27 aprile 2025
Oggi il telefono squillò di nuovo e, se lunica cosa di cui volessi parlare fosse il cibo, preferirei che non mi chiamasse più. Ho impegni più importanti di un continuo dibattito sul pranzo, mamma, ci capiamo?
Rosa rimase con learpiece premuto allorecchio. Le lacrime si accumularono negli occhi, quasi a non volersi far scorrere. Era immensa la sofferenza che sentì quando suo figlio le lanciò quelle parole taglienti.
Va bene, figlio mio, ne parleremo domani. riuscì a dire la donna, mentre nella sua mente attraversava di colpo tutta la sua infanzia. Lo vedeva piccolo, appoggiato al suo seno, con la manina tremante che si giocherellava tra i suoi capelli. Lo ricordava piangere al primo graffio al ginocchio, sentire il suo abbraccio caldo e le lacrime che bagnavano la camicia al primo insuccesso a scuola. Riviveva il giorno in cui lo accompagnò alla stazione, con bagagli e tutto il resto, per la sua partenza alluniversità. Era così fiera di lui…
Il telefono rimase appoggiato allorecchio molto tempo dopo che la chiamata si interruppe. In casa aleggiava il profumo della minestra di verdure con un tocco di finocchietto fresco, ma quellaroma, che una volta le donava pace, ora agitava il vuoto nel suo petto. Pose il telefono sul tavolo, prese il cucchiaio di legno e iniziò a mescolare meccanicamente. Gli occhi si posarono sul vetro appannato della finestra, dove a poco distante, al secondo piano, la signora Ciccia innaffiava ogni mattina i suoi fiori. Anche lei ha un figlio a Milano, pensò Rosa, con un misto di invidia e solidarietà.
Oggi le lacrime si erano gelate nella vista. Marco non era più il bambino per cui lei era il mondo intero; era un uomo, occupato, con i piedi ben piantati a terra. Lei invece era ormai una pensionata. Aveva lavorato in una grande fabbrica come ingegnere, era rispettata; quando entrava, i bicchieri si zittivano allimprovviso. Ora, anziana e sola, la sua più grande gioia era parlare con il figlio. Qualche giorno fa, quando lo schermo si illuminò e il suo nome comparve, il suo cuore si riempì. E, per quanto volesse dirgli tutto, finiva sempre per chiedergli la stessa cosa: «Marco, che hai mangiato oggi?».
Passarono tre giorni senza una chiamata. Rosa accese la radio, non sopportava più il silenzio. Prese una tazza di tè e, per colmare il vuoto, iniziò a parlare al figlio come se fosse al telefono:
Marco, oggi cè il sole ma tira forte vento. Prendi la sciarpa azzurra. E non dimenticare… se dimentichi, non importa, ti voglio lo stesso.
Il telefono squillò solo la sera; il suo nome illuminò lo schermo.
Mamma scusami. Sono stato arrabbiato e stupido. Il capo mi ha sgridato, ho corso, mi hanno ritardato lo stipendio. Ho sfogato la rabbia su chi non lo meritava: su di te. Sai qual è il colmo, mamma? proseguì con voce rotta. Ho chiuso la chiamata e il corriere mi ha chiesto: «Dove lasciamo il pacco?». Ho risposto meccanicamente: «Alla porta». Dopo due ore, tornei a casa e trovai la scatola bagnata dalla pioggia. Dentro cera la pentola che avevo ordinato due settimane fa. Ho riso da solo, perché da due giorni non avevo nemmeno trovato il tempo di mangiare.
Rosa non sapé che rispondere. Si sedette sulla sedia.
Mamma possiamo parlare anche del tempo, dei cappelletti, ma prometti che se di nuovo divento scortese me lo dirai. Non lasciarmi perdermi.
Ti dico, sussurrò lei. Ma devi sapere, Marco: «Che hai mangiato?» è il mio modo di toccarti anche quando sei lontano. È il modo in cui cerco di nutrirti. È il modo in cui resto tua madre, anche se non posso più infilare la camicia.
Lui rimase in silenzio a lungo, e quel silenzio non fu più freddo.
Domani verrò a trovarti, disse infine, non per le feste, non «quando il calendario lo permette», ma semplicemente domani.
Quando invecchiamo, i genitori vivono dei piccoli frammenti di parole che i figli gli regalano ogni giorno: «Hai mangiato?», «Che tempo fa?». Non sono banalità, sono i briciole di strada che ci tengono vicini. Perciò non spezzate questi ponti con parole dure. Dite «ti voglio bene» attraverso ricette e previsioni.
E non dimenticare, se limpazienza o lorgoglio ti assalgono:
« Se mi chiedi solo del cibo, è meglio che non mi chiami più!».
Fa male, perché a volte è proprio sul cibo che impariamo a dire «ti amo». E un «ti amo» detto ogni giorno, anche in due semplici domande, mantiene un cuore intero.
Rosa.






