Scopri da sola la verità

Pensaci da sola
– Marco, la macchina si è fermata. Proprio in via della Libertà. Il telefono è quasi scarico, chiamo da un numero sconosciuto.

Teneva il ricevitore tra le mani guantate, sottili guanti di pelle che ormai non si piegavano bene dal freddo. Il vento di tramontana spargeva neve lungo il marciapiede, impastando le vetrine, accecava gli occhi. Caterina attendeva sotto un portone sconosciuto, vicino a un centro estetico; la titolare era uscita a fumare, vide quella donna elegante col viso spaesato e, senza proferir parola, le porse il telefono.

– Marco, mi senti?

– Sento. – La voce del marito era piatta, come se stesse dettando un appunto alla segretaria: senza slancio, senza impegno. – Sono in riunione.

– Capisco ma ho bisogno. Un carro attrezzi, o almeno dimmi a chi chiamare. Il mio telefono è morto, non trovo nessun numero.

Pausa. Breve. Forse tre secondi, ma bastavano per immaginare Marco che guardava di lato, che si stringeva nelle spalle, che mentalmente elencava i motivi per chiudere in fretta.

– Caterina, non posso adesso. Cavartela da sola. Sei adulta.

Tuuut.

Ancora un istante tenne la cornetta allorecchio, poi la abbassò. La proprietaria del centro estetico le restò vicina, fintamente distratta a fissare la nevicata. Una donnina di cinquantanni, in camice azzurro sopra il maglione, la sigaretta mai accesa tra le dita.

– Grazie, – mormorò Caterina, restituendo il telefono.

– Sei riuscita a parlare?

– Sì.

Fece qualche passo sul marciapiede. Subito il gelo si infilò sotto il colletto, tra le maniche, nello spazio tra sciarpa e orecchio. Il cappotto era buono, cucito a Bologna, spesso, con fodera antivento, ma la tormenta non si curava del cashmere. Sussultò. Lauto era poco distante, blindata. Niente carro attrezzi. Telefono spento. Tornare a casa a piedi – quaranta minuti, e solo col bel tempo. La fermata dellautobus era dietro langolo.

Vi si avviò.

Dentro qualcosa si era contratto e ammutolito. Non rabbia, non risentimento. Era la consapevolezza, antica, nitida, che non cera nessuno su cui contare. Quel sentimento lo conosceva. Era cresciuto col tempo, come il calcare nella moka: invisibile, strato dopo strato, fino a quando un giorno ti accorgi che il sapore non è più lo stesso.

Nove anni insieme. I primi due, unaltra vita; poi la carriera di Marco, i progetti, i viaggi. Poi labitudine al silenzio a cena. Poi nemmeno più la cena, solo panini afferrati davanti al frigo ognuno per conto suo. Caterina lavorava da sé, in un piccolo studio di architettura, disegnava piani di ristrutturazione e ogni tanto seguiva i cantieri. I suoi soldi ce li aveva. Marco lo vantava: Mia moglie è indipendente, diceva. Indipendente: Cavartela da sola.

La pensilina offriva riparo minimo. Caterina si mise in un angolo, lontano dalle raffiche. Cera poca gente: due studenti con la tracolla, un vecchio col tabarro e una donna con una borsa della spesa troppo piena.

Fissava la strada. La neve volava orizzontale. Il lampione oscillava, la luce tremolava sul selciato. Dietro il muro di neve il rombo delle auto.

Ed è proprio allora che la vide.

Prima il cappotto e poi la donna. Perché il cappotto lo ricordava a memoria: lunghezza a metà polpaccio, linea leggermente svasata, collo alto con tre bottoni in legno scuro. Era un tipo di pelliccia speciale, Caterina non aveva mai imparato come si chiamava. Marrone rossiccia, fitta, leggera quasi come seta viva. Era stata confezionata su misura da una piccola sartoria artigiana di Firenze, mai venduta in negozio.

Un regalo di Marco, un anno e mezzo prima.

Fu una serata strana. Litigarono duramente poco prima, urla, porte sbattute, parole che poi non si cancellano più. Credeva fosse finita. E invece lui arrivò con una scatola, legata da un nastro bordeaux. Non sapeva far regali col sorriso, Marco; stava in disparte, guardava fuori mentre Caterina scartava. Ma quella pelliccia era splendida. Vera, fatta con cura, destinata proprio a lei. Quando lindossò, sentì sciogliersi qualcosa. Allora si ricorda pensò. Non tutto è perduto. Che ci fosse ancora tenerezza sotto la corazza dindifferenza.

