Paola, ti sei preparata? Farò tardi a scuola! esclamai, mentre scrollavo via le ultime gocce dacqua dalla camicia di Carlo e la stendevo sulla corda che correva sul balcone. Era piccolo, spoglio, con la pittura che si staccava dai muri, ma era certamente il mio angolo preferito di casa.
Mi avvicinai alla ringhiera e, come sempre, mi fermai incantata. Dal settimo piano si godeva una vista magnifica sullArno e sui paesi vicini. Lalba si era ormai annunciata e tutto era avvolto da una luce primaverile così intensa, che dovevo socchiudere gli occhi per non accecarmi. Quella, sì, era vita! Così luminosa, promettente, con tutto il futuro davanti e speranze tanto accese da fare quasi male. Ero felice convinta che ce lavrei fatta, che riuscivo a sistemare tutto se solo mi impegnavo davvero.
Una nuvola improvvisa oscurò il sole, trascinandosi dietro un attimo di freddo. Rabbrividii, quasi svegliandomi da un sogno. Tutto intorno parve tornare nitido e reale. Così accade sempre: prima si sogna, poi zac! la realtà. Anche se, come diceva spesso Silvia: siamo noi a costruire la realtà, no? Solo noi possiamo scegliere come sarà. Forse aveva davvero ragione. Era una donna intelligente, laureata, sempre pronta a dire che anche io potevo andare alluniversità. Ma volevo davvero? Sospirai. Volere non basta: bisogna anche riflettere, valutare bene. Così comerano le cose, papà da solo non ce la faceva. I fratellini erano ancora piccoli, i soldi scarseggiavano. Così, lunica possibilità sarebbe stata quella di lavorare per aiutare la famiglia. E per ora non vedevo altra strada.
Feci scorrere gli occhi piccoli sullorologino da polso che mio padre mi regalò in seconda elementare. Oh cielo, siamo in ritardo! Presi la bacinella vuota e rientrai di corsa dal balcone.
Paolina dormiva con una manina sotto la guancia, così profondamente che rimasi lì a guardarla per qualche istante. Era così bella! Aveva ciglia lunghissime che le sfioravano le gote. I suoi boccoli biondi si spargevano sul cuscino; era molto impegnativo curarli, ma mai mi sarei permessa di tagliarli. Una bellezza così va preservata, pensavo, perché era quella di nostra madre. Non amavo ricordarla. Tante cose si possono perdonare a una persona, ma il tradimento no. Mamma se ne era andata, ci aveva lasciati. Paolina era così piccola che non ne serbava alcun ricordo. Da piccola chiamava me “mamma”, suscitando occhiate di traverso al parco giochi. Sorrisi, ripensando a quanto mi presero di mira le altre madri la prima volta.
Ci trasferimmo in quellappartamento dopo la morte della nonna paterna, quando lalloggio che le apparteneva passò a papà. Nel minuscolo bilocale non ci si stava più, così passammo tutti nel quadrilocale lasciato dalla nonna.
La nonna era donna severa, distante, professoressa universitaria, e poco incline ai rapporti con i vicini, che riteneva superficiali e vuoti. Da piccola non capivo, poi crescendo cominciai a evitare la casa della nonna. Non sopportavo il modo in cui trattava noi e gli altri. Io ci andavo per aiutare, ma ogni volta stringevo i denti per non rispondere.
Sei tutta tua madre. E dubito che ne verrà mai qualcosa di buono, a meno che non ti emergano i nostri geni, anche se su tuo padre la natura si è riposata! Lunica cosa che può salvarti sono gli studi. Studia, o finirai come tua madre.
Non replicavo, tanto nessuna risposta sarebbe stata gradita. Papà non mi sgridava mai, anche se la nonna si lamentava di me. Ma vedevo il suo volto chiudersi, restava in silenzio tutto il giorno: ecco, quella sì che era la punizione peggiore. Così imparai a non contraddire, pulivo il pavimento o finivo i lavori e poi scappavo da quella casa.
Solo una volta persi davvero la pazienza.
