Se n’è andato con un’altra, e io sono rimasta sola

Se ne è andato da unaltra, io sono rimasta

Giulia, ti devo dire una cosa.

Giulia Mancini era davanti ai fornelli, girando il minestrone nella casseruola. La voce di suo marito aveva quel tono strano, quello che usava quando qualcosa in ufficio andava storto, o doveva ammettere una spesa di troppo. Un tono un po teso, vagamente colpevole, ma deciso a raccontare.

Dimmi pure, rispose lei, senza voltarsi, attenta che non attaccasse.

Me ne vado. Ho unaltra donna.

Lei appoggiò il mestolo al reggimestolo, si voltò. Marco stava sulla soglia della cucina, in giacca benché fosse già sera, e a casa la giacca non lavesse mai indossata. Forse laveva messa apposta, come fosse un incontro ufficiale, per dare peso al momento.

Da quanto? chiese lei.

Otto mesi.

Chiaro.

A Marco sembrava che si aspettasse altro. Lacrime, urla, domande. Si spostò da un piede allaltro.

Giulia, non vorrei che fra noi restasse dellastio. Per me sei sempre stata la mia fortezza, il mio rifugio. Lho sempre apprezzato.

Giulia Mancini lo guardò a lungo, con lo sguardo che si riserva alle cose inspiegabili portate in casa senza motivo.

Fortezza, ripeté lei piano. Va bene. Cenerai?

Eh?

Il minestrone è pronto. Hai fame, o no?

Marco restò confuso.

No, io no. Giulia, hai capito cosa ti ho detto?

Sì. Te ne vai con unaltra da otto mesi. Fortezza. È tutto chiaro. Non cenerai. Bene.

Prese un piatto pulito, si versò il minestrone, si sedette a tavola.

Marco restò fermo ancora cinque minuti. Poi si ritirò in camera a raccogliere le sue cose. Cassetti sbattuti, sacchetti fruscianti. Giulia mangiava il minestrone, quello buono, quello corposo con il giusto retrogusto daglio. Lo cucinava da trentanni, aveva imparato a farlo come piaceva a Marco.

Ci pensò un attimo, posò il cucchiaio.

Poi lo riprese. Finì tutto.

***

Marco Bellini, cinquantasei anni, era convinto che la vita avesse ancora molto da offrirgli. Middle manager in unimpresa edile, ben piazzato, si prendeva cura di sé, tingeva i capelli grigi collo shampoo apposito benché lo negasse a tutti, anche a Giulia. Sposato a ventisette anni, aveva vissuto con Giulia ventotto, e cresciuto un figlio, Antonio, che lavorava ora a Torino e chiamava una volta a settimana.

Alessia Romano lavorava con loro in ufficio da manager. Ventinove anni, snella, lunghi capelli scuri e labitudine di esclamare «mamma mia!» davanti a ogni novità. Spesso meravigliata: per un buon ristorante, un nuovo telefono, il modo in cui Marco risolveva pratiche con una sola chiamata. Era piacevole.

Giulia Mancini, cinquantatré anni, era caposervizio contabilità nellospedale cittadino. Bassina, capelli scuri con i primi fili argentei che non tentava di coprire. Sapeva calcolare a mente più veloce di una calcolatrice, leggeva tre libri al mese, cucinava il miglior minestrone del quartiere. Da ventotto anni portava avanti casa, famiglia e un lavoro a tempo pieno senza mai aver chiesto una medaglia: non lo considerava unimpresa. Era la vita.

Vivevano a Sassovivo, una città né grande né piccola, dove tutti in zona si conoscono. Un centro commerciale decente, pochi ristoranti in cui cenare senza rimpianti. Il loro appartamento era un trilocale, quarto piano in un palazzone di nove piani: confortevole, curato, con tende che Giulia stessa aveva cucito otto anni fa, non trovando in negozio il colore giusto.

Dopo che Marco si allontanò, Giulia restò un po in cucina. Fuori pioveva sottile quellottobre, monotono. Poi si alzò, sparecchiò, lavò i piatti, andò a dormire.

I primi tre giorni non pensò quasi a niente. Andava al lavoro, compilava bilanci. Rispondeva tutto bene a chi domandava, con un tono che non lasciava spazio a repliche. La sera sedeva in un silenzio nuovo, fitto, guardando il vuoto. Non pianse. Dentro di lei qualcosa era come anestetizzato, come la pelle che tarda a sentire il dolore dopo un colpo forte.