La pelliccia sparì sei mesi dopo. Dalla macchina, parcheggiata al centro commerciale. Bastò distrarsi dieci minuti. Tornò: niente vetri rotti, niente forzature, solo la portiera socchiusa. Sparita la borsa, dentro portafoglio, documenti, il vecchio telefono e la pelliccia, lasciata lì perché nei negozi cera troppo caldo.

Marco aveva detto solo: Bisogna stare più attenti alle proprie cose.

Adesso, quella pelliccia era davanti a lei, alla fermata, nella neve di gennaio.

Su una donna che Caterina non aveva mai visto.

Giovane, ventotto anni al massimo, minuta e robusta. Viso semplice, senza trucco o quasi, arrossato dal freddo. Capelli raccolti sotto un berretto di lana bianco a righe blu. Guanti sintetici, scarpe di pelle logorate. E sulle spalle, chissà come, proprio la sua pelliccia.

Caterina guardava, incredula. Forse si sbagliava, si disse; ma poi scorse i tre bottoni di legno, e il terzo, appena più chiaro degli altri. Riparato un anno prima, il falegname laveva sostituito con un pezzo di noce, differenza forse di cinque tonalità. Lo osservava ogni mattina, indossando la pelliccia.

Proprio lui, il terzo bottone.

– Da dove viene quel cappotto? – chiese, senza poterne fare a meno.

La donna si voltò, stupita, calma.

– Scusi?

– Il cappotto. Voglio sapere da dove viene.

– È mio.

– No, – replicò Caterina, la voce più ferma di quel che pensasse. – È il mio. Rubato un anno fa. Vorrei sapere come è finito con lei.

Sera fatta silenzio tra loro. Il vecchio col tabarro si scostò, gli studenti distolsero lo sguardo.

– Si sbaglia, – rispose la donna con tono pacato. – Lho comprato.

– Dove?

– Al mercato. Un rigattiere.

– Quale mercato?

– Al Mercato Nuovo.

– Non le è sembrato strano che una pelliccia così lussuosa si trovasse lì, a due soldi?

Un lampo attraversò il volto della donna. Più che paura, la volontà di controllarsi.

– Ho pagato quanto mi hanno chiesto. Era un acquisto onesto.

– Onesto, ma di refurtiva, – precisò Caterina.

Si fissarono. Il vento si insinuò sotto la tettoia. La donna stringeva un sacchetto della spesa, ne spuntava un berrettino da bambino, a pon pon.

– Ha dei figli? – chiese Caterina.

– Sì.

– Quanti anni?

– Cinque. È allasilo. – Una pausa. – Per favore, non restiamo qui al freddo. Vede quel bar? Andiamo dentro, parliamo con calma. Se vuole chiamare i carabinieri, lo può fare lì.

Caterina guardò il nome sulla vetrina: Bar del Sorriso. Quello che le mancava, proprio così.

Entrarono.

Era piccolo, otto tavolini, panche di legno, vasi di gerani sul davanzale, profumo di cannella e pasta frolla. Un vecchio mangiadischi sussurrava una canzone lenta. Pochi clienti: una coppia anziana, un uomo col computer.

Scelsero il posto vicino alla finestra. Fuori, solo un muro bianco e qualche luce.

La donna tolse il berretto. Capelli scuri, leggermente mossi, legati dietro. Le guance ancora accese dal gelo. Le mani consunte, dita segnate e screpolate, mani di chi lavora sul serio.

Arrivò la cameriera. Caterina ordinò un caffè. La donna un tè, poi aggiunse:

– E un biscotto, se ne ha.

Rimasero in silenzio finché arrivò lordine. Poi Caterina domandò:

– Come si chiama?

– Lucia.

– Io Caterina. – Un attimo. – Mi racconti del mercato.

Lucia abbracciò la tazza, riscaldandosi le mani.

