Riprese Casalinghe

Riprese domestiche

La baby monitor stava sul comò, ma invece di inquadrare la culla del figlio, puntava dritto verso la porta della camera matrimoniale. Bianca se ne accorse proprio mentre dalla ricevente poggiata sul davanzale della cucina, iniziò a farsi strada un riso femminile, estraneo, che sembrava crepitare tra le interferenze.

Non alzò neppure subito lo sguardo. Il tè nella tazza si era ormai raffreddato, la camomilla quasi non odorava più, il bollitore aveva già fatto il suo ultimo clic, e nel silenzio dellappartamento qualunque rumore pareva una scossa alludito. Suo figlio dormiva da oltre unora. Marco aveva scritto alle otto e mezza che si sarebbe fermato ancora in ufficio. Il venerdì si trascinava lento, denso, come il miele tiepido che si avvita al cucchiaio, e Bianca quella sera si sorprese più volte ad avere la stessa identica sensazione: in casa tutto sembrava a posto, ma la pace non arrivava.

Il fruscio si fece più forte.

Si voltò verso la finestra, si avvicinò al ricevitore, lo prese con entrambe le mani. La plastica era appena tiepida; la spia verde lampeggiava regolare, come da manuale. Dal piccolo altoparlante giunsero respiri ovattati, un sussurro, poi la voce di un uomo. Marco parlava piano, ma Bianca lo riconobbe allistante. E restò immobile, raggelata, perché quella voce non era nella stanza del bambino, né nellingresso. Non era neanche a casa.

Era lontano.

E con lui cera una donna.

Bianca abbassò il volume, come se così potesse cambiare ciò che aveva sentito. Non lo cambiava. La donna disse qualcosa, breve, sfumata da un sorriso che Bianca percepiva e non capiva, e Marco rispose a voce più chiara:

Aspetta. Ora sarà in cucina. A questora prende sempre il tè.

Il pollice di Bianca scivolò sui tasti, cercò invano di ridurre il rumore di quellaltra vita che respirava dal ricevitore. Era proprio questa la sensazione: non era uninterferenza, non uno sbaglio, ma la presenza di qualcuno di estraneo nella loro casa, nella loro sera, nella sua piccola abitudine di bere un tè mentre il figlio si addormentava.

Distolse lentamente lo sguardo verso il corridoio. Dalla cucina si distingueva la porta della stanza da letto, e dietro luscio socchiuso, si intuiva la penombra della cameretta. Bianca vi si diresse a piedi nudi, sentendo il fresco del pavimento sulle piante, e si arrestò davanti al comò.

La telecamera era effettivamente spostata.

Non sulla culla. Non sulla finestra. Non sulla poltrona dove sedeva spesso con il bambino in braccio, ma proprio sulla porta. Il campo riprendeva un tratto del corridoio e metà della camera matrimoniale. Marco aveva sistemato quellaggeggio dodici giorni prima. Aveva detto che così era più sicuro. Che adesso che il figlio si svegliava anche di notte, se lei era in cucina o in bagno avrebbe sentito tutto subito. Allepoca era parso ragionevole. Ora, solo a pensarci le si seccava la bocca: quanti giorni Marco aveva osservato lei, anziché il bambino?

Dalla cucina giunse ancora la sua voce. Più debole.

Te lho detto, non adesso.

Bianca tornò al davanzale, rimise il ricevitore al suo posto. Le tornò in mente il tablet. Era vecchio, il loro, a uso di tutti, infilato tra il libro di ricette e le salviettine del bimbo nel mobiletto. Marco aveva installato lì lapp della baby monitor il giorno stesso in cui aveva portato a casa la scatola. Aveva detto che così era più comodo, con laccesso condiviso. Che faceva qualcosa di importante per la famiglia. Che in una vera famiglia tutto deve essere trasparente. Niente segreti.

Bianca estrasse il tablet, si sedette.

Lo schermo si accese con lentezza. Le dita erano gelide, anche se la cucina respirava il calore umido di marzo, la maniglia della tazza era calda. Nellazzurro timido della schermata apparve lapp. Licona della camera lampeggiò. Sotto, la lista delle registrazioni.

Archivio.

Indugiò su quella parola, quasi fosse nuova. Poi cliccò.

Cerano molte registrazioni.

