Riprese di casa
Il baby monitor stava sul comò, ma invece di inquadrare la culla di mio figlio, guardava verso la porta della camera da letto. Me ne sono accorta proprio nellistante in cui, dal ricevitore sulla finestra della cucina, è arrivata una risata femminile sconosciuta.
Non ho sollevato subito la testa. Il tè nella tazza era già freddo, la camomilla sapeva appena di qualcosa, il bollitore aveva già fatto il suo dovere, e in casa il silenzio era tale che ogni rumore diventava subito protagonista. Mio figlio dormiva da unora. Davide mi aveva scritto alle otto e mezza che doveva trattenersi in ufficio. Era un venerdì che sembrava non finire mai, denso e lento come miele che scivola dal cucchiaio, e per tutta la sera non riuscivo a smettere di pensare che tutto fosse al suo posto, ma io non trovassi pace.
Il fruscio del baby monitor si fece più forte.
Mi sono girata verso la finestra, ho preso in mano il ricevitore con entrambe le mani. La plastica era tiepida, la lucina verde lampeggiava regolare come doveva essere. Dallaltoparlante arrivava un respiro attutito, il rumore di qualcuno, poi la voce bassa di un uomo. Davide. Lho riconosciuta subito, ed è stato come bloccarsi, perché capii che non era nella cameretta, né in corridoio, né vicino al bambino.
Era lontano da casa.
E con lui cera una donna.
Ho abbassato il volume, come se così le parole sarebbero cambiate. Non è successo. La donna disse qualcosa con una risata, impossibile capire le parole, poi Davide fu di nuovo chiarissimo:
– Aspetta. Ora dovrebbe essere in cucina. A questora si fa sempre una tisana.
Ho premuto di nuovo il pulsante del volume, riducendolo quasi al minimo, ma quella vita estranea non smise di respirare nella mia cucina. Sembrava davvero la vita di qualcun altro. Non un disturbo tecnico, non un errore: la presenza di unaltra persona nella mia casa, dentro la mia abitudine di bere il tè quando il piccolo dormiva.
Ho spostato lentamente lo sguardo verso il corridoio. Dalla cucina vedevo la porta della stanza da letto, oltre la quale, seminascosta, cera la cameretta. Ho camminato scalza fin lì, sentendo il pavimento freddo sotto i piedi, e mi sono fermata davanti al comò.
La telecamera era effettivamente orientata verso la porta.
Non sulla culla, non verso la finestra, non sulla poltrona dove a volte sedevo abbracciando il piccolo: giusta giusta verso la porta. Nellinquadratura cadeva un pezzo di corridoio e metà della nostra camera matrimoniale. Davide aveva sistemato il dispositivo dodici giorni prima. “Sarai più tranquilla”, aveva detto. “Tommaso ora si sveglia di notte, almeno puoi sentirlo anche se sei in cucina o in bagno”. Allepoca mi era sembrata una buona idea. Ora, solo il pensiero di quante sere mi aveva guardata, non il nostro bambino, mi lasciava la bocca asciutta.
Dalla cucina risentii la sua voce, stavolta più bassa.
– Ti ho detto, non ora.
Ritornai al ricevitore e posai il baby monitor al suo posto. Allimprovviso mi venne in mente il tablet di famiglia, quello vecchio, tra il libro delle ricette e il pacco di salviette per bambini. Era stato Davide a configurare lapp del baby monitor sul tablet, quando portò a casa la scatola. “Così possiamo controllare entrambi”, aveva detto. Sembrava un gesto adulto, da famiglia vera. “In una vera famiglia non ci sono segreti”. Lo diceva spesso.
Presi il tablet, mi sedetti al tavolo.
Lo schermo si accese lentamente. Le mani erano fredde, anche se in cucina cera quella afa di marzo e la maniglia della tazza era calda. Si avviò lapp della telecamera. Licona lampeggiò. Sotto, una lista di date.
Archivio.
Fissavo quella parola come se fosse la prima volta. Poi cliccai.
Cerano tantissimi file.
Non uno, non due. Almeno sei giorni di fila. Brevi spezzoni, altri più lunghi, notti, pezzi di ombre diurne, suoni, movimenti, la cameretta vuota, i miei passi nel corridoio. Aprii a caso un file: mi vidi da dietro. Cardigan grigio, capelli raccolti in fretta, la bottiglia del piccolo nella mano. Entravo, sistemavo la coperta, mi chinavo sulla culla, uscivo. Durava quaranta secondi. Il successivo mostrava la cucina dalluscio: non tutta, a pezzi, ma si capiva perlamente chi fosse loggetto dell'”attenzione”.
