Mamma, ti immagini se io riuscissi a entrare all’Università di Bologna? Hanno una facoltà di linguistica che, secondo i forum, i laureati finiscono all’ONU, persino nelle ambasciate
Irene, che stava affettando i cetrioli, mi fissò come se avessi appena proposto di ballare sul tavolo.
Ginevra, ma che stai dicendo? Bologna? sbuffò, tornando al suo insalata. Lì ci sono tutti i cervelloni del mondo. Torna giù con i piedi per terra! Ti sgonfierai e tornerai a strisciare, e comunque un posto in una buona università sarà già occupato.
Ma i miei voti
I voti, i voti. Irene sventò il coltello. Sii contenta che qui ci sia ancora qualcosa da fare. Starai vicino a me, così non dovrai cercare angoli lontani.
Rimasi in silenzio, guardando fuori dalla finestra. La madre, da sempre, non mi ha permesso di sognare. I risultati dellesame di Stato li controllai nella mia stanza, chiudendo la porta a chiave. Novantaquattro in italiano, novantauno in inglese, ottantanove in storia.
Rileggetti i numeri tre volte, incredula. Poi, sdraiata sul cuscino, fissai il soffitto dove una crepa pareva la mappa di un paese sconosciuto. La testa era stranamente vuota e rimbombante al tempo stesso. Ero una delle migliori diplomate del quartiere; con quei voti avrei potuto entrare ovunque.
Ovunque
Quella sera rimasi sveglia fino allalba a scorrere i siti delle università, a leggere i programmi, a confrontare i requisiti di ammissione. Quando i miei occhi si posarono sulla pagina dellUniversità di Bologna, con la facciata storica sullo sfondo e la descrizione del dipartimento di lingue straniere, qualcosa scattò dentro di me, come una serratura che finalmente si apre.
Ecco il mio destino. Ma la mamma non lo accettò.
Nemmeno a pensarci! la sua voce si trasformò in un urlo. Bologna? Vuoi lasciarmi sola qui?
Irene correva per la cucina, aggrappandosi al tavolo o alla sedia.
Mamma, non ti lascio
Ti abbandono! Traditrice! Ti ho cresciuta, ti ho dedicato la vita, e ora
Quel dramma si ripeteva ogni giorno.
Il sonno mi sfuggiva. Occhiaie profonde, appetito sparito. Vagueggiavo per lappartamento come unombra, cercando di non farmi vedere, ma era impossibile: il bilocale era troppo piccolo per nascondersi.
Irene, basta! mi interruppe la zia Marina, sorella minore della mamma, che era venuta nel weekend. La ragazza è brava, lasciala andare a studiare. È il suo futuro!
E il mio futuro? Restare qui da sola?
Hai ventiquattro anni! Hai tutta la vita davanti! Marina esplose. Ginevra non è una tua assistente! Ha una vita sua!
La nonna, anziana e curva, sedeva in un angolo a scuotere la testa.
Irene, lascia andare tua figlia. Dopo ti morderai i gomiti per non averle dato una chance.
Io, però, non ascoltai. Nella mia testa maturò un piano. Qualche giorno dopo Ginevra rovistò in tutti i cassetti, svuotò armadi e scrivanie. Passaporto, certificato di nascita, diploma spariti.
Mamma! Dove sono i miei documenti?
Irene era davanti al televisore, con laria di chi ha vinto una partita.
Lì dove non puoi prenderli. E non firmerò nulla, capito? Hai diciassette anni, senza il mio permesso non vai da nessuna parte.
Ginevra si sedette, il pensiero fisso: le ammissioni chiudono tra una settimana e non ho né documenti né firma.
Chiamò luniversità: una voce gentile spiegò che per i minori è necessario il consenso di chi ha la tutela legale, senza eccezioni.
Chiamò un avvocato: confermò che fino ai diciotto anni la madre può decidere tutto per la figlia.
La zia Marina tornò due volte, provando a convincere Irene, ma invano. Irene teneva suo figlio in braccio come se la sua vita dipendesse da quello.
Tre giorni prima della scadenza, Ginevra si arrese. Andò con la mamma allUniversità locale, un edificio cinereo ai margini della città, con intonaco screpolato come formaggio vecchio e uninsegna con lettere piegate.
Nella segreteria cera polvere e disperazione. Una donna accettò i fogli senza guardare negli occhi, borbottando sul calendario.
Ginevra uscì sulla soglia e rimase a fissare lasfalto grigio. Dentro nulla, tutto bruciato.
Vedi, è meglio così! esultò la madre. Starai vicino a me. Non serve andare lontano. Ti avevo detto di non fare la spiritosa.
I primi mesi di studi furono una tortura gentile. I professori leggevano dispense di ventanni fa, gli studenti erano incollati al telefono, e il bagno al primo piano aveva una serratura rotta da cinque anni, a quanto pare.