Non una. Non due. Sei giorni di fila. Clip brevi, segmenti più lunghi, notturni, ombre del giorno, rumori, movimenti, la cameretta vuota, i suoi passi nel corridoio. Bianca aprì il primo file: si vide di spalle. Cardigan grigio, capelli raccolti in fretta, il biberon in mano. Entrava nella stanza, sistemava la copertina del figlio, si chinava sulla culla, usciva. Il video durava quaranta secondi. Il secondo filmato era la cucina, spiata dalla porta socchiusa. Non tutta, a pezzi, ma abbastanza da capire: quelloggetto guardava proprio lei.

Ancora più sotto.

È sempre lei nei video. Non il bambino. Non il sonno del bimbo. Lei.

Cliccò su una registrazione fatta mercoledì, nove e ventidue di sera. La voce di Marco arrivò dal tablet, distante, come da una stanza sconosciuta.

Vedi? Te lavevo detto, a questora prende il tè col telefono in mano.

La donna rise.

Tu spii tua moglie attraverso la baby monitor?

Non esagerare. Voglio solo sapere cosa fa.

In cucina, il silenzio si fece tale che Bianca percepì distintamente il fruscio tenue della coperta nella stanza del figlio. Mette in pausa. Il pollice era insensibile, come se il vetro avesse risucchiato il calore dalla sua mano. Sedeva composta, incapace di muoversi, fissava il punto in cui la piastrella sotto al tavolo aveva una crepa: Marco, mesi fa, aveva fatto cadere una pentola, lamentandosi a lungo per quella giornata storta.

Fece ripartire.

E tu cosa te ne fai? intervenne la donna.

Non mi è indifferente ciò che accade in casa mia.

In casa tua, o nella sua testa?

Marco ridacchiò.

È la stessa cosa.

Bianca abbassò il volume.

Le occorse un minuto intero per alzarsi. E in quel minuto non pianse, non si portò le mani ai capelli, non lanciò il tablet proprio i gesti che parevano attendersi a gran voce sia laria che la quiete, sia quella spia verde sul davanzale. Si limitò ad avvicinarsi al lavello, fece scorrere lacqua fredda sulle mani, guardando le gocce rompersi sullacciaio, pensò che se non si occupava di qualcosa avrebbe afferrato il bordo del lavello con tale forza da sbiancarsi le nocche.

Marco rientrò che erano quasi le undici.

Bianca aveva visto altre cinque registrazioni, sentito il nome Livia e scoperto così tanto di sé da restarne congelata. Marco sapeva esattamente quando chiamava sua madre per lagnarsi della stanchezza. Sapeva che non dormiva da pomeriggi interi. Sapeva quante volte controllava la finestra in cameretta, quanto restava in cucina dopo che la casa era sprofondata nel silenzio. Un tempo pensava che lui indovinasse gli umori. Ora era tutto troppo banale, sporco.

Quando la chiave girò nella toppa, Bianca aveva già rimesso il tablet nel mobiletto, lavato la tazza.

Sei ancora sveglia? chiese Marco dallingresso.

Ti aspettavo.

Entrò in cucina, alto, la camicia blu con le maniche arrotolate, il telefono in mano destra, le buste della spesa nellaltra. Le tempie brizzolate, che altre volte commuovevano Bianca come a dire che letà rendeva più affidabile un uomo, adesso per lei erano sovrastate da una sola cosa: il telefono, quelloggetto tramite cui aveva ascoltato la loro vita e la aveva spartita con unaltra.

Ho preso gli yogurt per lui, disse Marco appoggiando la busta. E la ricotta per te. Era finita.

Parlava come sempre. Anzi, troppo come sempre. Ed era proprio questa la parte più pesante. Luomo che solo due ore prima, assieme a unaltra, discuteva lora del tè della moglie, ora stava lì davanti a tirare fuori il pane dalla busta.

Grazie, rispose Bianca.

Lui la osservò con più attenzione.

Sei pallida. Mal di testa?

No.

Allora che hai?

Asciugò le mani col canovaccio, lo piegò in due, lo spiegò di nuovo.

Solo stanca.

Marco annuì. E non sospettò nulla. O fece finta. Con lui era sempre difficile capire. Era capace di spiegare troppo, quando colto in fallo su qualcosa di inutile, e di restare muto, quando il silenzio lo favoriva. Bianca ricordò come lanno prima laveva convinta a passare alla carta unica per le spese domestiche. Era tutto più comodo. Si vede tutto. Tutto trasparente. Una vera famiglia. Mai aveva immaginato che la trasparenza gli piacesse se era solo quella degli altri.