– Sono arrivata in città a settembre. Cercavo lavoro, una stanza. Avevo pochi risparmi. – Parlava calma, senza pietismo o lamento. – Ho trovato in ospedale, servizio ai piani. Una camera piccola, ma accogliente; la padrona brava. Ho iscritto mio figlio Matteo allasilo, non subito ma ce lho fatta.

– Matteo è il suo bimbo?

– Sì.

– E il papà?

Lucia incrociò lo sguardo:

– Siamo separati. – Secco. Non voleva dire altro.

Caterina annuì senza insistere.

– Il cappotto.

– Novembre. Passavo dal Mercato Nuovo. Lì si trova di tutto, oggetti nuovi e usati. Io tiravo dritto, di solito; ma ho visto il cappotto: pendeva da un gancio tra mille vestiti. Lho toccato: pelo vero, subito si sente. – Tacque. – Ho chiesto il prezzo. Mi han detto centocinquanta euro. Ho capito che non era il suo prezzo. Una pelliccia così non vale centocinquanta euro. Però non ho chiesto altro, non valeva la pena fare troppo domande.

– Lo sapeva ed è stata al gioco.

– Sì. – Lucia la fissò. – Lo capisco, visto dal suo punto di vista; ma non avevo nulla contro il freddo. Solo una giacca di mezza stagione, basta. Qui linverno è duro. Mio figlio fuori, e io coi turni di notte: troppo freddo. Quando ho visto quella pelliccia a quel prezzo…

– Lha presa.

– Lho presa. – Una pausa. – Dopo, un po mi sono pentita. Ma allinizio ero solo felice di non gelare.

Caterina sorseggiava il caffè. Era corposo, ben fatto. Guardava Lucia.

Qualcosa le impediva di essere dura come prima. Decideva di sentire prima di giudicare.

– Lavora allospedale, dice?

– Sì. Reparto chirurgia del Maggiore. Da ottobre. Allinizio pensavo fosse provvisorio, mentre cercavo di meglio. Ma il gruppo è buono. E Matteo va allasilo lì vicino. So quando entro e quando esco.

– I turni?

– Spesso anche di notte. Matteo resta dalla signora Angela, una vicina anziana. Lui si è affezionato.

Caterina ascoltava. Quella storia non era speciale. Una donna sola con bambino, città di provincia, lavoro pesante. Eppure, nella semplicità senza vittimismo con cui Lucia raccontava, sentiva qualcosa di vero.

– Da dove viene lei?

– Correggio, vicino Modena. Piccolo paese, poche fabbriche, un ospedale. – Bevve un sorso. – Lì ho sempre vissuto, anche Matteo.

– Perché è andata via?

Uno sguardo dritto, senza fronzoli.

– Non si poteva più restare.

Caterina non chiese altro. Laveva intuito. Il mestiere di architetta le aveva insegnato a leggere gli spazi vuoti, capire ciò che non viene detto.

– Matteo vede il padre?

– Sì, destate. – Una pausa. – Lì ha visto troppe cose in un anno. Non adatte a un bambino. Non volevo crescesse pensando che la violenza sia normale.

Stop. Dopo Lucia non aggiunse altro, Caterina non forzò.

Rimase in silenzio. Fuori la tormenta continuava, il bordo inferiore della finestra era coperto di neve. Solo il sopra lasciava intravedere la nebbia e i profili sfocati delle case.

– Senta, – disse Lucia, – se il cappotto è suo, lo restituisco. Non ho ricevute, nemmeno il rivenditore. Se andiamo dai carabinieri, racconto comè andata.

– E lei cosa mette domani?

Lucia alzò le spalle.

– La giacca. Finché trovo qualcosaltro.

– Unaltra giacca?

– No, quella solita. Non ho altro. Va bene così.

Lo sguardo di Caterina si fermò sulla pelliccia, appesa allo schienale. Era curata, forse meglio che allinizio, pettinata con attenzione.

– A quanto pare ci tiene davvero, – disse.

– Certo. Simili cose si proteggono.

– Come la pulisce?

– Spazzola speciale, presa in ferramenta. E in armadio, col cedro per le tarme. – Un attimo di esitazione, poi aggiunse, seria: – Non ho mai avuto niente di simile.

– Le dona?

Domanda irrazionale, Caterina se ne rese conto subito. Ma Lucia non si scompose.

