Sconosciuti nella Nostra Casa: Quando Katia e Massimo Tornano dal Viaggio e Trovano i Parenti di Lid…

Francesca fu la prima ad aprire la porta e si bloccò sulla soglia. Dallappartamento arrivavano il rumore della televisione accesa, voci sconosciute in cucina e un odore estraneo. Dietro di lei, Riccardo quasi lasciò cadere la valigia per la sorpresa.

Piano, sussurrò la donna, stendendo un braccio. Cè qualcuno dentro.

Sul loro amato divano beige erano sdraiati due sconosciuti. Un uomo in tuta maneggiava il telecomando, accanto a lui una donna robusta lavorava a maglia. Sul tavolino, tazze, piattini pieni di briciole e delle scatole di medicinali.

Scusate voi chi siete? la voce di Francesca tremava.

I due si voltarono senza il minimo imbarazzo.

Ah, siete tornati, la donna non si prese nemmeno la briga di posare il lavoro a maglia. Siamo parenti di Teresa. Ci ha dato le chiavi, ha detto che i proprietari non cerano.

Riccardo impallidì.

Quale Teresa?

Vostra madre, finalmente luomo si alzò. Siamo di Salerno, siamo venuti a Milano per delle visite per Luigi. Ci ha fatto stare qui, ha detto che a voi non dispiaceva.

Francesca attraversò lentamente il corridoio e arrivò in cucina. Davanti ai fornelli cera un ragazzo di quindici anni che friggeva delle salsicce. Il frigorifero era pieno di roba non loro. Il tavolo era carico di piatti sporchi.

E tu chi sei? mormorò lei.

Luigi, rispose il ragazzo voltandosi. Non si può mangiare? La nonna Teresa ha detto che si poteva.

Tornò nellingresso, dove Riccardo già cercava il telefono.

Mamma, ma che stai combinando? la sua voce era bassa ma tagliente.

Dalla cornetta arrivò lallegria della suocera:

Riccardino, tornati? Tutto bene in vacanza? Senti, ho dato le chiavi a Rosa, sono venuti a Milano, Luigi doveva fare delle visite dai medici. Tanto voi non ceravate, la casa vuota, perché lasciarla ferma! Stanno solo una settimana.

Mamma, ci hai chiesto almeno?

E cosa dovevo chiedere? Non ci siete stati. Basta che spieghi loro che la casa è sotto la mia responsabilità, che puliscano tutto dopo.

Francesca prese il telefono:

Signora Teresa, ma è seria? Ha fatto entrare sconosciuti a casa nostra?

Ma quali sconosciuti? È mia cugina Rosa! Da bambine dormivamo nello stesso letto.

Ma io che centro, scusi? Questa è casa nostra!

Franceschina, ma che ti scaldi? Sono parenti. Non ti preoccupare, sono persone tranquille, non romperanno niente. Hanno un figlio malato, hanno bisogno daiuto. O sei proprio tirchia?

Il marito riprese il telefono:

Mamma, tra unora vieni e li porti tutti via.

Riccardo, devono restare fino a giovedì! Luigi ha ancora esami e visite. Avrebbero preso l’albergo, ma così risparmiano soldi.

Mamma, unora. Se non vieni, chiamo i carabinieri.

Chiuse la chiamata. Francesca si lasciò cadere sulla poltrona allingresso e si coprì il viso con le mani. Le valigie ancora intatte, la televisione che chiacchierava in salotto, il profumo di salsicce in cucina. Due ore prima, in aereo, avevano sognato il ritorno a casa. E ora si ritrovava nella propria casa come unestranea.

Ce ne andiamo, la donna comparve nel corridoio, imbarazzata. Teresa pensava che non vi dispiacesse, se avessimo avuto il vostro numero avremmo chiesto. Ha suggerito lei, abbiamo accettato. Pensavamo di stare una settimana, fare gli esami

Riccardo era alla finestra, con le spalle tese. Francesca sapeva bene quel silenzio: tratteneva la rabbia contro la madre, senza sapere come sfogarla.

E il nostro gatto? si ricordò di colpo.

Quale gatto?

Leo. Rosso. Abbiamo lasciato le chiavi solo per lui.

Non so, Rosa alzò le spalle. Noi non labbiamo visto.

Francesca corse in camera. Il gatto era sotto il letto, rintanato nellangolo più buio. Occhi enormi, pelo irto. Quando cercò di prenderlo, lui soffiò seccato.

Leo, tesoro, si sdraiò sul pavimento. Sono io. Va tutto bene.

Leo la fissava, diffidente. In quella stanza odorava tutto di diverso. Sul suo comodino medicine sconosciute. Il letto rifatto male. A terra pantofole non sue.

Riccardo si sedette accanto:

Scusami.

Per cosa? Non potevi saperlo.

Per mia madre. Perché è fatta così.

Lei pensa di avere sempre ragione.

Si è sempre comportata così, sbottò Riccardo. Ricordi appena ci eravamo trasferiti? Veniva senza avvisare. Credevo di averle parlato chiaro. Evidentemente no.

Dallingresso arrivarono le voci. Era arrivata la suocera. Francesca si sistemò i capelli e uscì.

Teresa, stizzita, stava togliendosi la giacca:

Riccardo, ma sei impazzito?

Siediti, mamma, il marito indicò la cucina.

Ma cosa sedersi! Rosa, Carlo, raccogliete un attimo, ci tocca andare via. Andiamo a casa mia.

Mamma, siediti, ho detto.

Teresa si accorse finalmente della faccia del figlio e si zittì. Si sedettero tutti insieme in cucina, mentre Luigi finiva le salsicce.