Quella notte, Bianca non dormì.

Il figlio si agitò un paio di volte, tossì. Bianca si alzava sempre prima che ce ne fosse bisogno. Marco accanto respirava calmo, col solito leggero sibilo, dormiva a pancia in su, le braccia larghe, come chi non ha un motivo su questa Terra di svegliarsi di notte. Bianca rimaneva immobile nel buio, i pensieri ricamati addosso. Le domande strane di Marco. La sua precisione. Il suo: Hai parlato a lungo con tua madre? Il casuale: Non hai pranzato oggi? Il tono affettuoso: Sei stanca, eh? Non poteva sapere così tanto se non glielo dicevano. O se non spiava.

Allalba, Bianca capì una cosa: parlarne subito era inutile.

Troppi anni vissuti con un uomo che, appena lo incalzi, cerca di occupare ogni spazio con le parole. Avrebbe spiegato, confuso, deviato, fatto di lei la moglie nervosa che si inventa le cose. Sentiva già le sue future battute nella testa. Hai frainteso. Non era su di te. Livia è solo una collega. Pensavo al bambino. Sei stressata, ti sembra tutto. In questo Marco era un maestro: rendeva colpevole la reazione, non i fatti.

Il sabato mattina fu dolce.

Troppo dolce. Fu lui ad alzarsi per primo, a cambiare il figlio, a preparare la pappa, persino a lavare il piatto, gesto che di solito lasciava alla sera. Bianca osservava il modo in cui giocava con il bambino sul tappeto, come gli lanciava il calzino, come raccoglieva il cucchiaino finito per terra, pensava a come fosse facile per uno stesso uomo essere un padre attento e un estraneo nella stessa casa.

Sei strana oggi, disse Marco, quando rimasero soli in cucina.

Di solito sono rumorosa?

A volte sì. Oggi proprio no.

Bianca aprì il frigo, prese lo yogurt per il figlio, richiuse.

Ho dormito male.

Per il piccolo?

No. Senza motivo.

Lui si avvicinò, poggiò la mano sulla sua spalla. Prima la calmasse quel gesto. Ora Bianca avvertì lungo la schiena un brivido gelido, tanto che dovette stringere i denti.

Bianca, dai. Siamo tranquilli.

Ed era questo il peggio. Non la menzogna in sé, ma la sua faccia ordinaria. Come se la bugia indossasse le pantofole e si facesse un tè senza bussare.

Lei non si voltò.

Certo.

Non mi guardi nemmeno.

Ti sto guardando.

No, non lo fai.

Bianca infine alzò gli occhi. Marco sorrideva di quel sorriso che allinizio del matrimonio lei credeva fosse segno di pazienza. Ora ci vedeva qualcosaltro. La sicurezza che si può tenere il discorso per la maniglia. Non lasciare che venga chiuso da chiudere dallaltra parte.

Ti sei inventata qualcosa? domandò lui.

No.

Meno male.

E andò dal figlio, senza capire o senza voler capire che le dita di Bianca stringevano il bordo del tavolo.

La giornata fu interminabile. Bianca era lì, come chi sa che sotto il pavimento cè il vuoto, ma deve lo stesso camminare, portare piatti, lavare calzini, aprire le finestre, cucinare il brodo. Ogni oggetto aveva ormai un doppio significato. Il tablet non era più un vecchio arnese. La baby monitor non era per il bambino. Il telefono di Marco non era solo un telefono.

Verso metà pomeriggio, quando lui uscì a comprare i pannolini, Bianca tornò sullarchivio.

La luce azzurrina tremolava. La cucina odorava di minestra e di polvere bagnata. Bianca scorreva file su file, non alla ricerca di un tradimento, anche se quello era il primo sospetto, ma cercando il confine. Dove aveva iniziato tutto a non appartenere più a lei? In quale giorno? In quale minuto?

La risposta era nella registrazione del giovedì.

Lì Marco con Livia parlava in modo diverso, quasi senza filtri.

Sospetta qualcosa? chiese Livia.

Per ora no.

E se comincia a indagare?

Che indaghi. Ho raccolto tutto.

Addirittura?

Sì.

La pausa fu di alcuni secondi. Bianca sentì la mascella irrigidirsi.

Esageri, disse Livia.

Io penso in anticipo.

Anche per il bambino pensi così?

Certo.