– Sì. Non solo perché scalda. Più perché quando entro al lavoro, la gente mi saluta diversamente. Non meglio, non peggio. Semplicemente come una persona a posto. Da pari.

Caterina posò la tazzina.

– Capisco, – rispose. E lo pensava davvero.

Lucia la scrutò di lato, senza diffidenza, semmai stupita.

– Anche lei lavora?

– Sì. Sono architetta.

– In proprio?

– In uno studio piccolo, siamo in cinque.

– Le piace?

Caterina si fermò. “Ti piace il lavoro?” Non ci pensava più da anni: lo svolgeva bene, con precisione. Ma le piaceva?

– Sì, in fondo sì. Forse è la sola cosa che davvero mi piace.

Lucia annuì, quasi sollevata.

– Neanche il mio lavoro è un sogno, – disse. – La fatica di oss, lo sa che roba è. Ma i colleghi sono decenti. E questo è tanto.

– Già. Vale molto.

Da fuori arrivò uno scricchiolio. Forse il vento contro linsegna. Gli anziani si alzarono, luomo col pc ordinò un altro caffè.

– Mi parli di Matteo, – domandò Caterina distinto. Non serviva, ma ne sentiva il bisogno.

Un sorriso breve, sincero.

– Un chiacchierone. – Fiero, affettuoso. – Allasilo dicono che non lascia parlare gli altri. Ma io sono contenta: significa che ha ritrovato la parola, non è più schiacciato.

– Prima taceva?

Lucia fissò la tazza.

– Negli ultimi mesi, a Correggio, spesso si isolava. Stava zitto per ore, giocava e basta. – Pausa. – Ora parla. Ieri mi chiedeva perché i cani scodinzolano e i gatti no. Non sapevo spiegare; ha cercato con il tablet e mi ha mostrato la risposta. Era orgogliosissimo.

– È cambiato in soli quattro mesi.

– I bambini sono flessibili. Noi adulti, invece, ci rimettiamo più tempo.

Caterina tacque, immersa nei propri ricordi. Quattro mesi prima, in settembre, era in studio a firmare una planimetria per una giovane coppia. Settembre, ottobre, novembre. Nulla di memorabile. Solo lavoro, rientri a casa, cene in solitudine, dialoghi piatti su bollette e manutenzioni col marito. Talvolta, qualche evento di lavoro insieme a Marco, dove lei stava in disparte a fare buona presenza.

Non ricordava lultima volta che aveva sorriso così, sfuggente ma intenso, come Lucia parlando di Matteo.

– Quando ha indossato per la prima volta la pelliccia, come si è sentita?

Lucia ci pensò.

– Può sembrare stupido.

– No, dica.

– Ho sentito di avercela fatta. – Semplice. – Ho portato mio figlio via dal niente, sono partita da zero e ora ho un rifugio, un lavoro, Matteo tranquillo e questa pelliccia. Era come una prova che i miei sforzi avevano senso, che non mi ero spezzata. Capisce?

Caterina capiva. Nettamente.

Ricordava anche lei il primo giorno che la indossò non per collaudarne il regalo, ma perché voleva. Si riguardò nello specchio e sentì quello che Lucia aveva espresso. Allora tutto sembrava ancora ricucibile.

Col tempo capì che il regalo era solo una toppa, un modo per chiudere discorsi. Era solo una cosa. Un palliativo.

Dopo il furto pianse una sera e si disse che laveva superata.

Non era vero. Laveva sempre pensata con una vena di nostalgia.

– Lucia, – disse Caterina improvvisamente, – domani ha qualcosa di caldo da mettere?

Lucia la fissò.

– Cè la giacca.

– Davvero calda?

– Normale.

– Non è una risposta. Tiene davvero caldo?

Silenzio.

– No. Ma sono abituata.

Caterina guardò la pelliccia appesa. Lucente, ancora più bella di come la ricordava. Tre bottoni, il terzo più chiaro.

Pensava. Un minuto al massimo.

Poi si chiese: mi serve davvero? Ha il cappotto buono, altri vestiti, non è questione di necessità.

Questione di principio? E se anche andasse dai carabinieri? Aveva ragione dalla sua, ma non aveva senso.

Ricordò il tono di Marco: Cavartela da sola. E la sensazione vuota incontrando Lucia che, parlando del figlio, usciva viva dagli occhi e dal sorriso vero.