Scorrii ancora.
In ogni video, cero io. Non Tommaso. Non il sonno del bambino. Io.
Aprii il file di mercoledì sera, alle ventuno e ventidue. Dal tablet partì la voce di Davide. Non vicina, distante, come da un’altra stanza.
– Vedi? Te lavevo detto. A questora sta bevendo la tisana e controllando il telefono.
La donna rise.
– Spii tua moglie dal baby monitor?
– Non fare la tragedia. Voglio solo sapere cosa fa davvero.
Silenzio. In cucina era così silenzioso che si sentiva solo la coperta che Tommaso muoveva nel sonno. Misi in pausa. Il pollice sembrava gelato, come se lo schermo avesse assorbito tutto il calore. Restai immobile, fissando il punto sul tavolo dove la mattonella era ancora scheggiata dalla scorsa estate, dopo che Davide ci aveva fatto cadere la pentola.
Riavviai la registrazione.
– Non ti interessa? – chiese la donna.
– Mi interessa cosa succede in casa mia.
– In casa tua o nella sua testa?
Davide fece una risatina.
– È la stessa cosa.
Mutai laudio.
Mi occorse un intero minuto per alzarmi. In quel minuto non piansi, non mi presi la testa fra le mani, non scaraventai il tablet: sembrava che laria e il silenzio si aspettassero proprio quella reazione, e invece mi limitai a raggiungere il lavandino, ad aprire lacqua e a lasciarla scorrere sulle mani. Le gocce colpivano lacciaio, scendevano tra le dita, sui polsi, sui palmi. Guardavo lacqua e pensavo che se non mi occupavo delle mani, avrei finito per stringere il bordo del lavello fino a farle impallidire.
Davide arrivò verso le undici.
In quel tempo avevo visto altri cinque video, avevo sentito il nome Sara e raccolto molti dettagli su me stessa. Davide sapeva perfettamente quando chiamavo mia madre lamentandomi della stanchezza. Sapeva che da due mesi non riposavo neppure quando il piccolo dormiva. Sapeva quante volte alzavo lo sguardo sulla finestra della cameretta e quanto restavo seduta in cucina dopo che la casa era già silenziosa. Un tempo mi sembrava indovinasse i miei pensieri. Ora era tutto più sporco, più piccolo.
Quando la chiave girò nella serratura, avevo già riposto il tablet e lavato la mia tazza.
– Non dormi? – Davide apparve nel corridoio.
– Ti aspettavo.
Entrò in cucina: alto, abbronzato dalla camicia blu scura con le maniche arrotolate, il telefono destro in mano e delle buste della Coop. Aveva già i primi capelli bianchi sulle tempie, cosa che una volta mi pareva commovente, come se letà lo rendesse più affidabile. Ora vedevo solo il telefono. Quelloggetto attraverso cui ascoltava la nostra casa e condivideva tutto con unaltra donna.
– Ho preso lo yogurt per lui, – poggiò la busta sul tavolo. E ricotta per te. Era finita.
Parlava come sempre. Anzi, troppo come sempre. Ecco cosa faceva più male. Luomo che poche ore prima commentava con unaltra a che ora bevo la tisana, ora era lì, al nostro tavolo, che tirava fuori il pane.
– Grazie, – risposi.
Mi studiò meglio.
– Sei pallida. Mal di testa?
– No.
– Coshai allora?
Asciugai le mani con il canovaccio, lo piegai in due, lo riaprii.
– Solo stanca.
Lui annuì, non sospettando nulla. O facendo finta. Non era sempre semplice districare le due cose: era bravissimo a spiegare tutto il necessario quando lo coglievano in fallo, e sapeva restare zitto quando il silenzio era più utile delle parole. Ricordai quando, un anno prima, mi convinse a usare la carta famigliare per le spese. “Così è tutto chiaro”. Allora non mi era mai passato per la testa che per lui la trasparenza fosse la virtù solo se era la vita degli altri a restare visibile.
Non dormii quella notte.
Tommaso si agitò un paio di volte, tossì, e io mi alzai da sola, ancora prima che servisse. Al fianco, Davide respirava regolare, il suo solito leggero sibilo, disteso sulla schiena come chi sa di non aver motivo di svegliarsi. Io fissavo il buio, ripercorrendo ogni centimetro degli ultimi mesi. Domande strane. Precisione inquietante. Quel suo calmo: oggi hai parlato a lungo con tua madre? Quel “per caso non hai mangiato nulla a pranzo?” Quasi affettuoso: stanca, eh? Non si può conoscere tanto, se qualcuno non riferisce. O se non si spia.