Bianca mise in pausa. Sedette ancora più dritta. Nella cameretta del figlio, silenzio. Sentì in strada uno sbattere di portiera, sopra ridevano dei ragazzi. Il mondo proseguiva il suo solito sabato, ma lei aveva tra le mani una versione della loro famiglia che non le apparteneva più. Una versione, in cui il marito raccoglieva “materiale”. Per che cosa? Una discussione? Le giustificazioni? Un futuro dove dimostrare quanto lei fosse stanca, silenziosa, incapace di stare da sola coi suoi pensieri?

Le mancò il fiato. Non a lungo, non in modo teatrale, ma abbastanza perché laria rimanesse incastrata sotto le costole.

Riprese il video.

Ti ascolti, quando parli? disse Livia.

So quello che faccio.

Marco, questa non è cura.

E cosa sarebbe?

Controllo.

Lui sorrise freddo.

Paroloni.

Adeguati.

Bianca chiuse il file.

Ecco, lì tutto era cambiato. Ancora si poteva ridurre tutto con fatica a una relazione, a una debolezza, allillusione maschile che nessuno lavrebbe scoperto. Ma la questione del controllo, così calma, premeditata senza ombre di colpa, cambiava tutto. Non era uno scivolone, una notte. Non un errore fortuito. Ma qualcosa progettato, sistematico, quasi istituzionale.

La sera, Marco rientrò col volto tranquillo.

Aveva comprato la spesa, posato le borse, si era seduto accanto al figlio raccontandogli la storia del trattore, tra una pagina e laltra domandò:

Hai chiamato tua madre oggi?

La domanda era casuale, pigra. Ma Bianca la sentì scendere nella schiena.

No.

Strano. Di solito il sabato la chiami.

Ho dimenticato.

Mh.

Voltò la pagina, il fruscio della carta fragile tra le dita. Così. Parole normali, suoni normali, ma dentro, come ago nella stoffa, la precisione di chi ha preso labitudine di contare i gesti altrui.

A cena parlò poco. Bianca meno ancora. Il bambino si addormentava sul tavolo, battendo il cucchiaino sul piano, sgranocchiava pane, e solo lui era davvero presente in casa. Mentre Marco glielo portava a lavare, Bianca prese il tablet e aprì il file più recente.

Era stato registrato da poco.

Notte fra sabato e domenica. Probabilmente Marco aveva acceso lapp dopo che lei era andata a letto. I primi secondi mostrano il corridoio vuoto. Poi passi, un sussurro, il rumore di una macchina e la voce di Livia, stavolta nitidissima:

Sei sicuro che sia tutto necessario?

Sicuro.

Anche se arriva la separazione?

Bianca restò sospesa. La parola era uscita serena, come se si trattasse del meteo.

Se si arriva lì, disse Marco, avrò le prove che il bambino starà meglio con me.

Livia non rispose.

Proseguì lui:

Hai sentito anche tu, non dorme, è nervosa, passa la notte in cucina, si dimentica di mangiare. Questa è la realtà.

Marco…

Cosa Marco? Io penso a mio figlio.

Parli come se avessi già deciso.

Io preparo tutte le opzioni.

Bianca non ascoltò oltre. Lasciò lentamente il tablet sul tavolo e si portò una mano alla bocca, per non lasciar scappare un suono, anche se non cera nessuno in casa. Ecco il nocciolo. Non una conversazione fortuita, non un tradimento. Stava accumulando la sua vita, per prepararsi. Non per capire, ma per costruirsi la propria narrazione. Per il giorno in cui avrebbe aperto la cartella e dichiarato: ecco, non lo facevo per niente.

Lorologio ticchettava troppo forte. O le pareva.

Bianca rimase sveglia fino allalba. Non pianse. Non corse per casa. Non scrisse a sua madre, anche se la mano le andava al telefono. Restò solo a fissare il buio del tablet: sentiva in sé crescere qualcosa di lineare. Non leggero. Ma preciso. Come una fila di barattoli messi uno dopo laltro. Fatti, e ancora fatti. Finché la verità non avesse avuto il suo peso.

La domenica mattina il figlio si svegliò presto, reclamando il mondo tutto intero: pappa, palla, la mamma, il papà. Marco lo prese in braccio e sorrise quando il bimbo gli tirò il colletto. Bianca li guardava, pensava a quella voce diversa di Marco. Secca, calcolata, avanti di trentanni.

Alle dieci il piccolo dormiva di nuovo.

Fu allora che Bianca decise che non avrebbe più aspettato.