Il quarto giorno chiamò la sua amica, Carla.

Giulia, ho sentito. È vero?

Sì.

Mannaggia. Come stai?

Bene.

Non bene. Sono trentanni che siamo amiche. Come stai, sul serio?

Giulia rimase in silenzio.

Sai cosa mi sembra strano? disse poi. Mi accorgo adesso che da tanto non so più cosa pensa. Vivevamo insieme, ma non lo sapevo più. Questa è la cosa peggiore.

Dallaltra parte Carla fece silenzio, poi disse piano:

Magari parlagli? Forse…

No, rispose Giulia tranquilla. Non serve. Sto solo riflettendo ad alta voce.

Giulia non disse a Carla quello che pensava davvero: quando Marco aveva annunciato la sua partenza, il primo sentimento non fu il dolore. Fu una specie di stanchezza. Come se avesse portato una borsa pesante per tanto tempo, e finalmente qualcuno lavesse sollevata via. Era anche imbarazzante da ammettere.

Al quinto giorno tolse dalla parete il grande quadro incorniciato: la loro foto di nozze, Marco elegante, lei in abito bianco, entrambi giovani e felici. Mise la cornice in ripostiglio, non la buttò né la ruppe. Solo la tolse.

Il muro rimase con una chiazza chiara.

Giulia osservò la macchia a lungo. Poi prese il telefono e chiamò il negozio Casa Amata.

***

Fece i lavori da sola, per quanto poté. Dove non arrivava, ordinava dei tecnici. Ridipinse il soggiorno con una tinta crema chiara, al posto delle vecchie righe verdastre. Comprò tende nuove, grandi, con motivi floreali: Marco non le avrebbe mai approvate, amava il monocolore. Dispose i mobili secondo comera comodo a lei. Il divano era sotto la finestra ora.

Antonio chiamò dopo due settimane, ormai informato dal padre.

Mamma, come stai?

Bene, Anto. Sto facendo dei lavoretti in casa.

Dei lavoretti?

Ho cambiato la tappezzeria in sala. Vorrei cambiare anche la camera da letto.

Mamma sei sicura di stare bene?

Sì, davvero. Hai parlato con papà?

Antonio esitò.

Sì.

Bene. È tuo padre, parlagli tranquillamente, è giusto. Vieni a Natale?

Certo che vengo. Mamma, non ti pesa star sola?

Giulia guardò la sua sala rinnovata, il colore crema, le nuove tende, il divano vicino alla finestra.

A dirti la verità, rispose sincera, mi pesa meno del previsto. Mi sorprendo anchio.

Antonio fece ancora qualche domanda, poi si calmò. Era un bravo ragazzo, ma come tutti i figli di adulti sperava che nulla fosse davvero grave, che i grandi sistemassero tutto da soli.

A novembre, cercando gli abiti invernali nel soppalco, Giulia trovò una scatola. Una grande scatola di cartone in cui aveva riposto quindici anni prima tutto il suo materiale da lavoro a maglia: uncinetti, ferri, gomitoli avanzati, lavori incompiuti. Allora Marco si era lamentato dei fili e lei aveva riposto tutto, senza proteste. Solo messo via.

Tirò la scatola in mezzo alla stanza e la osservò a lungo.

Poi prese i ferri. Si sedette sul suo divano sotto la finestra. Fuori cadeva la prima neve dellanno, lenta e quasi irreale.

Le dita si ricordarono da sole.

***

Una collega, Irene dalla pianificazione, notò la sciarpa nuova di Giulia a inizio dicembre.

Lhai fatta tu? Che meraviglia!

Sì, era un po che non lavoravo a maglia. Sto ricominciando.

Giulia, non me ne faresti una? Ti pago, ovvio.

Ma dai, lascia stare

Davvero. Compri tu la lana che vuoi, io te la pago. Mi piacerebbe un berretto con il risvolto

Così arrivò il primo ordine. Per caso, come succede con le cose che diventano poi importanti.

Tra dicembre e gennaio fece otto lavori: tre berretti, due sciarpe, un paio di guanti e due maglioni. Chiedeva poco, più che altro simbolico, ma comunque soldi suoi, al di là dello stipendio: soldi guadagnati con le mani e con quel piacere serale di lavorare a maglia davanti alla finestra illuminata.

Carla, venuta a trovarla per un caffè, guardò la sala rinnovata, toccò le nuove tende, notò la scatola dei gomitoli sulla mensola.

