando era col cellulare. La corrispondenza continuava, solo meglio nascosta. Non controllavo più. Non serviva. Sapevo già tutto.
Di notte, sdraiata accanto al respiro regolare di Giulio, pensavo. Non a lui. A me. A cosa mi trattenesse in questo matrimonio. Amore? Non ricordavo lultima volta in cui fossi stata felice con lui. Abitudine? Trentanni di vita insieme, ricordi, figli cresciuti. Paura? Sì. Soprattutto paura. Quarantotto anni. Che fare da sola?
Una sera, ho chiamato mia figlia. Martina ha risposto dopo tre squilli.
Mamma? Tutto ok?
Sì, cioè ho chiuso un attimo gli occhi. Martina, posso parlarti sinceramente?
Certo. Dimmelo.
E ho parlato. Di quei messaggi. Della terza volta. Delle rose e delle promesse. Che non sapevo che fare.
Martina ha ascoltato in silenzio.
Mamma, ma tu cosa vuoi?
Non lo so, ho ammesso. Davvero, non lo so.
Inizia a capire che non sei costretta a sopportare tutto questo. Non devi niente a papà. Trentanni? E allora? Non devi subire sempre tradimenti.
Ma andrei dove
Da me, mi ha interrotta Martina. Ho una stanza libera. Vieni, pensi a te, ti rimetti in piedi. Sei ragioniera, il lavoro lo trovi: qui la ASL cerca personale. La casa la troviamo, tranquilla. Mamma, questa non è la fine. È linizio di qualcosa di nuovo, magari in unaltra città. Solo se vuoi, però.
Sono rimasta in silenzio, stringendo il telefono.
Pensaci, mi ha detto infine Martina. Comunque andrà, io sono con te.
Non mi ha messo fretta. Mi ha anche detto che in uno stabile vicino affittano un bilocale a poco, la padrona di casa è a posto. Che i bambini sarebbero felicissimi di vedermi tutti i giorni, non solo a Natale. E che al consultorio stanno cercando una ragioniera affidabile con esperienza.
Mamma, ma lo capisci che meriti una vita serena? Non queste umiliazioni continue.
Ascoltavo mia figlia e in me nasceva una sensazione strana: era la prima volta che qualcuno mi diceva che avevo anchio il diritto alla felicità. Non alla sopportazione, non al perdono a oltranza. Alla felicità.
Ho rimandato il discorso con Giulio tre giorni. Provavo le frasi in mente, mi svegliavo con il batticuore. Poi, una mattina, a colazione, fra luovo alla coque e il caffè:
Voglio chiedere il divorzio.
Giulio è rimasto con la tazza a mezzaria, guardandomi come se stessi parlando in una lingua sconosciuta.
Cosa? Giulia, sei seria?
Serissima.
Ma dai, ha posato la tazza, abbozzando un sorriso. Una litigata, capita. Serve davvero arrivare al divorzio?
Non è una semplice lite, Giulio. Sono tre tradimenti in cinque anni. Sono esausta.
Esausta, ha ripetuto, il sorriso sparito. E io no? Pensi che vivere trentanni con te sia facile?
Ho sorseggiato il mio tè e mi sono alzata.
Aspetta! è scattato in piedi, bloccando la porta. Cosa stai facendo? Dove vuoi andare? Chi pensi che abbia bisogno di te?
Io stessa.
Tu stessa! è scoppiato a ridere, ma aveva una voce aspra. Ti sei vista? Hai quasi cinquantanni. Pensi che la fila per te ci sia?
Non mi serve nessuna fila.
E allora cosa vuoi? si è avvicinato, sovrastandomi. Cosa vuoi, Giulia? Ti ho dato tutto: da mangiare, da vestire, una casa. E tu? Cosa hai fatto per farmi desiderare il ritorno a casa?
Lho guardato dal basso. Il viso paonazzo, la vena gonfia sulla tempia, la saliva agli angoli della bocca.
Quindi è colpa mia se tu tradisci?
E di chi se no? Guardati! Vestaglia, pantofole, minestre. Una noia mortale. Non si può neanche parlare con te, figuriamoci altro Ha smesso, agitando la mano. Tutta colpa tua. E ora ti viene pure lorgoglio.
Sono indietreggiata. In questi cinque anni ho cercato in lui il pentimento, una vera domanda di scusa. Non cera mai stato. Giulio non era dispiaciuto di perdere me, ma di perdere la comodità: camicie stirate, cena calda, casa pulita.
Sai una cosa, ho sussurrato, grazie.
Di cosa ancora?
Di questa discussione. Avevo dei dubbi. Ora non più.
Lho aggirato ed ho lasciato la cucina. Dalla stanza sentivo le urla: ingrata, anni buttati, te ne pentirai. Ma io già pensavo a mettere via le mie cose.
Un mese dopo mi sono ritrovata in un piccolo appartamento al terzo piano, due fermate dalla casa di Martina. Il frigo faceva rumore, sentivo odore di vernice fresca e di mele. In corridoio le scatole. Una vita nuova. Avevo paura, provavo stranezza, ma finalmente sentivo i polmoni riempirsi daria.
I nipoti sono arrivati già quella sera. La piccola Laura ha fatto il giro dellappartamento, decisa: Qui manca un gatto! Leonardo, otto anni, ha portato la sua vecchia coperta, perché la nonna non prenda freddo. Martina mi ha portato una pentola di minestrone e una bottiglia di spumante.
Alla nuova casa, mamma.
Ho riso. Dio, da quanto tempo non ridevo così? Senza paura che lui brontolasse per il rumore.
Sei mesi dopo, anche mio figlio Matteo si è trasferito in città con la moglie e la loro bambina. Si sono sistemati non lontano. Da allora, i pranzi della domenica sono diventati una tradizione. Cucina piccola, tante voci, bambini tra i piedi, Martina che discute di politica con il fratello.
Stando ai fornelli a mescolare sugo, pensavo che la solitudine, di cui avevo tanta paura, lavevo inventata io. Una gabbia che mi ero costruita da sola in trentanni. La famiglia vera era questa. Qui mi volevano bene per quello che ero, non per quello che facevo.
Giulio, a volte, prova ancora a chiamare. Chiede di tornare, dice che è cambiato. Io lascolto, rispondo con gentilezza che sono contenta per lui, e metto giù. Nessun rancore, nessun dolore. Non è più parte della mia vita.
Laura mi ha tirato la gonna:
Nonna, andiamo domani al parco? Sono tornate le paperelle!
Certo che andiamo.
E ho sorriso. La vita ricominciava.




