Ricomporre la Fiducia: Un Viaggio di Riconciliazione e Rinascita

Mi ricordo ancora come se fosse ieri, quando mi avviai verso il centro di educazione permanente di Bologna, quasi come se stessi cercando ancora un locale per la mia officina. Percorrevo gli stessi cortili, alle stesse insegne Affitto, ma ormai non contavo più le vetrine né mi chiedevano quanti clienti avrebbero sgocciolato dentro. Contavo solo i gradini del portico, per non pensare a come lanno scorso avevo perso a pezzi la fiducia, il denaro e la sicurezza.

Avevo quarantotto anni. Sulla carta sembrava unetà rispettabile, nella mente era come se qualcuno avesse premuto pausa e avesse dimenticato di riprendere. Da quasi dieci anni gestivo unattività di riparazione di elettrodomestici: prima da solo, poi con un socio, infine di nuovo da solo, anche senza alcuni attrezzi che dovetti vendere quando laffitto salì e i clienti cominciarono a chiedere fa tutto per un euro, o meglio gratis. Non caddi in modo spettacolare; mi stancai semplicemente di spiegare perché il lavoro ha un prezzo, e un giorno non riuscii più a svegliarmi con lidea di tornare a sorridere a chi contrattava ogni singolo bullone.

Allingresso mi accolse la guardia, una donna con gli occhi severi e una coperta di maglia a maglia.

A chi è il tuo appuntamento?

È per il laboratorio. Per dire, condurre il laboratorio mi accorsi di come suonasse la frase e arrossii leggermente.

Mi fissò come chi ha sbagliato porta.

È la stanza tredici. Gira a destra nel corridoio, poi a sinistra. Lì cè tecnica. Non fate troppo rumore, accanto cè la sala canto.

Il corridoio era freddo, con un linoleum che aveva visto più riforme di quanti ne potessi ricordare. Sotto il braccio portavo una scatola con quello che avevo racimolato a casa: un multimetro, un set di cacciaviti, due vecchi saldatori, una bobina di stagno e un contenitore di plastica pieno di viti. Sembrava quasi il bagaglio di un sognatore che un tempo immaginava unofficina con aspirazione e luce buona.

La stanza tredici era lex aula di laboratori: tavoli, un armadietto con serratura, una lunga scrivania al lato finestra dove giacevano due tappetini per la saldatura e una prolunga annodata. Sul muro pendeva un cartellone di sicurezza, sbiadito ma ancora leggibile: non toccare con mani bagnate.

I primi ragazzi non arrivarono subito. Il programma diceva Riparazione e montaggio di elettrodomestici, 1416 anni, ma sulla porta si affacciavano a tratti ragazzi di dodici anni e ragazze con lo sguardo di chi non fosse stato portato lì per caso.

Qui si aggiusta davvero? chiese un giovane alto con la giacca nera, senza togliere il cappuccio.

Si aggiusta, risposi, se cè qualcosa da aggiustare.

E se non cè?

Allora smontiamo e rimontiamo, dissi, quasi senza volerlo. Lui fece una smorfia e rimase.

Poi entrò un ragazzo magro, silenzioso, con uno zaino che sembrava più pesante di lui. Si sedette vicino alla finestra, estrasse subito un quaderno a righe, non mi salutò né mi guardò, ma aggiustò la penna con le dita.

Come ti chiami? gli chiesi.

Matteo, rispose dopo un attimo, come a valutare se fosse il caso di rispondere.

Altri due arrivarono per compagnia e iniziarono a bisbigliare alla porta. Uno rotondo, perennemente sorridente, e laltro con le cuffie che non si toglieva nemmeno a parlare.

Io sono Lorenzo, disse il primo. E questo è Davide. Non sente bene, ma è così.

Davide alzò il pollice, le cuffie rimaste.

Capii presto che il mio vecchio modo di parlare, veloce e sicuro come con i clienti, non funzionava qui. Nessuno era lì per un servizio; erano lì per vedere se il tempo passava noioso, per vedere se ladulto era davvero sulla stessa lunghezza donda.

Posai la scatola sul tavolo e aprii il coperchio.

Facciamo così: chi ha a casa un apparecchio rotto, non gli è caro portarlo qui boll kettle, phon, registratore, casse, tutto quello che non è collegato direttamente a una presa da 230V mi correziono, porta. Lo smonteremo, capiremo il perché non funzioni e lo rimonteremo. Se qualcosa brucia, capiremo perché è bruciato.

E se prende una scossa? chiese Lorenzo, con laria di chi cercava una risposta divertente.

Allora sarò colpevole, risposi. Perciò prima impariamo a non farci scottare. Lavoreremo con le spine spente. È noioso, ma le dita vive non lo sono.

Il primo incontro fu quasi uniniziativa di chiacchiere. Mostravo come tenere il cacciavite, come non strappar le scanalature, come etichettare le viti per non perdere sovrappi. Matteo disegnava rettangoli nel suo quaderno, quasi schemi. Davide fissava il telefono, ma a tratti alzava lo sguardo alle mie mani, come se volesse memorizzare.