Sei proprio cambiata, disse.

In che senso?

Non lo so. Sei serena. Pensavo andassi in depressione, e invece

E invece no, concordò Giulia. Nemmeno io so perché. Forse perché non ho avuto il tempo.

Marco non chiama?

Solo una volta. A novembre. Per chiedermi dove fosse il libretto dellauto. Glielho spiegato. Poi più niente.

Per la macchina, eh? sospirò Carla.

Solo per quello.

Stettero zitte un po. Carla teneva la tazza con entrambe le mani, come sempre quando pensava intenso.

Lo odi?

Giulia rifletté davvero.

No. È strano ma no. Mi sono sentita offesa, allinizio molto. Ora meno. Ma odio no. È solo una persona che ha fatto quello che ha fatto. Ora ha la sua vita, io la mia.

Come attraversare un tradimento e non impazzire, disse Carla con ironia. Dovresti scriverci un libro.

Ci penserò, rise Giulia.

Era la prima vera risata da mesi, vera, non per cortesia.

***

Alessia si rivelò una ragazza con tanti pregi, ma la gestione di una casa non rientrava tra questi.

Marco se ne rese conto dopo il romanticismo iniziale: cene, week-end fuori, senso di leggerezza. Alessia lo guardava con stupore sincero, ed era bello. Diceva che sembrava più giovane dei suoi anni. Lui si sentiva forte.

Poi si misero a convivere, nel suo appartamentino in affitto allaltro capo di Sassovivo, e saltarono fuori diverse cose.

Alessia non cucinava. Per niente. Non cucinava neppure male: semplicemente non ne vedeva il motivo, con bar e ristoranti e consegne a domicilio. Era costoso e finiva per stancare subito.

Alessia odiava riordinare. Ovunque cera roba sua: sulla sedia, a terra, persino sul bordo della vasca. Non era disordine, ma un modo suo di abitare lo spazio personale. Marco, abituato a una casa sempre pulita ed essenziale, diventava nervoso già dalla terza settimana.

Alessia non capiva perché pagare laffitto in anticipo, né perché risparmiare se i soldi cerano ora. Marco spiegava. Lei annuiva. Il mese successivo la storia si ripeteva.

Oltre a ciò, Alessia aveva molte amiche. Le invitava spesso, si fermavano fino a mezzanotte, ridevano fra loro, bevevano vino in bicchieri lasciati lì. Marco, in camera, sentiva le loro risate, e non erano risate che gli piacevano.

A febbraio telefonò a Giulia.

Come stai?

Bene, Marco.

Ehm non ti sei offesa che non ho chiamato prima?

No.

Pausa.

Ti ricordi dovè la garanzia del frigorifero? Mi tocca chiamare lassistenza.

Cartellina verde, terzo ripiano del ripostiglio.

Non lhai messa via, vero?

No, non ho toccato niente di tuo.

Ah, grazie.

Lei mise giù. Si fermò a guardare fuori. La neve si scioglieva, comparivano macchie scure sui garage. Presto sarebbe primavera.

Prese i ferri. Iniziava un maglione nuovo, morbido, grigioazzurro, per sé.

***

A marzo allospedale annunciarono che il capo ufficio finanziario andava in pensione. Il direttore sanitario, la dottoressa Rinaldi, chiamò Giulia nel suo ufficio.

Giulia, parliamoci chiaro. Da anni potresti fare un salto in avanti qui. Perché non hai mai voluto?

Giulia ci pensò.

Famiglia, temo. Non volevo più stress.

E ora?

Ora esitò , ora la vita è diversa.

Ho sentito qualcosa. Mi dispiace.

Non importa. Mi dica solo cosa serve per la candidatura.

La dottoressa sorrise.

Lo sa benissimo. Consegni pure la domanda.

Va bene.

La scrisse subito. Tornò a casa a piedi, nonostante lautobus fosse arrivato. Voleva camminare. Marzo odorava di asfalto umido e qualcosa di fresco nellaria. Camminava e si accorgeva che da anni non notava certe cose: odori, pozzanghere iridate, rami gonfi di germogli quasi pronti.

Pensò: la vita continua. Un pensiero banale, ma proprio per questo vero.

***

A aprile Marco si presentò. Stavolta senza avvisare; suonò semplicemente alla porta.

Giulia aprì. Lui era lì sul pianerottolo, la stessa giacca comprata insieme tre anni prima, sgualcito, occhiaie scure.

Posso entrare?

Perché?