No, la pelliccia non era calore, era solo lana e legno. Il calore, quello fondamentale, è altrove.

– Lucia, la tenga.

Lucia esita.

– Come dice?

– La pelliccia. Resta a lei.

– Scherza?

– No. Non è un atto di carità. Lei ne ha più bisogno, lo capisco.

Lucia ci mise qualche momento.

– Non posso accettare così.

– Può. Lha già pagata coi suoi sacrifici. Centocinquanta euro non sono pochi per chi ricomincia da nulla. Non sminuisca.

Lucia abbassò gli occhi.

– Perché?

– Perché da me era simbolo di qualcosa che non cera. Per lei, invece, è frutto delle sue mani, del suo coraggio. Ha più peso nelle sue mani.

Ci fu solo un grazie, essenziale.

Rimasero lì ancora un poco. Ordinarono un secondo giro. Parlarono del lavoro in ospedale, della differenza tra reparti; della luce negli spazi, che cambia lumore delle persone. Lucia fu sorpresa che un corridoio stretto potesse influire sullanimo.

– In chirurgia le finestre sono piccole, il corridoio è buio.

– È un problema. Dove si vive nella penombra ci si deprime.

– Dovrebbero rifarlo.

– Sì. Ma servono soldi e volontà. Non succede quasi mai.

Un po alla volta, il tempo era passato senza che Caterina se ne intaccasse. Di solito controllava lorologio continuamente. Lì, invece, no.

– Devo andare a prendere Matteo, – disse Lucia.

– Lasilo chiude?

– Alle sette. Se esco ora arrivo in tempo.

Si alzarono. Lucia infilò la pelliccia. Poi, mentre allacciava i bottoni, voltò lo sguardo verso Caterina.

– Lei come torna? Lauto?

– È ancora ferma. Chiederò al barista di caricare il telefono, o chiamerò un taxi.

– Vuole usare il mio? Ho ancora batteria.

Caterina accettò. Chiamò il carro attrezzi. Lucia le passò il telefono quando servì rispondere alla centrale di servizio.

Poi uscirono insieme.

Il freddo le avvolse subito. Lucia sistemò il berretto. Caterina strinse il bavero.

– Da che parte va?

– Di là, verso lauto.

– Io vado dallaltra parte. – Breve esitazione. – Buona fortuna.

– Anche a lei.

Le loro traiettorie si separarono. Dopo qualche passo, Caterina si voltò. Lucia camminava di fretta, la testa china nel vento; la pelliccia scura spiccava nella neve, sembrava fatta apposta per lei.

Caterina si rivolse verso lauto.

Il vento la colpiva, il cappotto resisteva ma meno della pelliccia. Aveva freddo alle mani, al collo. Sensazione fisica, niente metafore: semplicemente freddo.

Eppure dentro era più quieta. Come dopo che finalmente cessa un rumore di fondo.

La macchina era dovera stata lasciata. Il carro attrezzi era atteso entro quaranta minuti. Caterina si appoggiò basta, le spalle al vento, ad aspettare.

Pensava a Marco.

Non con rabbia. La rabbia brucia, e lei non aveva quel fuoco. Era una riflessione calma, come davanti a un bilancio ormai maturo. Nove anni. I primi due diversi. Da sette, una convivenza parallela, telefonate senza risposta, cene mai condivise.

Che cosa la tratteneva ancora?

Labitudine. La paura di ricostruire la vita. Lidea che così succede a tutti, meglio non chiedere troppo. In realtà, soprattutto unattesa indefinita: che tutto cambiasse, che lui tornasse con una scatola e un nastro bordeaux, che laffetto tornasse.

La pelliccia era questa attesa.

Ora che non cera, forse era meglio. Per davvero.

Quando Marco sarebbe rientrato, lei gli avrebbe detto che era ora di parlare. Non litigi, niente urla, solo la sincerità di chi mette in fila quello che sente. E Caterina voleva poco: qualcuno che risponda al telefono, che ascolti a cena cosa hai da dire, che non sia indifferente.

Forse è possibile, forse no. Ma lei non avrebbe più finto.