Il saldatore che il centro aveva messo a disposizione era morto. Lo collegai, toccai il corpo era freddo.

Non scalda, dichiarò Lorenzo con soddisfazione, come se avesse scoperto una menzogna.

Allora ripariamo il saldatore, risposi, mantenendo la calma. Matteo alzò appena la testa.

Al secondo incontro qualcuno portò un boll kettle senza base. Il corpo era intatto, il pulsante scattava, ma non si accendeva.

È della mamma, disse Lorenzo, quasi. Lei ha detto che se lo aggiusto non deve comprarne uno nuovo.

Rimossi la copertura inferiore, mostrò il gruppo di contatto.

Vedete, qui è bruciato. Il contatto era cattivo, si scaldava. Bisogna spolverare, verificare se non si è spostato.

Possiamo semplicemente fare un corto? chiese Davide, togliendo una cuffia.

Possiamo, risposi, ma il boll kettle accenderà da solo quando vuole. È come

Stavo per dire come un affare, ma mi fermai.

Come una porta senza serratura. Sembra chiusa, ma chiunque può entrare.

Lavorammo in coppia con Lorenzo, Davide usava la torcia del telefono. Matteo stava accanto e, a un tratto, sussurrò:

Potrebbe esserci un termostato di sicurezza. Se è bruciato, pulire il contatto non serve.

Guardai dove indicava.

Dove esattamente?

Matteo prese la penna, tracciò una piccola schema sul margine e indicò.

Di solito vicino al riscaldatore, nel rivestimento termico.

Parlò con calma, senza voler impressionare, solo come un fatto.

Sentii una strana leggerezza: non ero lunico a sapere cosa fare.

Controllammo il fusibile con il multimetro: era integro. Pulimmo i contatti, rimontammo, collegammo alla prolunga. Il boll kettle fece scattare e ronzò.

Oh! esclamò Lorenzo, sorridendo ampio. Funziona davvero.

Per ora, dissi, ma non lasciarlo incustodito. E dì alla mamma che abbiamo pulito i contatti, non fatto magia.

Lei dirà lo stesso, bisbigliò Lorenzo, ma senza rabbia. Ripose il boll kettle in un sacchetto, come fosse un trofeo.

Al terzo incontro portarono un phon. Una ragazza, Ginevra, lo teneva come se potesse mordere.

puzza e si spegne, disse, la mamma vuole buttarlo, ma io mi dispiace. Era buono.

Smontai il phon: polvere e capelli cadevano fuori.

Ecco perché puzza, osservai, non è il phon a essere cattivo, è la vita che lo ha inzuppato.

Ginevra rise, un suono breve e prudente.

E si spegne?

Probabilmente si surriscalda. Scatta la protezione termica. Bisogna pulire le spazzole, controllare il contatto.

Davide improvvisamente si animò:

A casa ho lo stesso. Papà lha incollato, ora scricchiola.

Colla? replicai ironico. Con la colla si possono fissare anche le relazioni.

Davide mi fissò, come a verificare se stavo scherzando troppo seriamente.

Pulimmo il phon, unguammo il cuscinetto con una goccia dolio, controllammo il filo. A un certo punto Ginevra commentò:

A casa è così, se non lo pulisci, poi brucia.

Annuii, fingendo di non cogliere la metafora.

Matteo iniziò a venire più presto. Si sedeva alla finestra, stendeva i suoi schemi sul tavolo. Notai le sue mani segnate da piccoli graffi, segno di lavori domestici.

Dove hai imparato? gli chiesi un giorno, quando riparò una presa su una vecchia cassa.

A casa. Il nonno aveva una radio. Quando è morto, lho tenuta. Non volevo che restasse lì a prendere polvere.

Capii il suo desiderio: far funzionare qualcosa, perché altrimenti troppo intorno smette di funzionare senza motivo.

Io stesso non parlai del mio passato da imprenditore, solo che un tempo riparavo. I ragazzi non chiedevano dettagli, ma mi capitava di attendere una domanda, temendo di sentire in loro la stessa voce che avevo udito in me: non ce lho fatta.

Un pomeriggio, mentre smontavamo una cassa che Davide aveva portato, perdetti la pazienza. La cassa, vecchia, aveva una molla che balzò fuori da sotto larmadio.

Perfetto, sbottai, irritato, senza di essa non si riunirà.

Lorenzo sbuffò:

È come nei videogiochi, il bottino è volato via.

Matteo, senza dire una parola, si chinò, cercò sotto larmadio. Davide tolse laltra cuffia, e insieme cercarono quasi in preda al silenzio. Ricordai la vergogna per il mio scatto. Pensai a come in officina avevo potuto levare la voce a un cliente per un semplice per favore. Mi scusai, più piano.

È colpa mia, avrei dovuto mettere un telo, dissi.

Va bene, rispose Lorenzo, più serio del solito. Anche noi sbagliamo.