Tuo fratello e tua sorella forse non sono nemmeno figli di tuo padre. Perciò non voglio saperne niente, di questi bastardi! Li nomini ancora e ti scordi la porta di casa mia, chiaro?
Allora non verrò mai più qui! strinsi i pugni guardandola negli occhi.
Cosa hai detto?! mi rispose perfino sorpresa. Io ero così alterata che quasi rovesciai tutta la sua collezione di statuine di porcellana, quella che odiavo, perché dovevo spolverarla per ore sotto i suoi occhi attenti. Era per quelle che non voleva mai i bambini in casa: troppo preziose, e i bambini non erano suoi nipoti…
Non tornerò più! senza voltarmi uscii nel corridoio, afferrai il piumino e corsi via. Arrivai a casa in pochi minuti. Paolina giocava nel box. Le tolsi gli stivaletti e la presi in braccio.
Tu sei mia. E anche Carlo! Siamo tutti e tre una famiglia, qualsiasi cosa dicano.
Papà spuntò dal bagno, sorpreso di vedermi in lacrime. Paolina, vista la mia tristezza, si mise a piangere anche lei, più forte di me. Carlo, che studiava in cucina, arrivò e guardò papà.
Che succede a queste due?
Non lo so!
Le donne! Carlo scosse la testa e abbracciò entrambe. Frignone! Mangi, almeno? Abbiamo fatto la pasta con papà.
Dopo unora arrivò la chiamata della nonna. Smisi di lavare i piatti e lasciai scorrere lacqua. Dalla stanza sentivo il tono prima stupito, poi sempre più irritato di papà. Sedetti sulla sedia abbracciando le ginocchia in attesa della tempesta.
Mi sbagliavo. Non successe nulla. Più tardi papà entrò in cucina, mi abbracciò e mi diede un bacio sulla tempia.
Non devi più andare da tua nonna.
Perché?
Nessuno ha il diritto di offenderti e umiliare chi ami, anche se è della tua famiglia.
Sospirai di sollievo. Quelle accuse, quelle visite pesanti erano finite. Ora potevo dedicarmi ai miei fratelli e pensare un poco a me.
La nonna ci lasciò dopo un anno e mezzo. Gli ultimi due mesi mi riavvicinai, andando spesso in ospedale con papà. Quella donna asciutta, devastata dalla malattia, mi sembrava unaltra persona. Ma il tono duro con il personale non era cambiato. Un giorno strinsi la mano di papà.
Resto io.
Ma, tesoro
Bisogna.
Le infermiere si rasserenarono: ora avevano qualcuno che facesse da tramite. Andando a scuola nel pomeriggio, passavo le mattine in ospedale. Quando ero lì, la nonna abbassava il tono e le infermiere potevano lavorare tranquille.
Sei una ragazza straordinaria, mi disse una di loro. Non portarle rancore, se una persona nasce con la morte nel cuore non saprà mai cosè la felicità, e se ne andrà senza aver compreso nulla di sé e della vita.
Lultima volta che la vidi, la nonna sembrava stranamente quieta. Guardava il cielo grigio dalla finestra. Appena finii il tema, misi via quaderno e penna e mi alzai.
Devo andare.
Aspetta… il sussurro era così tenue che mi fermai sorpresa. Scusami, bambina. Per tutto… Ho sbagliato una vita intera… Abbi cura di tuo padre…
Annuii e, prima di uscire, le diedi un bacio sulla guancia.
Riposa, passo domani sera.
Uscendo, vidi che si voltava per nascondere gli occhi. Poi corsi via. Mi serviva quasi unora per andare a scuola.
La nonna se ne andò quella sera stessa. Ascoltai in silenzio papà che mi dava la notizia, presi i fratellini e li portai nella loro camera. Era stato faticoso per me, ma papà… per lui era sua madre. Avrebbe passato la notte in cucina fissando il vuoto, poi asciugandosi le lacrime avrebbe preparato la colazione per noi.
