Scoprendo che il bambino era nato con disabilità, la madre undici anni fa scrisse “rinuncia”. Questo documento Sancho lo vide di persona quando portò i fascicoli all’ambulatorio.

15 dicembre 2025

Oggi ho riletto nella cartella medica di un bambino che, undici anni fa, la madre aveva scritto una dichiarazione di rinuncia. Il documento lo avevo visto io stesso quando portavo dei fascicoli al pronto soccorso. Linfermiera mi aveva dato gli uffici e, appena suonò il telefono, scappò via facendo cenno di tornare al reparto, dicendo: «Vai pure da solo». Non immaginò che, sfogliando il fascicolo, avrei scoperto la dichiarazione della madre.

Nel nostro orfanotrofio tutti i piccoli attendono i genitori, ma io, Sanzo Ivers, ho smesso di aspettare. Ho smesso anche di piangere. Il mio cuore si è rivestito di una corazza dacciaio che mi ha protetto da insulti, solitudine e rifiuti.

Anche qui le tradizioni rimangono. Alla vigilia di Capodanno, tutti gli ospiti scrivono lettere a Babbo Natale. Il direttore le consegna ai benefattori, che cercano di realizzare i desideri dei bambini. Alcune lettere arrivano persino alle squadre di aviazione. Quasi sempre i piccoli chiedono un unico miracolo: ritrovare papà e mamma. Chi legge queste missive si gratta la testa cercando il regalo giusto.

Un giorno il maggiore ingegnere aeronautico, colonnello Riccardo Bianchi, ricevette una di quelle lettere. La ripose in tasca e decise di leggerla a casa, con la moglie e la figlia, per capire cosa comprare al ragazzo.

Quella sera, a tavola, aprì la busta e la lesse ad alta voce: «Cari adulti, se potete, regalatemi un portatile. Non ho bisogno di giocattoli o vestiti, qui abbiamo già tutto. Con Internet potrò trovare amici e, forse, anche persone care». In fondo cera la firma: «Sanzo Ivers, 11 anni».

«Che ingegnere!», esclamò la moglie. «Davvero, con il web può trovare chiunque». La figlia, Ginevra, però, si fece seria, riprese la lettera e, con le labbra tremanti, disse: «Papà, lui non spera davvero di ritrovare i genitori. Non li cerca perché non esistono. Per lui il portatile è una via duscita dalla solitudine. Legge: trovare amici o persone care. Anche gli sconosciuti possono diventare una famiglia. Prendiamo tutti i soldi dal salvadanaio, compriamo il portatile e lo portiamo a quel bambino».

Il Capodanno nellorfanotrofio proseguì: spettacoli, Babbo Natale e la Befana che accendevano lalbero, i volontari distribuivano doni, alcune famiglie adottavano i piccoli per le vacanze. Io, come al solito, non aspettavo nulla. Avevo labitudine di vedere solo le ragazze più belle ricevere attenzioni; i ragazzi venivano quasi ignorati.

Quella sera, però, tra gli ospiti notai un pilota in uniforme. Il mio cuore, per un attimo, tremò, poi mi voltai e tirai su un sospiro. Ricevetti una busta di caramelle e, zoppicando, mi avviai verso luscita.

«Sandro!», udii chiamare il mio nome e mi voltai. Dietro di me cera il pilota. Restai immobile per lo shock, senza sapere cosa fare.

«Ciao, Sandro!», disse luomo. «Abbiamo letto la tua lettera e vogliamo farti un regalo. Ma prima conosciamoci. Io sono il colonnello Andrea Mancini, ma puoi chiamarmi zio Andrea».

«Io sono la zia Natalina», aggiunse una donna elegante accanto a lui.

«Io sono Ginevra», sorrise una bambina. «Abbiamo la stessa età».

«Io sono Sandro Obbrus», risposi, cercando di sembrare più grande.

La ragazza voleva chiedermi qualcosa, ma luomo mi porse una scatola: «È per te. Andiamo in una stanza dove ti mostriamo come usare il portatile». Entrammo in una sala vuota dove di sera i ragazzi facevano i compiti. Ginevra mi mostrò come accendere e spegnere, come entrare nel sistema, come navigare, e mi registrò su Vero. Luomo restava accanto, intervenendo solo quando necessario. Sentivo il suo calore, la sua forza e la sua protezione. La bambina chiacchierava come un pappagallo, ma notai che non era una piagnistea: era brava con il computer, praticava sport, e aveva unenergia contagiosa. Prima di uscire, la donna mi abbracciò; il profumo delicato dei suoi fiori da campo mi solleticò il naso e gli occhi. Rimasi immobile un attimo, poi ripresi fiato e, senza voltarmi, corsi lungo il corridoio.