La cucina era invasa da una luce pallida. Sul tavolo due tazze, una rimasta intatta. Marco scorreva le notizie sul telefono. Bianca entrò, mise sul tavolo la baby monitor, poi il tablet.

Lui alzò lo sguardo.

Che succede?

Parliamo.

Ora?

Ora.

La voce non aveva né traccia di supplica, né remissività. Marco sganciò lo sguardo dal telefono.

Che cè?

Bianca si sedette davanti, le mani cercarono immediatamente il bordo ruvido della sedia, quasi si potesse aggrappare a qualcosa in quella realtà spigolosa.

Voglio una risposta, disse lei. Una sola. Senza giri di parole.

Marco sorrise in maniera tesa, già in allerta.

Ci provo.

Bianca attivò il tablet.

Perché hai puntato la camera su di me, non su nostro figlio?

La risposta non arrivò subito. E quello fu il primo vero segnale. Non sdegno, non sorpresa, non la domanda di rimando. Solo silenzio. Breve, troppo pesante.

Ma che dici? fece lui.

Bianca fece partire la registrazione.

Dallaltoparlante vennero fuori bisbigli, sfrigolii, una risatina. La voce di Marco, la sua, pacata, distante da chi sedeva di fronte.

Voglio solo sapere cosa fa.

Marco fece un gesto brusco, la sedia grattò sul pavimento. Cercò di afferrare il tablet ma Bianca glielo tolse.

Non toccare.

Lui ritrasse la mano.

Dove hai preso queste cose?

Nellarchivio. Quello che hai impostato tu.

Marco cambiò espressione lentamente. Allinizio tentò ancora la vecchia strada: manipolare. Ma la registrazione proseguiva. Livia parlava di indagini. Lui diceva di aver raccolto tutto. Lei parlava di controllo. E ogni sua parola gli mangiava un pezzetto di autorità.

Spegnila, disse lui.

No.

Bianca, spegnila!

No.

Si passò la mano sul volto. Si alzò, tornò a sedere.

Non capisci il contesto.

Allora spiegamelo. Semplice.

Avevo paura per nostro figlio.

Bianca mandò avanti fino alla frase sulle mani più stabili.

Marco chiuse gli occhi.

Solo per un istante. Le bastò.

Ancora, bisbigliò Bianca. Una sola risposta. Perché mi spiavi?

Non spiavo.

E questo cosè?

Gestivo la situazione a casa.

E con unaltra donna?

Un tic nella guancia.

Livia non centra.

Non prenderci in giro. Centra.

Stai confondendo tutto.

No. Ho separato le cose. Livia è una cosa. La camera unaltra. Le discussioni sul bambino unaltra. E in tutte mi hai mentito.

Marco si rialzò, andò verso la finestra, non laprì. Il riflesso nel vetro lo faceva sembrare più vecchio, non più maturo, ma più assente.

Sei in uno stato in cui…

Concludi.

Si voltò.

Impossibile ragionare con te.

Con lei invece sì?

Ma che centra.

Centra che con lei discutevi di me. Della mia tazza, del mio sonno, delle mie telefonate, della mia stanchezza. Perfino del bambino, che volevi dimostrare appartenesse alle mani tue.

È anche mio figlio.

Allora perché raccoglievi materiale su di me, non aiuto?

Lì Marco perse veramente la rotta. Non alla parola Livia, né ai video. Ma su quella parola: materiale. Perché era precisa. Senza urla. Senza veli. Senza scuse.

Non hai idea di quanto fosse difficile portare avanti tutto da solo, sussurrò.

Bianca lo fissò.

Da solo?

Lui abbassò gli occhi.

Lavoro. Mantengo. Torno a casa e vedo che tu non ce la fai più.

E allora mi sorvegli?

Non esagerare.

Ancora?

Volevo capire cosa succedeva.

Volevi controllare tutto.

Marco rise duro.

Belle parole. Chi ti ha aiutato? Tua madre?

Bianca scosse piano la testa.

Nessuno. Sei stato tu. Hai registrato tutto.

Il silenzio diventò compatto. Si sentì il bambino girarsi nel lettino e sospirare. Quel suono la riarse dentro. Il figlio dormiva. La casa era ancora in piedi. Il tè era freddo. Ed era in questa normalità che si decideva il destino che solo tre giorni fa non avrebbe mai immaginato.

Te ne vai oggi, disse lei.

Marco alzò il viso.

Cosa?

Oggi.