Il trasloco fu lungo. Paola si ammalava spesso, Carlo faceva i capricci, papà correva tra lavoro e casa. Imballavo tutto in scatole, sperando che in quella casa nuova sarebbe cambiato qualcosa. Non sapevo a chi rivolgessi le mie richieste interiori, ma sentivo che qualcuno là in alto ascoltava.
Nellappartamento della nonna avevamo, dimprovviso, ognuno il suo spazio. Allinizio ognuno si richiuse nella propria stanza, ma presto il letto di Paola comparve nella mia camera, perché la notte veniva comunque a cercare me. E Carlo restava in cucina, dove anche io stavo quasi sempre. Dividevamo il tavolo, i libri e anche i problemi di casa.
Sala le patate! stavo lottando con la fisica, mai stata il mio punto forte.
Giulia, bolle il minestrone, che faccio ora?
Arrivo! mettevo giù la penna per tagliare le verdure.
A me gli esercizi non tornano, non capisco i numeri negativi, Giulia
Facci vedere che hai combinato!
Paola, seduta al tavolino, riempiva diligentemente il suo album da disegno: anche lei avrebbe aiutato.
I primi tempi non furono facili. Papà lavorava tanto e i piccoli erano affidati a me. Con Carlo si ragionava, ma Paola era complicata; dasilo la aiutava, ma spesso era malata e perciò io perdevo giorni di scuola. Fino a quando non arrivò Silvia.
La conobbi per caso la prima settimana, mentre portavo Paola al parco giochi. Era una giornata calda, piena di bambini, mamme e nonne che, mentre sorvegliavano i piccoli, non mancavano di fare pettegolezzi da occhiata sospetta. Paola voleva salire sullaltalena, ma cera fila.
Mamma! strillò lei a tutto il parco e tutte le donne si voltarono.
Ma quale mamma? Questa ragazzina? Avrà sedici anni! Che vergogna!
Si scatenarono subito le chiacchierone, e Paola faceva chiasso perché voleva laltalena. Non sapevo più come trascinarla via da quella follia.
Che succede qui?
Rabbrividii. Quella voce decisa mi ricordò la nonna. In un istante, le donne si zittirono.
Silvia! Sei arrivata giusta, abbiamo una vicina nuova ma a quanto pare non si fa i fatti suoi.
Silvia, donna giovane ed elegante, prese il figlio in braccio, raccolse la borsa e ci venne incontro.
Che problema cè? domandò, lo sguardo deciso.
La vecchia che gridava più forte si piantò le mani sui fianchi.
Guarda Silvia, questa ragazzina che ha fatto un figlio! Ma è normale? Tu che hai studiato, lo sai bene. E un figlio così chi lo cresce? Meglio darlo in orfanotrofio, tanto qui chi se ne occupa?
Finito? Silvia alzò un sopracciglio.
Avrebbero avuto ancora altro da dire, ma la donna si zittì, borbottò qualcosa e trascinò via sua nipote.
Il teatro è chiuso! Silvia sorrise. Allora, come ti chiami?
Giuliana. Lei è Paolina.
Il mio nome lo sai già. Senza formalità: chiamami Silvia o Silvietta, non sono ancora così vecchia!
Non saprei spiegare come Silvia diventò la mia amica. Forse chi lha deciso ci ha dato un piccolo biglietto della fortuna, senza badare alletà. Presto compresi perché Silvia fosse tanto rispettata quanto temuta: era avvocato e tutti, prima o poi, dovevano rivolgersi a lei. Era bravissima e riservata.
Immagina tutto quello che so di questi qui! rideva mentre mi aiutava a smontare le tende. Ma devi avere tatto, la gente tiene alla facciata. Nessuno si vuol vedere nei panni dello sfruttatore, del figlio ingrato, del marito assente.
Annuii. Era anche per quello che papà aveva accettato di venire in quella casa: per restare lontano da chi sapeva cosa era successo con mamma…
Solo a Silvia, col tempo, raccontai della madre. Avevo imparato a tenermi tutto dentro, come fosse naturale, ma a forza di trattenere i pensieri restano i dubbi e i dolori. E se mia nonna avesse avuto ragione? E se diventassi come lei?