«Torneremo sicuramente!», gridò Ginevra.

Da quel giorno la mia vita cambiò radicalmente. Non mi offendevo più per i soprannomi, non mi curavo delle chiacchiere degli altri. Su Internet trovai tantissime informazioni utili. Da sempre mi affascinavano gli aerei; scoprii che il primo grande aereo da trasporto militare italiano era il C130J Hercules, progettato da Lockheed ma usato dalla nostra Aeronautica, e che lAermacchi MB339 è una sua variante sportiva.

Nel fine settimana zio Andrea e Ginevra venivano a trovarmi. Andavamo al circo, giocavamo alle macchine arcade, mangiavamo gelato. Io ero sempre timido, mi rifiutavo di accettare i regali perché mi sentivo a disagio a farli pagare a loro.

Un mattino, il direttore mi convocò nel suo ufficio. Lì cera la zia Natalina; il cuore mi balzò in gola, un nodo si fece più stretto.

«Sandro», disse il direttore, «Natalina vuole concederti due giorni di permesso con lei. Se accetti, ti lascio andare». Poi aggiunse: «Oggi è la Giornata dellAria. Zio Andrea organizza una grande festa in aviazione. Vieni con noi?». Annuii, senza riuscire a parlare.

«Bene», disse la donna firmando il modulo. Uscimmo mano nella mano.

La prima tappa fu un grande magazzino di moda a Milano; comprammo jeans e camicia. Guardando le mie scarpe consumate, Natalina mi condusse al reparto calzature. Le mie misure erano discordanti, così mi promise: «Dopo la festa andremo in una clinica ortopedica e ti farò fare scarpe su misura, con suola speciale, così non zoppicherai più, e nessuno noterà nulla».

Poi passammo dal parrucchiere e tornammo a casa per prendere Ginevra. Fu la prima volta che varcai la soglia di una casa non dellorfanotrofio. Mai avevo visto un vero salotto, un profumo di famiglia, di calore. Mi sedetti sul bordo del divano, guardai intorno e vidi un enorme acquario con pesci colorati, cosa vista sempre solo in televisione.

«Sono pronta», disse Ginevra. «Andiamo, la mamma ci aspetta». Scendemmo in ascensore, uscimmo verso la macchina. Un ragazzino vicino al parco giochi ci vide e, spaventato, gridò: «Luci! Luminari!». Ginevra lo fermò, e il ragazzo cadde nella sabbia, ridendo: «Stavo scherzando».

Laeroporto di Fiumicino era dipinto di colori vivaci. Zio Andrea ci accolse e ci mostrò il suo aereo, una gigantesca macchina argentata. Il mio cuore si gonfiò di gioia davanti a quel volo. Ci fu anche uno spettacolo aereo; la gente alzava le braccia, gridava felice. Quando laereo di zio Andrea apparve, Ginevra agitò le braccia e gridò: «Papà vola! Papà!». Anchio, goffamente, esultai: «Papà! Ecco papà che vola!». Notai Ginevra guardare la madre, che asciugava gli occhi.

Dopo cena, Andrea si avvicinò e mi prese la spalla. «Sai», disse, «crediamo che tutti debbano vivere in famiglia. Solo nella famiglia si impara ad amare davvero, a prendersi cura luno dellaltro, a difendersi e a sentirsi amati. Vuoi far parte della nostra famiglia?».

Un nodo stretto mi bloccò la gola; mi avvicinai a lui e sussurrai: «Papà, ti ho sempre cercato così a lungo».

Un mese dopo, salutai lorfanotrofio. Scesi con orgoglio dal portico, tenendo la mano di zio Andrea, quasi senza zoppicare, e guardai indietro verso i ragazzi e gli educatori.

«Adesso oltrepassiamo quella soglia, dove inizia una nuova vita», disse papà. «Dimentica le cose brutte qui, ma ricorda le persone che ti hanno aiutato a sopravvivere. Sii sempre grato a chi ti ha teso la mano».

Questa esperienza mi ha insegnato che lamore vero può nascere dove meno te lo aspetti, e che una mano tesa può trasformare una vita spezzata in un cammino di speranza.

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