Alla fine capii una cosa: non dovevo affrontarlo subito.
Troppi anni vissuti con un uomo che, alle prime difficoltà, inonda daria la stanza con le parole. Avrebbe spiegato, confuso, deviato, rovesciato ogni colpa su di me, la moglie nervosa che si immagina le cose. Sentivo già le sue repliche nella testa. “Hai frainteso. Non parlavo di te. Sara è solo una collega. Ero preoccupato per il bambino. Sei stressata, vedi cose che non esistono”. In questo è sempre stato maestro. Farti sentire in colpa per aver avuto una reazione giusta.
La mattina del sabato fu di una gentilezza quasi innaturale.
Si svegliò lui per primo, cambiò Tommaso, preparò la pappa, lavò perfino la tazzina, quando in genere le lascia nel lavandino fino a sera. Lo osservavo giocare sul tappeto col bambino, sollevarlo, raccogliere il cucchiaino caduto sulle piastrelle. Pensavo a quanto sia facile per una persona essere insieme il padre presente e lo sconosciuto spettatore nella propria famiglia.
– Sei silenziosa oggi, – mi disse restando soli in cucina.
– Di solito faccio rumore?
– A volte sì. Oggi proprio no.
Apro il frigo, prendo lo yogurt per Tommaso, richiudo.
– Non ho dormito bene.
– Per via sua?
– No. Così, senza motivo.
Si avvicina, posa la mano sulla mia spalla. Un tempo quel gesto mi calmava, ora è un brivido intenso che costringe a stringere i denti.
– Gioia, tutto va bene, però.
Questa è la parte quasi insopportabile: non tanto la menzogna, quanto il modo quotidiano di metterla in scena. Come se una bugia mettesse le ciabatte la mattina e si versasse una tazza di tè, silenziosa.
Non mi volto.
– Certo.
– Non mi guardi neanche.
– Ti sto guardando.
– No, non mi guardi.
Lo guardai negli occhi. Sorrideva con quell’espressione che a inizio matrimonio mi sembrava pazienza. Ora era unaltra cosa. La sicurezza di poter tenere in mano la porta di una conversazione. Non lasciarla chiudere dallaltra parte.
– Ti sei inventata qualcosa? chiese.
– No.
– Meno male.
E andò in cameretta, senza accorgersi che mi ero aggrappata al bordo del tavolo.
La giornata sembrava non finire mai. Vivevo come chi sa che sotto il pavimento cè un vuoto, eppure deve attraversare ogni stanza, portare le stoviglie, lavare i calzini del bambino, aprire le finestre, preparare il brodo. Ogni oggetto sembrava cambiare significato. Il vecchio tablet non era più solo tecnologia malconcia. Il baby monitor non era più del bambino. Il telefono di Davide non era più un semplice telefono.
Quando lui uscì per comprare i pannolini, riaprii larchivio video.
La luce blu ondeggiava sullo schermo. La cucina sapeva ancora di soup e della polvere umida. Scorrevo file dopo file, non per cercare un tradimento, anche se era il pensiero più istintivo, ma per trovare il confine. Capire dove tutto era cambiato. Quando. In che minuto.
La risposta era in una registrazione del giovedì.
Lì Davide parlava con Sara senza più filtri né battute.
– Lei sospetta qualcosa? domanda Sara.
– Per ora no.
– E se inizia a indagare?
– Che indaghi pure. Ho archiviato tutto.
– Addirittura?
– Certo.
Una lunga pausa. Mi si serrarono le mascelle.
– Ti stai spingendo troppo oltre, disse lei.
– Io penso al futuro.
– Anche a tuo figlio pensi in anticipo?
– Come potrei fare altrimenti?
Misi in pausa. Mi raddrizzai sulla sedia. In camera del piccolo regnava la quiete, fuori una portiera sbatté e sopra i ragazzi ridevano. Il mondo continuava il suo sabato, mentre io sul tablet avevo la versione estranea della mia famiglia. Una versione in cui mio marito raccoglieva “materiale” su di me. Per parlare? Per difendersi? Per un futuro in cui dimostrare quanto sono stanca, silenziosa, insonne, troppo a lungo in cucina?
Mi sentivo soffocare. Non profondo, ma a sufficienza da bloccare il respiro sotto lo sterno.