Marco abbassò lo sguardo.

Giulia, dobbiamo parlare.

Lei cedette il passo. Lui entrò, guardò intorno. Nuove pareti, tende, mobili spostati. Silenzioso.

Hai fatto lavori

Sì.

È venuto bene.

Lei non rispose. Andò in cucina, mise su lacqua per il tè, gesti automatici.

Marco si sedette a tavola. Giulia lo guardava e sentiva che lo vedeva diverso da un tempo. Non meglio, non peggio, solo diverso. Come una strada di paese che, rivista anni dopo, ti sembra familiare ma noti particolari nuovi.

Come stai? domandò.

Bene. Promossa a lavoro.

Davvero? Complimenti, lo meritavi.

Sì, lo meritavo. Da tempo.

Lui lo sentì. Pausa sottile.

Giulia

Marco, parla chiaro.

Lui si strofinò la fronte, gesto che lei conosceva troppo bene.

Con Alessia tra noi non va. Non malissimo, ma è difficile. È diversa da come pensavo.

Succede.

Credevo tacque, poi disse: Credevo di poter tornare indietro. Tu hai sempre capito, sempre saputo.

Giulia versò il tè, una tazza per lui, una per sé. Si sedette solo con un angolo di sé sulla sedia.

Sapevo, sì. Per ventotto anni sapevo. Tu però, finché ci sei stato, non hai dato peso.

Lho dato

Non abbastanza. Altrimenti mi chiamavi in altro modo.

Silenzio.

Non volevo offenderti. Fortezza, per me era casa.

Fortezza vuol dire che non ci sei. Resta il posto da cui gli altri partono. Serve a tenere insieme la routine quando tu non ci sei.

Giulia…

Marco, ti dico davvero: non porto rancore. Ti spiego solo perché non andrà come pensi.

Voglio tornare.

Ho sentito.

E tu non vuoi?

Lei lo guardò. Sul viso noto di lui cera smarrimento, spontaneo. Lui aspettava lacrime, rabbia, scenate, poi perdono. Sperava in quel perdono, perché lei sapeva capire. Perché lei era la fortezza.

No, rispose semplice.

Perché?

Non voglio più.

Lui la fissava, senza capire davvero.

Ma sei sola.

Sì. E sto bene.

Non si può star bene, sole. Lo dici e basta.

Lei sollevò la tazza con calma.

Sai cosho scoperto in questi mesi? Pensavo che senza di te restasse un vuoto terribile. Invece, ho trovato tanto spazio. Per me.

Marco tacque.

Sei una brava persona, forse, disse lei, e non era né accusa né lode, solo un dato. Solo pensavi saresti rimasto sempre. Ma io mi sono spostata.

E ora io cosa faccio? chiese come un bambino smarrito. Provò quasi pietà per lui. Quasi.

Non lo so, Marco. Tocca a te.

Lui finì il tè, rimase ancora un attimo, poi si alzò.

Chiederai il divorzio?

Sì. Presto. Ho già chiesto informazioni.

Annì. Prese la giacca.

Va bene. Io va bene.

Sulla soglia si voltò.

Sei diversa.

No. Sono sempre stata così. Solo che non mi vedevi.

La porta si chiuse.

Giulia restò ancora un po a tavola. Fuori la strada era rumorosa, auto, bambini che gridavano giù in cortile, la solita sera di aprile a Sassovivo.

Si alzò, mise via le tazze, aprì la finestra. Entrò aria, profumo di terra e germogli di pioppo.

***

Conobbe Sergio Fontana alla riunione dei condomini. Era appena arrivato nel palazzo, dopo aver venduto la casa fuori città: i figli ormai grandi, uno a Milano, laltro a Pavia, la villa era diventata troppo grande.

Cinquantotto anni, magro, asciutto, capelli corti e grigi, occhi sereni. Ingegnere, progettava viadotti. Vedovo da tre anni.

Alla riunione parlava di una perdita dacqua nellandrone. Spiegava pacato e concreto cosa si dovesse fare e perché. Lamministratore ascoltava.

Giulia notò la tranquillità di chi non deve dimostrare niente a nessuno.

Si conobbero per caso, in ascensore, in un maggio lucente. Lei portava una borsa troppo piena di lana appena comprata: il manico faceva leva sulla porta.

Vuole una mano? propose lui.

No, faccio da sola.

Lo vedo, ma potrei aiutarla comunque.

Lei rise. Gli passò la borsa.