Sei impazzita?

No.

Questa è anche casa mia.

Sì, ma oggi esci tu.

E in base a cosa?

Non starò più qui con chi mi sorvegliava e discuteva con la sua Livia, come se nostro figlio fosse solo una pedina nella sua narrazione.

Lui colpì il tavolo. Non forte, ma la tazza si mosse.

Piantala.

Bianca non batté ciglio.

Hai già detto tutto tu. Non ho altro da aggiungere.

E poi? Corri da tua madre?

Ora spengo la telecamera. Tu prepara la valigia.

Non puoi decidere tu.

Sto già decidendo.

Marco la fissò a lungo. Troppo a lungo. E in quegli istanti Bianca vide qualcosa di strano: non rabbia, né dolore, né pentimento. Irritazione. Gli avevano rovinato il piano. Non era stato lui il primo a spargere le carte. Ecco cosa. Forse quello fu il punto finale.

Marco abbassò per primo lo sguardo.

Va bene, disse. Calmàti. Ne parliamo dopo.

Adesso.

Io non vado via senza mio figlio.

Te ne vai solo.

Non comandarmi.

Prepara la valigia, Marco.

Stava per ribattere ma dalla cameretta giunse il rantolo assonnato del figlio. Bianca si alzò subito. Marco anche, ma lei alzò la mano e lui restò fermo.

No. Vado io.

Entrò nella stanza, prese il bimbo, gli infilò il viso nel collo, respirò il calore della pelle, la crema, il sonno. Il piccolo si accoccolò sulla spalla, era sufficiente per restare insieme. Bianca lo tenne dondolato tra le braccia, guardando la baby monitor che emanava ancora un riflesso verde dal tavolo. Quante volte Marco aveva guardato questa scena? Quante volte aveva ascoltato quel rumore domestico che avrebbe dovuto appartenere solo a loro?

Entro mezzogiorno, Marco aveva pronto il borsone.

Non tutta la vita. Su quello non era pronto. Alcune camicie, il caricabatterie, il rasoio, i documenti. Sul punto di salutare provò ancora larma delle parole.

Distruggi la famiglia per una conversazione.

Bianca tenne il figlio, lo fissò senza rispondere.

Per una sola, ripeté Marco, quasi la ripetizione desse forza. Nemmeno vuoi capire.

Ho capito tutto.

Non tutto.

Basta.

Che racconterai in giro?

La verità.

Sorrise strozzato.

Quale verità? Che tuo marito ha messo una baby monitor?

Sì.

E quindi?

E che la camera guardava me, non nostro figlio.

Marco strinse il manico della borsa.

Te ne pentirai.

Può darsi. Ma non di aver ascoltato ciò che davvero sei.

E tacque.

La porta si chiuse senza rumore. Nessun fragore finale. Solo uno scatto, la corsa dellascensore, il colpo di tosse di un vicino, e la casa ridivenne silenziosa. Ma dentro tutto si era già spostato, come i mobili dopo il trasloco. Stesse tazze, stesso tavolo, stesse stanze. Ma la linea fra le cose era unaltra.

Quel pomeriggio Bianca non fece quasi nulla.

Diede da mangiare al figlio, gli mise le calzine a righe grigie, raccolse qualcuna delle sue cose, chiamò sua madre e le disse solo: Marco starà un po via. La madre rimase zitta, poi domandò se sarebbero andate da lei la sera. Bianca disse: forse, verso sera. Altre spiegazioni non ne diede. Per le parole serviva più forza. Prima arriva il silenzio, quello che ti serve solo per andare da una stanza allaltra e spegnere il bollitore.

Sul tardo pomeriggio tornò in cameretta.

La stanza, quasi uguale a ieri. Il body celeste con i razzi asciugava sulla sedia. Sulla poltrona, la coperta grigia. Sul comò, la telecamera. Corpo nero, minuscolo obiettivo, spia verde. Bianca si avvicinò e lo guardò a lungo, come fosse non plastica ma sguardo altrui rimasto lì sospeso.

Lo prese in mano.

Le dita non tremavano più. Era questo che la stupiva. Dopo giorni di gelo e notti insonni, era come se le mani avessero smesso di tremare per sfinimento. Bianca girò il dispositivo, cercò il cavo, lo sfilò dalla presa.

La spia verde si spense subito.

E nella cameretta piombò un silenzio nuovo, di quelli che si trovano solo dove nessun altro sta ascoltando.

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