*In tono confidenziale e caloroso, come se stessi parlando a un amico:*
Allora, senti questa storia Anna ha scoperto per caso il tradimento del marito.
Come spesso succede, le mogli sono le ultime a sapere. Solo dopo Anna capì il significato degli sguardi strani dei colleghi e dei sospiri alle sue spalle. Non era un segreto per nessuno che la sua migliore amica, Sofia, avesse una storia con Riccardo. Ma Anna non sospettava niente.
Tutto le si è rivelato quella notte quando tornò a casa allimprovviso. Anna lavorava da anni come dottoressa in un ospedale. Quel giorno, avrebbe dovuto fare il turno di notte. Ma alla fine del lavoro, la giovane collega Rita le chiese un favore:
“Anna, potresti scambiare il turno con me? Io lavoro per te stasera, e tu lavori per me sabato. Se, ovviamente, non hai altri impegni. Mia sorella si sposa, il matrimonio è sabato.”
Anna accettò. Rita era una ragazza gentile e disponibile. E poi, un matrimonio è una ragione più che valida.
Quella sera, Anna tornò a casa emozionata voleva fare una sorpresa al marito. Ma fu lei a ricevere la sorpresa.
Appena entrò in casa, sentì delle voci provenire dalla camera da letto. Una era quella di Riccardo, laltra la riconobbe subito, ma mai avrebbe immaginato di sentirla in quella situazione. Era la voce della sua migliore amica, Sofia. Quello che sentì non lasciò dubbi sulla natura della loro relazione.
Anna uscì di casa silenziosamente, come era entrata. Passò la notte insonne in ospedale. Come avrebbe fatto ora a guardare in faccia i colleghi? Tutti sapevano, mentre lei era stata accecata dallamore per Riccardo, fidandosi di lui ciecamente. Lui era il senso della sua vita. Per lui, aveva rinunciato al sogno di avere figli. Ogni volta che ne parlava, Riccardo diceva che non era ancora pronto, che dovevano godersi la vita. Ora Anna capiva: lui non voleva figli perché non prendeva sul serio la loro famiglia.
Fu in quella notte senza sonno che Anna prese lunica decisione possibile. La mattina dopo, chiese un congedo e si licenziò, poi tornò a casa e, mentre il marito era al lavoro, raccolse le sue cose e corse alla stazione dei treni. Aveva ereditato dalla nonna una casetta in campagna. E fu lì che andò, convinta che Riccardo non lavrebbe mai cercata in quel posto sperduto.
Alla stazione, comprò una nuova SIM e buttò via la vecchia. Tagliò ogni legame con la sua vita precedente e coraggiosamente si lanciò verso il nuovo.
Il giorno dopo, Anna scese alla stazione del paesino. Lultima volta che era stata lì era dieci anni prima, per il funerale della nonna. Tutto era come allora tranquillo, con poche persone in giro. “Proprio quello di cui avevo bisogno,” pensò.
Chiese un passaggio al paese e poi camminò per altri venti minuti fino alla casa della nonna. Il cortile era così invaso da rovi che Anna fece fatica ad arrivare alla porta.
Ci vollero settimane per mettere in ordine la casa e il giardino. Non ce lavrebbe mai fatta da sola. Ma i vicini la aiutarono molto. Tutti si ricordavano della nonna di Anna, la signora Gloria, che per più di quarantanni aveva insegnato alle elementari del paese. Intere generazioni avevano imparato a leggere e scrivere con lei. E ora, in suo ricordo, molti volevano aiutare Anna.
Anna non si aspettava unaccoglienza così calorosa. Fu profondamente grata a tutti quelli che laiutarono a sistemare la casa e a rifarsi una vita.
La notizia che Anna era una dottoressa si diffuse in fretta per il paese. Un giorno, la vicina Marina arrivò da lei tutta agitata:
“Anna, scusa, oggi non posso aiutarti. La mia figlia più piccola sta male. Deve aver mangiato qualcosa che le ha fatto male, ha mal di pancia da stamattina.”
“Andiamo, la vado a vedere,” disse Anna, prendendo la borsa medica e seguendo Marina.
La piccola Bea aveva unintossicazione alimentare. Anna la curò le mise una flebo e spiegò a Marina come prendersi cura di lei.
“Grazie, Anna,” disse Marina, commossa. “Tu sei una dottoressa. Qui, lambulatorio più vicino è a 60 chilometri. Avevamo un infermiere, ma è andato in pensione un anno fa e non hanno mandato nessuno.”
Da quel momento, gli abitanti del paese iniziarono a rivolgersi a Anna per ogni problema. E lei non poteva rifiutare, dopo che lavevano accolta con tanto affetto.
Quando la notizia della dottoressa arrivò allamministrazione locale, le proposero di lavorare nella clinica della zona.
“No, non lavorerò lì,” disse Anna con fermezza. “Ma se mi affidate un ambulatorio qui nel paese, accetterò volentieri.”
Lamministrazione annuì incredula una dottoressa con la sua esperienza che voleva lavorare in un ambulatorio di campagna? Ma Anna non cambiò idea. E qualche tempo dopo, lambulatorio riaprì, e Anna iniziò a visitare i pazienti.
Una sera, qualcuno bussò alla sua porta. Era già notte. Ma Anna non si stupì delle visite a qualsiasi ora la malattia non guarda lorologio.
Aprì la porta e fece entrare un uomo sconosciuto. Dal suo sguardo, capì subito che cera qualcosa di grave.
“Signora Anna, vengo da Montepulciano, a una quindicina di chilometri da qui. Mia figlia sta molto male. Allinizio pensavo fosse solo un raffreddore. Ma la febbre non scende da tre giorni. Per favore, venga con me, aiuti mia figlia.”
Anna si preparò in fretta, chiedendo alluomo i sintomi della bambina.
Arrivata a casa sua, vide una ragazzina pallidissima sul letto. Respirava con fatica, le labbra erano secche, i capelli arruffati, e le palpebre tremavano leggermente.
Dopo averla visitata, Anna annunciò:
“La situazione è grave. Dobbiamo portarla in ospedale.”
Luomo scosse la testa.
“Siamo solo io e mia figlia. Sua madre è morta dopo il parto. Questa bambina è tutto quello che ho. Non posso perderla.”
“Ma in ospedale potranno curarla meglio. Io qui non ho gli strumenti adatti. Ci servono dei farmaci che non ho.”
“Mi dica cosa serve, io li trovo. Cè una farmacia aperta tutta la notte, posso andare. Ma non ho nessuno con cui lasciare mia figlia.”
Anna vide la paura e la disperazione negli occhi di quelluomo. Solo allora lo osservò meglio. Era alto, magro, con dei bei capelli castani. Aveva gli occhi verde scuro e delle ciglia che avrebbero fatto invidia a qualsiasi donna.
“Rimarrò io con la bambina,” disse Anna. “Come si chiama?”
“Beatrice,” rispose luomo, guardando la figlia con tenerezza. “Io sono Michele. Grazie, dottoressa!”
Anna scrisse la ricetta, e Michele partì per la città a prendere i farmaci.
La febbre di Beatrice non calava, la bambina gemeva nel sonno, piangeva e chiamava il padre. Anna la prese in braccio e, canticchiando una ninna nanna, la cullò finché non si calmò.
Dopo qualche ora, Michele tornò con i farmaci. Anna fece liniezione e, con un sorriso stanco, disse:
“Ora non resta che aspettare.”
Passarono la notte accanto al letto della bambina. Al mattino, la febbre cominciò a scendere, e delle gocce