Parlarono un po in ascensore, poi nel corridoio. Lui la accompagnò alla porta.

Lavora a maglia? chiese, indicando la borsa.

Sì. Vuole ridere?

Perché ridere? Sono contento. Mia moglie lasciò tanta lana, non so cosa farne. La vuole?

Lei la prese. Lana buona, merinos, arrotolata con precisione.

Cominciarono a chiacchierare ogni tanto. Lui veniva a bere un tè, poi due. Si parlava della città, del lavoro, dei libri. Lui leggeva molto, ma senza spocchia. Sapeva ascoltare. Sapeva tacere se lei doveva pensare a voce alta.

A giugno lei gli confezionò una sciarpa grigia con quella lana.

Ma ora è estate! rise lui.

Per lautunno. Ho voluto vedere come lavorava.

E allora? Comè?

Tiene bene.

Lui prese la sciarpa serio, grato, senza gesti impacciati. Le piacque.

***

A luglio Giulia presentò domanda di divorzio. Marco non fece obiezioni. Si videro dal notaio, firmarono. Marco era stanco, spaesato. Giulia indossava un abito estivo chiaro, comprato a maggio: il primo acquisto vivace dopo anni di toni cupi.

Come va? le chiese fuori, dopo le firme.

Bene, rispose lei. Era vero.

Alessia è tornata dai suoi, disse lui, senza che lei domandasse. A Lecce. La madre sta lì.

Ah.

Io ora sono solo.

Lei lo guardò. Né pietà, né rancore. Solo lo guardò.

Ti abituerai. Sei capace.

Dici?

Sì. Imparerai. Non è grave, se ci provi.

Si salutarono. Ognuno nella sua direzione.

Giulia arrivò al mercato, comprò amarene, mezzo chilo, mature e belle. Uscì, si fermò al sole a mangiarle lì. Metteva i noccioli ordinati in un sacchettino. Erano buonissime.

***

A inizio agosto Sergio la invitò al cinema. Senza cerimonie.

Danno un bel film, dicono. Vieni?

Vengo.

Era una vecchia commedia italiana, in sala estiva nel parco comunale. Sedevano sulle panche di legno, intorno famiglie, coppie anziane. Sorrisero agli stessi momenti.

Dopo il film, camminarono nel parco. Faceva caldo, il tramonto non finiva mai. Giulia raccontò che aveva cominciato a lavorare a maglia su commissione, per caso. Sergio ascoltava.

Continui, disse serio. È un mestiere con anima. Raro.

Dice per la sciarpa.

Dico davvero. È fatta proprio bene.

Poi aggiunse:

Io non ho fretta di niente. Immagino nemmeno tu.

Nemmeno io.

Allora va bene così.

Lei non chiese cosa andasse bene. Capì.

***

A settembre Carla venne a trovarla, la trovò a lavorare a maglia vicino alla finestra. In casa odor di caffè, gomitoli di tre blu, il portatile aperto sulla pagina degli ordini, inaspettatamente tanti quellestate.

Hai fatto la pagina online? sbalordì Carla.

Una ragazza del palazzo mi ha aiutata. Foto, prezzi, tutto. Ho già evaso ventitré ordini.

Giulia, sei seria?

Sì. Sono pochi soldi, ma miei. E mi diverte.

Carla scosse la testa.

Un anno fa, chi lavrebbe detto

Nessuno. Nemmeno io.

E questo Sergio, il tuo vicino Carla si atteggiò maliziosa.

Che cè Sergio?

Niente. Solo che quando ne parli hai unaltra faccia.

Giulia non disse niente. Poi, senza smettere di lavorare:

Con lui sto tranquilla. Non so spiegare.

Non serve spiegare, disse Carla. Capisco.

Sedute, bevevano caffè e parlavano di tutto: dei nipoti di Carla, dei lavori nella farmacia di fronte, del fatto che al Casa Amata presto ci sarebbe una svendita, e bisognava andare.

Fuori Sassovivo andava avanti. Pioppi gialli lungo i viali, cani in cortile. Un bambino in bici guardava le ruote serio serio.

Giulia prese un nuovo gomitolo, trovò linizio del filo. Era per un berretto a trecce, da consegnare in due settimane. Ce la faceva.

Le dita intrecciavano punti in automatico. La lana scivolava tra i ferri, rassicurante e viva. Fuori le prime gocce dautunno accarezzavano le foglie, che ondeggiavano lucide, sognanti, sotto la pioggia.

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