Un giorno Silvia mi chiese di occuparmi del suo gatto.
Ho unudienza lunga e forse passo in ospedale dal medico, non so se torno per lora dei pasti. Ce la fai? Altrimenti quello mi fa delle scenate!
È solo un gatto!
Silvia rise.
Un gatto sì, ma se non gli do da mangiare, mi tiene sveglia la notte a graffiarmi la porta!
Chiudilo in unaltra stanza?
Mi condusse in cucina, dove il gatto Gattaccio dormiva sereno.
Attenta, ti faccio vedere. Uno, due, tre!
Un gran colpo contro la porta mi fece sobbalzare!
Fa così finché non cedo! Silvia prese il gatto in braccio. A volte penso che sia lui il padrone di casa…
Mi mostrò dove stavano le crocchette, poi uscì.
Venni trattenuta a scuola, Paola perse più di mezz’ora allasilo per scegliere una cioccolatina. Carlo mi bloccò per lalgebra. Arrivai da Silvia che erano le otto.
Scusami Gattaccio, dissi, versando il cibo nella ciotola.
Improvvisamente la porta si spalancò. Silvia lasciò la borsa e si afflosciò sulla sedia. Poi, inaspettatamente, pianse.
Scusa, solitamente non piango mai. Ma oggi giornata pesante, e non ho con chi sfogarmi. Non ho più mia madre e sono sola.
E io allora? Cero anche io, vuoi vedere che non conto niente?
Silvia rise tra le lacrime e mi accarezzò i capelli.
Che belle onde! Avrei sempre voluto essere riccia. Sai, le donne vogliono sempre ciò che non hanno. Anche io ho desiderato i ricci… e un figlio.
Si fermò, gli occhi persi.
Ma i ricci adesso te li fai, Silvietta! E riguardo il bambino?
Ero imbarazzata, ma la mia curiosità prevalse. Silvia aveva fatto tanto per me, anche con i miei fratelli.
Lei si asciugò la faccia, tirò fuori una cartelletta trasparente.
Il bambino… è il mio verdetto, Giuliana. Non posso averne. Mai. E la colpa è solo mia. Alcuni errori si pagano cari.
Era rimasta incinta subito, con il marito Marco. Si conoscevano da sempre, amici di famiglia. Tutto naturale, e con il figlio avevano tremila progetti, solo che rimandavano sempre. Una casa più grande, un viaggio in Sicilia. La gravidanza arrivò dimprovviso.
E il viaggio? domandò Marco.
Andiamo! Sei appena allinizio.
Così, dopo aver consultato il dottore, partirono. Ma non avevano previsto il motorino di un ragazzo che li investì. Silvia si risvegliò in ospedale. Aveva perso il bambino. Aveva le ossa rotte e una lunga convalescenza. Il medico consigliò a Marco di starle vicino.
Ma lei piange sempre, non vuole parlare…
I rapporti si incrinarono. Marco ci provava, ma Silvia si era chiusa nel suo dolore. Solo dopo capì che aveva dimenticato che quel bambino era anche di Marco. Allora divorziarono. Lei si riabituò a stare sola. Un anno dopo, per caso, si rividero in tribunale e capirono che linfanzia era lontana, ma la stima era rimasta. Quella sera parlarono a lungo, come veri amici. Così, quando Marco le chiese di risposarlo, Silvia preferì pensarci a lungo.
E ora… come fargli questo? Lui ha sempre desiderato figli.
Ma i medici sono sicuri? sfiorai la cartella con la mano.
Sì… Davvero poche possibilità. Quasi nessuna. Se non succede?
Allora piangerai pure. Ma intanto prova a vivere!
Silvia mi abbracciò.
Quanta saggezza in te, Giuliana! E sei ancora così giovane.
Ho avuto buoni maestri, borbottai, accendendo il bollitore.
Ora tocca a te. Tu non hai mai parlato di tua madre. Dovè? Dai, sincerità per sincerità.