Continuai ad ascoltare.
– Ti rendi conto di quello che dici? domandò Sara.
– So che sto facendo la cosa giusta.
– Davide, questa non è cura.
– E allora cosa sarebbe?
– Controllo.
Sorrise.
– Una parola grossa.
– Adatta, però.
Chiusi il file.
Ecco dove tutto era cambiato. Fino a lì si poteva perfino liquidare come una banale relazione extra, una voce sbagliata, la sicurezza sciocca di chi pensa di farla franca. Ma la lucidità con cui parlava di controllo spostava ogni cosa. Non una debolezza. Non un errore. Non una caduta. Era tutto deciso, organizzato, classificato.
La sera Davide tornò come sempre.
Spesa, giochi sul tappeto con Tommaso, una lettura del libro sul trattore, e tra una pagina e laltra:
– Hai telefonato a tua madre oggi?
Lo chiese distrattamente. Ma lo sentii come uno scossone.
– No.
– Strano. Di solito lo fai il sabato.
– Mi sono dimenticata.
– Capisco.
Sfogliò la pagina, la carta scricchiolò. Solo un gesto qualsiasi, ma dentro cera la precisione di chi conta le abitudini degli altri.
A cena parlò poco. Io ancora meno. Tommaso ciondolava con la testa, battendo il cucchiaino sul tavolo, perdeva pezzetti di pane, e lui era lunico, lì dentro, ad abitare un vero presente, senza doppi sensi, senza occhi estranei. Quando Davide lo portò a lavarsi, corsi a prendere il tablet e aprii il file più recente.
Era proprio della notte tra sabato e domenica.
Si capiva che Davide aveva attivato lapp dopo che mi ero infilata a letto. Nei primi secondi la ripresa inquadrava il corridoio vuoto. Poi passi, un sussurro, rumore dauto, e la voce di Sara arrivò più vicina.
– Sei ancora sicuro che sia necessario?
– Sì.
– Anche se finirà che vi separate?
Rabbrividii. Laveva detta come fosse la cosa più normale.
– Se succede, rispose lui, avrò modo di dimostrare che Tommaso starà meglio con me.
Sara rimase in silenzio.
– Lhai sentita anche tu, continuò Davide. Non dorme mai. Si innervosisce. Può passare la notte in cucina. Dimentica di mangiare. Si vede tutto.
– Davide
– Cosa?
– Parli come se avessi già preso una decisione.
– Non decido nulla. Mi preparo soltanto.
Non finii di ascoltare. Abbassai il tablet sul tavolo, la mano sulla bocca per non emettere suono, anche se la casa era vuota. Ecco il vero abisso. Non un caso, non una scappatella. Stava raccogliendo la mia vita a pezzetti. Non per comprenderla meglio: per usarla. Per avere la sua versione dei fatti. Aspettando il giorno in cui avrebbe aperto la cartella e detto: vedete, ho fatto bene a spiare.
Lorologio scandiva le ore troppo forte. O forse era solo nella mia testa.
Rimasi sveglia fino allalba. Non piansi. Non girai per casa. Non scrissi a mia madre, anche se la mano andava al telefono. Mi limitavo a fissare lo schermo spento, nero, e dentro di me iniziava a crescere qualcosa di molto ordinato. Non leggero. Non caldo. Ma solido. Come uno scaffale dove si mettono uno dopo laltro i barattoli. Prima i fatti. Poi gli altri. Poi ancora. Finché la verità non pesa davvero.
Tommaso si svegliò presto e come sempre reclamò il mondo intero: pappa, tazza, palla, finestra, mamma, papà. Davide lo prese in braccio e perfino rise quando il piccolo gli tirò il colletto. Li guardavo e risentivo in testa unaltra voce di Davide. Secca. Calcolatrice. Certa di pensarla meglio degli altri.
Alle dieci Tommaso dormiva di nuovo.
Capì allora che non potevo più aspettare.
La cucina era invasa da una luce pallida. Sul tavolo due tazze, una ancora intonsa. Davide leggeva le notizie sul telefono. Entrai, misi il baby monitor e il tablet davanti a lui.
Alzò la testa.
– Questo a che serve?
– Dobbiamo parlare.
– Così, ora?
– Adesso.
La mia voce non lasciava spazio né a domande, né a tenerezza. Lo capì. Posa il telefono sul tavolo, schermo in giù.
– Che succede?
Mi sedetti di fronte. Le mani trovavano subito il bordo ruvido della sedia, come se aggrapparsi a quello valesse più di mille parole.