Matteo estrasse la molla con il bordo di un righello.

Lho trovata, esclamò, e per la prima volta la sua voce tradì orgoglio.

Presi la molla, la misi in una piccola scatola e dissi:

Ragazzi, questa è una parte importante. Non perché il dispositivo non funzioni senza, ma perché labbiamo trovata.

Davide rise:

Filosofico.

No, risposi, è solo esperienza.

Due settimane dopo il centro annunciò una piccola fiera dei laboratori per genitori e vicini. Niente di lussuoso: tavoli nel corridoio, i ragazzi mostravano il lavoro. La responsabile del centro, una donna con i capelli tagliati corti e una cartella sempre sotto braccio, entrò nella stanza tredici.

Matteo Niccolò, parteciperete anche voi? Dovete mostrare qualcosa, ma niente esperimenti pericolosi, ok?

Non facciamo pericoloso, risposi.

Ho visto la vostra prolunga, disse bruscamente, uscendo.

Capii che la fiera sarebbe stata una vetrina del nostro scarso equipaggiamento e, soprattutto, del nostro tentativo di insegnare senza pretese di maestro.

Lorenzo chiese:

Mostriamo qualcosa di riparato?

Sì, ma deve funzionare anche davanti a gente, non solo qui, risposi.

E se non funziona? intervenne Ginevra.

Allora diremo che non è stato possibile, risposi. Anche questo fa parte del lavoro.

Matteo alzò gli occhi dal suo schema.

Possiamo fare un banco di spiegazione, mostrare linterno, non solo il accendersi.

Sentii dentro di me muoversi qualcosa. Ero abituato a vendere il risultato. Qui potevo mostrare il processo.

Ottima idea, dissi. Facciamo così.

Il giorno della preparazione rimasi più tardi. Il corridoio era già al buio, le addette pulivano i pavimenti, il profumo del detergente si mescolava alla polvere dei nostri laboratori. Stessee cartone, pennarelli, nastro adesivo. Lorenzo portò una vecchia cornice per rendere il tutto più bello. Davide portò una piccola cassa, accese una musica leggera.

Silenzio, dissi automaticamente.

Sto silenzioso, ribatté Davide, ma abbassò il volume.

Ginevra posò con cura il phon accanto a un cartellino Dopo la pulizia. Lorenzo sistemò il boll kettle e scrisse Contatti. Non magia. Matteo incollava al cartone lo schema del registratore, disegnava frecce.

Sei quasi un ingegnere, commentai.

Mi piace solo quando è chiaro, rispose.

Scattò una piccola discussione. Lorenzo voleva mettere il boll kettle più in alto, Ginevra temeva che lo facessero cadere. Davide intervenne, a tutti non importa. Lorenzo si infiammò:

Sempre non ti importa! Sei qui solo per caso!

Davide staccò le cuffie.

Sei qui per dimostrare alla mamma che non sei stupido, sfogò.

Il silenzio calò. Sentii il desiderio di intervenire, di dispensare parole sagge, ma ricordai i miei errori passati, quelli fatti in fretta.

Ragazzi, dicei calmo, niente colpi bassi. Siamo qui per imparare.

Lorenzo si girò, le orecchie arrossate.

Devo dimostrare qualcosa, ammise più basso, altrimenti…

Davide guardò il pavimento.

Da casa è rumoroso, disse. Qui è tranquillo.

Ginevra spostò il phon così da non ostacolare, e propose:

Mettiamo il boll kettle al centro. E basta.

Così fu. La lite non sparì, ma si attenuò, come una crepa che si nota ma non crolla.

Il giorno della fiera, il corridoio era affollato. Genitori con borse, smartphone in mano, curiosi di vedere elettricità per bambini. Io stavo al tavolo, le mani sudate, non amava stare sotto i riflettori. Nella mia attività mi nascondevo dietro la scrivania, dietro lordine di lavoro, dietro la frase Chiami, ti ricontatteremo. Qui non c’era scampo.

Una donna in giubbotto imbottito si avvicinò:

Che cosa fate? I bambini giocheranno con lelettricità?

Stavo per spiegare le norme di sicurezza, ma Matteo intervenne:

Studiamo come funziona. Ecco il fusibile, ecco il contatto. Se lo capite, avete meno paura.

La donna lo guardò, poi me.

Parla bene, commentò.

Pensiamo, dissi, e capiamo cosa succede, così non temiamo.

Lorenzo mostrò il boll kettle, scherzando sul non è magia. Ginevra raccontò della pulizia del phon come se difendesse lonore del dispositivo. Davide fece suonare la piccola cassa, che scattava come un cuore vivo. A volte alzava il volume, io lo guardavo severo, e Davide, arrossendo, abbassava.

Un uomo di circa quarantanni, in giacca da lavoro, si fermò davanti al nostro tavolo.

E voi chi siete? Un insegnante?

Sentii il rubAlla fine compresi che la vera riparazione era quella dei legami umani, e sorrisi, sapendo che il prossimo gruppo sarebbe tornato.

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