Mamma, Riccardo si mise davanti a lei. Spiegami come hai pensato che fosse normale dare le chiavi senza chiederci niente?

Volevo solo aiutare! Rosa mi ha chiamata, piangeva, Luigi stava male, loro venivano a Milano, non avevano dove stare. Ho pensato: tanto la casa è vuota

Mamma, questa non è casa tua.

Ma come non è mia? Ho le chiavi!

Le chiavi per dar da mangiare al gatto. Non per farci stare altra gente.

Riccardo, ma di cosa vai parlando? Siamo famiglia! Rosa è mia sorella, Carlo lavora onestamente, Luigi è malato, va aiutato. E tu li lasci per strada?

Francesca si versò un bicchiere dacqua. Le mani tremavano.

Signora Teresa, non ci ha chiesto nemmeno.

E perché? Non ceravate!

Proprio per quello doveva chiederci, Riccardo alzò la voce. Abbiamo i cellulari, potevi chiamare o scrivere. Avremmo deciso in qualche modo.

E cosa avreste deciso? Li avreste mandati via?

Forse sì, o magari sì per due, tre giorni, ma con delle condizioni. Almeno lo sapevamo. Questo si chiama rispetto.

Teresa si alzò:

Sempre così, io faccio tutto per voi e poi Rosa, Carlo, basta, raccogliete tutto e andiamo via.

Mamma, hai un buco, non centrerete in quattro.

Centriamo lo stesso. Almeno saremo lontani da chi non è riconoscente.

Francesca posò il bicchiere sul tavolo:

Signora Teresa, si fermi. Lei sa che non è stato giusto. Altrimenti ci avrebbe avvertiti.

La suocera si bloccò.

Sapeva che non avremmo accettato. Ha preferito metterci di fronte al fatto compiuto. Pensava: torniamo e ormai ci sono loro, dove potevamo mandarli? Avremmo sopportato. Giusto?

Pensavo di fare del bene.

No. Ha fatto solo come diceva lei. Sono cose diverse.

Teresa, per la prima volta, parve davvero persa.

Ma Rosa piangeva. Luigi aveva dolori, mi è venuta compassione.

Ed è normale, disse Riccardo. Però non potevi disporre di ciò che non è tuo. Pensa se io, stando via tu, fossi entrato in casa tua e avessi fatto dormire lì i miei amici. Senza avvisare. Come ti sentiresti?

Mi arrabbierei.

Appunto.

Calarono in silenzio. Dalla sala si sentivano i rumori dei preparativi. Rosa piangeva piano, Carlo metteva le cose nelle borse. Luigi si fermò sulla soglia della cucina, lo sguardo basso.

Scusatemi, balbettò. Pensavo che si potesse. La nonna me lha detto.

Francesca lo guardò. Un ragazzino normale, spaventato e triste. Non era colpa sua se i grandi non sanno mettersi daccordo.

Non è colpa tua, disse lei piano. Vai ad aiutare i tuoi.

Teresa si asciugò gli occhi con un fazzoletto:

Credevo di fare bene, davvero. Non mi è nemmeno venuto in mente di chiedere. Per me siete sempre i miei figli, faccio tutto per voi, pensavo anche voi

Non siamo più bambini, mamma. Abbiamo trentanni. La nostra vita.

Ho capito, la suocera si alzò. Vuoi le chiavi?

Sì, annuì Francesca. Ci dispiace, ma la fiducia ormai

Capisco.

La famiglia di Rosa raccolse tutto in fretta. Si scusarono a lungo prima di uscire. Teresa li portò da sé, giurando che si sarebbero arrangiati. Riccardo chiuse la porta e rimase poggiato, esausto.

Girando per la casa, sentivano ovunque linvasione: il letto da rifare, il frigo da sistemare, oggetti fuori posto, piatti accumulati. Leo era ancora sotto il letto, ostinato.

Secondo te ha capito almeno? chiese Francesca aprendo la finestra.

Non lo so. Vorrei sperarlo.

E se non serve?

Sarò più duro. Non permetterò mai più questa mancanza di rispetto.

Francesca abbracciò il marito. Restarono lì, al centro del disordine lasciato in casa, in silenzio.

Sai cosa mi dispiace più di tutto? Francesca si staccò. Il gatto. Abbiamo lasciato le chiavi solo per lui. E lui è rimasto affamato, spaventato, mentre qui succedeva tutto questo.

Chissà se gli hanno dato da mangiare.

Dalla ciotola vuota e lacqua sporca, direi di no. Se ne sono completamente scordati.

Riccardo si infila sotto il letto:

Leo, scusaci amico. Mai più chiavi a mamma.

Il gatto sporse lentamente la testa, poi uscì e si lasciò accarezzare. Francesca gli preparò da mangiare: divorò tutto come se non avesse visto cibo per una settimana.

Cominciarono a sistemare casa: via gli avanzi dal frigo, cambiarono le lenzuola, lavarono i piatti. Leo, sazio, si acciambellò sul davanzale a dormire. La casa lentamente tornava ad essere la loro.

La sera telefonò Teresa. La voce bassa e mortificata:

Riccardo, ci ho pensato bene. Avevi ragione tu. Scusami.

Grazie, mamma.

Francesca ancora è arrabbiata con me?

Il marito guardò la moglie, lei fece cenno di sì:

Sì, lo è. Ma passerà. Con il tempo.

Dopo la chiamata restarono a lungo seduti in cucina, in silenzio, con il tè davanti. Fuori scendeva la sera. Lappartamento era finalmente pulito, silenzioso, di nuovo loro. La vacanza era finita di colpo, e in modo amaro.

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