– Voglio solo una risposta, – dissi. Una sola. Niente giri di parole.
Davide fece un mezzo sorriso, lo vidi irrigidirsi.
– Dimmi pure.
Schiacciai sullo schermo del tablet.
– Perché la telecamera non era rivolta su nostro figlio, ma su di me?
Non rispose subito. Quella pausa fu la vera risposta. Niente indignazione, niente sorpresa, niente domanda di ritorno. Solo il silenzio. Breve, ma troppo pesante per uno innocente.
– Ma di cosa stai parlando? abbozzò.
Avviai la registrazione.
Dal baby monitor uscì un sussurro familiare, il solito fruscio, la risata di lei. E poi la voce autentica di Davide, sicura, calma, così diversa da chi sedeva accanto a me.
– Voglio solo sapere cosa fa.
Davide ebbe una reazione brusca, la sedia scricchiò. Cercò di prendere il tablet, ma posai la mano sopra prima di lui.
– Non toccare.
Tirò indietro la mano.
– Da dove vengono queste cose?
– Dallarchivio. Quello che hai impostato da solo.
Il suo viso cambiò poco alla volta. Allinizio cercò di stare a galla. Quellantica abitudine di girare tutto a suo vantaggio. Ma la registrazione proseguiva. Sara chiedeva se potevo iniziare a indagare. Lui assicurava di avere materiale. Lei nominava il controllo. Lui commentava che era solo una parola grossa. E più la voce rimbombava nella cucina, più spariva da lui lautorità.
– Spegnila, disse.
– No.
– Giulia, spegnila.
– No.
Si passò una mano sul viso. Si alzò, tornò a sedersi.
– Non capisci il contesto.
– Allora spiega. Breve.
– Ero preoccupato per Tommaso.
Andai avanti. Fino alla parte dove diceva mani più solide.
Quando sentì quella frase, Davide chiuse gli occhi.
Per un secondo. Abbastanza.
– Ancora una volta, dissi sottovoce. Breve. Perché mi spiavi?
– Non spiavo.
– E allora cosera?
– Controllavo la situazione in casa.
– Attraverso unaltra donna?
La mascella gli tremò.
– Sara non centra.
– Non dire bugie. Centra.
– Hai confuso tutto.
– No. Anzi, ho separato bene. La relazione extra e la telecamera. Le conversazioni su Tommaso. E tu hai mentito in tutto.
Davide si alzò di scatto, si piazzò davanti alla finestra, senza aprirla. Nel vetro il suo volto pareva solo più vuoto, non più adulto.
– Sei in uno stato che
– Finisci la frase.
Si voltò.
– Così è inutile parlare.
– È più facile parlare con lei?
– Non centra.
– Centra, invece. Raccontavi tutto a lei. La mia tisana, il mio sonno, le mie chiamate, la mia stanchezza. Nostro figlio, che già giudicavi pronto per le mani di qualcun altro.
– È anche mio figlio.
– E allora perché raccoglievi materiale su di me, invece di aiutarmi?
Questa fu la prima vera sua sconfitta. Non sul nome di Sara. Né sulle bugie. Ma sulla parola “materiale”. Perché era esatta senza urlare, senza abbellimenti, impossibile confonderla con altro.
– Non hai idea di quanto sia difficile fare tutto da solo.
Lo fissai negli occhi.
– Da solo?
Abbassò lo sguardo.
– Io lavoro. Porto i soldi. Torno, vedo che non ce la fai più.
– Per questo mi hai messo sotto controllo?
– Non esagerare.
– Ancora, adesso?
– Volevo capire cosa succedesse.
– Volevi solo gestire tutto. Non capire.
Davide tirò fuori una risata nervosa.
– Belle parole. Chi ti ha aiutata, tua madre?
Scossi lentamente la testa.
– Nessuno. Hai fatto tutto tu. Lhai registrato tu.
Scese il silenzio in cucina. Si sentì Tommaso voltarsi nel sonno e sospirare. Quel suono mi fece stringere tutto dentro. Il bambino riposava. La casa era in piedi. Il tè si raffreddava. E in quella routine si decideva qualcosa che, tre giorni prima, nemmeno immaginavo.
– Oggi lasci casa, dissi.
Davide sollevò la testa.
– Cosa?
– Oggi.
– Sei impazzita?
– No.
– È anche casa mia.
– Sì. Ma oggi vai tu.
– E secondo quale diritto?