Ginevra andava a lezione a fatica, poi iniziò a saltarle.
Dove sparisci? le chiese la compagna di corso, lunica con cui scambiava qualche parola, incontrandola nel corridoio.
In biblioteca.
La biblioteca comunale divenne il suo rifugio. Lì, tra libri di grammatica, fonetica e cultura, studiava per ore. Per cosa? Nemmeno a sé stessa lo sapeva.
Il suo diciottesimo compleanno cadde su un martedì di novembre grigio. La mamma preparò una torta, invitò la vicina. Ginevra soffrì il suo turno, spense le candeline, mangiò un pezzo e ritirò in camera.
Il giorno dopo si diresse alla segreteria.
Richiesta di ritiro volontario, pose il foglio sul tavolo.
La segretaria alzò un sopracciglio, ma non disse nulla. Aveva visto di peggio.
A casa Ginevra estrasse dal nascondiglio dietro larmadio i documenti che la mamma le aveva restituito subito dopo liscrizione: passaporto, diploma, certificato di nascita, tutti intatti.
Dove vai? sbottò la voce di Irene.
Ginevra si girò. Irene era immobile sulla soglia.
Parto. Per Bologna.
Cosa? Di nuovo per i tuoi sogni? Ti proibisco!
Ho diciotto anni. Non hai più il diritto di decidere per me!
Irene arrossì di rabbia.
Sei ingrata! Dopo tutto quello che ho fatto per te
Ti chiamerò quando troverò lavoro, Ginevra chiuse la zip della borsa.
Uscì dallappartamento, lasciandosi alle spalle la sua prigione.
Zia Marina la aspettava alla stazione degli autobus.
Prendi, le porse una busta. Lho tenuta per te. Ti servirà allinizio.
Ginevra provò a replicare, ma la zia alzò la mano.
Taci. Te lo meriti. La abbracciò forte, finché non sentì un fruscio. Non arrenderti, capito? Qualunque cosa accada, non mollare.
Lautobus per Bologna partì alle sei del mattino. Ginevra guardò i palazzi di quattro piani del suo paesino dissolversi nella nebbia mattutina. Non piangeva. Non cerano lacrime, solo una strana vibrazione, come se per la prima volta respirasse a pieni polmoni.
La stanza nella casa popolare era minuscola: letto, scrivania, sedia. Trovo lavoro in tre giorni: cameriera in una trattoria. Turni di dodici ore, le gambe bruciavano a sera, lodore di cipolla bruciata sembrava impresso nei capelli, ma lo stipendio bastava per lalloggio, il cibo e, soprattutto, i libri.
Un anno trascorse in un ritmo frenetico. Mattina: dormire fino allultimo minuto. Pomeriggio: lavoro. Notte: appunti, test, ascolti. Vivevo quasi in fame, a modo letterale: pranzo con gli avanzi della cucina, cena con tè e pane. Persi sei chili. Una volta quasi svenni in sala, il capo mi mandò a casa a mangiare bene.
Ma Ginevra continuava. Il sogno la spingeva. Lestate presentò i documenti alluniversità di Bologna, allo stesso dipartimento. Il punteggio richiesto era alto, ma i suoi risultati erano ancora più alti.
Le graduatorie furono pubblicate ad agosto. Ginevra si fermò davanti al pannello, cercando il suo cognome. Lo trovò.
Borsa di studio.
Si sedette sui gradini dellantico edificio, con soffitti a volta e vetrate colorate. Persone passavano, qualcuna la guardava, ma a lei non importava.
Ce laveva fatta
Cinque anni volarono come un solo giorno lungo. Non tornò più in città natale. Ignorò le richieste della madre di passare Natale o il compleanno.
Irene chiamava sempre meno. Le conversazioni iniziavano con lamentele e finivano con accuse. Ginevra annuiva, rispondeva: «Sì, capisco, ciao, mamma».
E tornava alla sua vita.
Il giorno in cui ricevette la laurea a giugno, uscì dalluniversità stringendo il diploma, si fermò al molo.
Unofferta di lavoro era già nella posta: una multinazionale, reparto traduzioni, salario che non aveva mai osato sognare.
Il telefono vibrò. La mamma
Ginevra, quando torni? Ho
Mamma, interruppe con dolce fermezza. Ho appena ricevuto la laurea. Ho un lavoro a Bologna. Non tornerò.
Un silenzio, poi un singhiozzo.
Mi hai abbandonata! Lo sapevo! Ingrata
Ciao, mamma. Ti richiamerò tra qualche mese.
Premette fine alla chiamata e guardò lacqua grigia, con i riflessi di luce. In lontananza un transatlantico emetteva il suo fischio.
Ginevra sorrise, in silenzio, a sé stessa. Non si era lasciata spezzare. Aveva raggiunto il suo traguardo.