Il carro attrezzi arrivò in anticipo. Il conducente, giovane e loquace, chiese cosa fosse successo, agganciò la macchina. Mentre compilavano i documenti, le permise di caricare il telefono. Torchò solo il necessario: Caterina chiamò lufficio.

– Oggi non torno, la macchina è guasta. Non cè nulla di urgente, stasera guarderò tutto, – spiegò alla segretaria.

– Va bene, Caterina, tutto a posto?

– Sì. Tutto bene.

Ed era vero.

Viaggiò seduta in cabina, persa nei pensieri, guardando la città che gelava oltre il finestrino. Pensava che la primavera sarebbe tornata come sempre in marzo. Che il progetto per il centro giochi doveva essere rivisto, troppo poco illuminato, e non avrebbe più rimandato il confronto con il committente.

Basta rimandare.

Sorrise, piano.

Arrivata allofficina lasciò la macchina, prese un taxi verso casa. Dal finestrino intanto la bufera si scioglieva, la neve scendeva finalmente dritta.

In casa, silenzio. Marco non era rientrato, probabilmente ancora in riunione. Caterina si tolse le scarpe, appese il cappotto, mise il bollitore sul fuoco e rimase a guardare fuori.

Sul davanzale, la neve si posava. Bianca e pulita.

Pensava a Lucia che avanzava nella neve verso lasilo, Matteo che le correva incontro col suo berretto da bambino, e tornavano nella loro stanza comprata a forza dorgoglio. Pensava a Matteo che raccontava storie lungo la strada, sicuramente di cani e code, o di chissà che.

Si accorse solo allora che nemmeno aveva chiesto il numero di telefono di Lucia. Ma in fondo, che senso avrebbe avuto? Si erano incontrate nel vento di gennaio, una volta sola. Basterà questo.

Qualcosa, però, restava. Non la pelliccia, qualcosa di più importante.

Il tè era pronto. Seduta al tavolo, le gambe distese, Caterina fissava la notte oltre il vetro.

Quando Marco sarebbe tornato, gli avrebbe detto che bisognava parlarsi sul serio. Non di auto, non di spese. Lui si sarebbe infastidito, lo sapeva. Ma non avrebbe rinunciato: nessuna scusa stavolta. Avrebbe semplicemente detto la verità: ecco come mi sento, ecco cosa desidero.

In fondo chiedeva poco: non lusso, nemmeno complicità forzata. Solo che qualcuno rispondesse, ascoltasse a tavola, sentisse. Forse, chissà, era rimasta ancora una speranza. O forse no. Ma voleva smettere di ignorare se stessa.

Restò lì con il tè, guardando la neve cadere dal lampione.

Presto avrebbe davvero fatto qualcosa di nuovo, a primavera. Un corso di acquerello, o cambiare i progetti del centro giochi, pensare agli spazi davvero per i bambini. Questo era il suo lavoro, e voleva farlo bene. Davvero.

Fuori calava il buio, la neve ormai si vedeva solo dove cera luce.

Finì il tè, lavò la tazza.

Andò nellingresso, guardò la giacca sullattaccapanni. Un bel capo, caldo. Ma solo un capo.

Spense la luce. Si avviò verso il salotto. Aspettare, sì. Ma non passivamente.

No, non più.

Era sufficiente stare. Essere.

***

Qualche settimana dopo, già a febbraio con il gelo che mollava, Caterina notò da lontano, sullaltro lato della strada, una donna con una pelliccia simile. Il cuore accelerò un attimo, poi tornò al suo posto. Non era Lucia. Unaltra. Solo una pelliccia simile.

Andava al suo appuntamento per il centro giochi, dentro la borsa i disegni nuovi ridisegnati da capo. Ora la sala giochi avrebbe avuto luce da due lati, e il muro sarebbe sparito per fare spazio a un ambiente più aperto. Magari il committente si sarebbe lamentato. Ma avrebbe saputo spiegare perché. Quello ormai era capace di farlo.

Sullasfalto, il primo accenno di scioglimento. Non tanto, ma ormai era febbraio, marzo era vicino.

E Caterina pensò che a volte incontri una persona una sola volta, in un giorno di vento e neve, e non ti dice nulla che cambi la vita, non dà consigli. Ti racconta solo la propria storia. E tu capisci, finalmente, qualcosa della tua.

Ed è tutto qui.

Basta.

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