– Quello di non restare qui con chi ha ascoltato la mia vita tramite il baby monitor e ha discusso con la sua Sara di mani più solide per nostro figlio.
Picchiò la mano sul tavolo. Non forte, ma la tazza tremò.
– Smettila con queste sciocchezze.
Non batté ciglio.
– Hai già detto tutto. Io non ho altro da aggiungere.
– E quindi ora? Corri da tua madre?
– Ora spengo la telecamera. Tu sistemi le tue cose.
– Non hai il diritto di decidere da sola.
– Ho già deciso.
Mi fissò a lungo. Troppo. E dietro quei secondi vidi una cosa nuova: non rabbia, non dolore. Delusione. Qualcuno a cui hanno rovinato i piani. Che non è riuscito a mettere le carte sul tavolo per primo. E forse quello fu il vero finale.
Fu Davide a distogliere per primo lo sguardo.
– Va bene, disse. Calmati. Ne parliamo meglio stasera.
– No. Adesso.
– Non me ne vado senza Tommaso.
– Uscirai da solo.
– Non comandare.
– Prepara la valigia, Davide.
Stava per ribattere, quando una vocina flebile giunse dalla cameretta. Il piccolo sera svegliato. Mi alzai subito. Anche lui, secondo labitudine, ma sollevai la mano e si fermò.
– Lascia. Faccio io.
Entrai in cameretta, presi Tommaso, lo strinsi a me, sentii lodore di crema, di pelle calda, di sonno. Lui mi infilò il naso nel collo, e bastò per tenermi insieme un altro po. Rimasi sotto la culla, cullandolo, guardando il baby monitor ancora acceso sul tavolo della cucina. Quante volte mi aveva guardata così? Quante volte aveva ascoltato i suoni di questa casa che dovrebbero appartenere solo a noi tre?
A mezzogiorno Davide preparò una borsa.
Non tutta la sua vita non ne ha avuto il coraggio o lispirazione. Solo qualche camicia, il caricabatterie, il rasoio, i documenti. Prima di uscire provò a riempire la stanza di parole.
– Stai rovinando la famiglia per una telefonata.
Restai a guardarlo, Tommaso in braccio.
– Per una, lo ripeté, come se la ripetizione desse forza. Tu non vuoi capire.
– Ho capito tutto.
– Non è vero.
– Basta.
– Cosa dirai alla gente?
– La verità.
Accennò un mezzo sorriso.
– Quale? Che tuo marito aveva il baby monitor?
– Sì.
– E allora?
– Ma la telecamera non guardava il bambino.
Davide strinse il manico della borsa.
– Ti pentirai di questo atteggiamento.
– Forse. Ma non di aver ascoltato.
E tacque.
La porta si chiuse senza rumore. Niente tonfi, niente colpi di scena. Solo la serratura che scoccava, lascensore, qualcuno che starnutiva sulle scale, e la casa tornò a sembrare normale. Solo che dentro tutto era già diverso. Come dopo aver rivoluzionato i mobili: stesse tazze, stesso tavolo, stessi muri, ma niente più è come prima.
Non feci quasi nulla per il resto del giorno.
Diedi da mangiare a Tommaso, gli cambiai i calzini a righe grigie, raccolsi un po delle sue cose, chiamai mia madre e dissi: Davide dormirà da unaltra parte per un po. Lei rimase in silenzio, poi chiese se sarei andata da lei. Forse, risposi. Non spiegai altro. Non avevo ancora la forza per spiegare. Quella arriva dopo. Prima serve solo il silenzio, camminare da una stanza allaltra senza dimenticare di spegnere il bollitore.
Verso sera passai di nuovo nella cameretta.
La stanza era quasi identica a ieri. Un body azzurro con il razzo steso ad asciugare. La copertina sullo schienale della poltrona. Il baby monitor sul comò. Corpo nero, obiettivo piccolo, lucciola verde. Mi avvicinai, a lungo lo guardai come se non fosse plastica ma lo sguardo di chi non è ancora uscito del tutto dalla nostra casa.
Presi il baby monitor fra le mani.
Le dita non tremavano più. Fu la cosa che mi stupì di più. Dopo quarantotto ore di freddo, veglia, lavoro interno silenzioso, le mani si erano arrese alla stanchezza. Girai il baby monitor, trovai il filo dellalimentazione, lo staccai dalla presa.
La lucetta verde si spense subito.
E finalmente, nella cameretta, ci fu il silenzio raro di chi non viene più ascoltato da nessun altro.



