Se pensi che non faccio niente per te, prova a vivere senza di me!” — la moglie esplode

Se pensi che non faccio niente per te, prova a vivere senza di me! sbottò la moglie.

Quella sera, il silenzio in casa sembrava più opprimente del solito. Giulia mescolava lentamente la minestra, ascoltando il ticchettio monotono dell’orologio a muro. Una volta quel suono la infastidiva, quando la casa era piena delle risate dei figli e del trambusto quotidiano. Ora, invece, era lunico compagno di conversazione in quello spazio vuoto che un tempo brulicava di vita.

Lanciò unocchiara rapida al marito. Enrico, come al solito, era immerso nel telefono. La luce dello schermo si rifletteva sui suoi occhiali, creando strani bagliori. Un tempo lo trovava rassicurante eccolo lì, suo marito, a casa, accanto a lei. Adesso quellimmagine le provocava solo un fastidio sordo.

La cena è pronta disse, cercando di mantenere un tono normale.

Lui annuì, senza alzare lo sguardo. Giulia apparecchiò con le stoviglie buone, quelle che teneva per le occasioni speciali. Ma quali occasioni speciali, ormai? I figli venivano di rado, i nipoti ancora non cerano. Erano rimasti solo loro due, in quella grande casa dove ogni angolo custodiva un ricordo di tempi migliori.

Versò la minestra, aggiunse un tocco di prezzemolo e basilico fresco, coltivati sul davanzale proprio per lui. Accanto al piatto sistemò il pane appena tagliato.

Enrico finalmente posò il telefono e prese il cucchiaio. Giulia trattenne il fiato, aspettando. Primo boccone. Secondo. Al terzo, fece una smorfia.

Di nuovo senza gusto borbottò, allontanando il piatto.

Qualcosa dentro di lei si spezzò. Guardò le sue mani arrossate dallacqua calda, la pelle ruvida. Aveva passato tutta la giornata in piedi: a lavare le sue camicie, stirare i pantaloni, preparare quella maledetta minestra. Sul fornello bolliva ancora il suo tè preferito quello che preparava in un certo modo perché “altrimenti non è buono”.

Spostò lo sguardo sulla pila di biancheria stirata ogni capo piegato alla perfezione, come piaceva a lui. Venticinque anni. Venticinque anni a piegare quelle dannate camicie in un modo specifico perché “altrimenti si sgualciscono”.

Sai una cosa la sua voce tremò, ma non per le lacrime, per la rabbia. Se pensi che non faccio niente per te, prova a vivere senza di me!

Lui alzò lo sguardo per la prima volta quella sera la guardò davvero. Nei suoi occhi cera stupore, come se non credesse che quella donna silenziosa e remissiva potesse alzare la voce.

Giulia si alzò di scatto. La sedia scivolò rumorosamente, ma ormai non le importava. Afferrò il cappotto quello vecchio, comprato tre anni prima perché “tanto è ancora buono”.

Dove vai? nella sua voce cera un barlume di preoccupazione, ma lei non lo ascoltò più.

La porta di ingresso sbatté alle sue spalle. Laria fresca della sera le colpì il viso, e per la prima volta dopo anni, Giulia sentì di poter respirare a pieni polmoni. Non sapeva dove stesse andando. Non sapeva cosa avrebbe fatto dopo. Ma per la prima volta da tanto tempo, non provava paura per lignoto, ma unebbrezza nuova: la libertà.

Il piccolo appartamento al terzo piano la accolse con un silenzio diverso. Non quello pesante di casa, ma qualcosa di leggero, arioso. Non cerano orologi a ticchettare, né sguardi giudicanti, né il solito “e perché”.

Si svegliò presto labitudine di alzarsi alle sei per preparare la colazione, stirare la camicia, preparare la borsa Ma oggi era diverso. Giulia rimase a letto, osservando i raggi del sole che scivolavano lentamente sul muro. Nessuno la svegliava, nessuno pretendeva attenzione.

Posso semplicemente starmene qui sussurrò, ridacchiando alla sola idea.

Ma le vecchie abitudini non sparivano così facilmente. Le mani si muovevano da sole, pronte a rifare il letto, spolverare, iniziare il solito giro di faccende. Si fermò:

No. Oggi faccio quello che voglio io.

Rimase a lungo davanti allo specchio del bagno, osservando il suo riflesso. Quandera lultima volta che si guardava davvero? Non di sfuggita, ma con calma? Le rughe agli angoli degli occhi erano più marcate, i capelli più grigi. Ma gli occhi gli occhi sembravano vivi.

Fuori, laria era fresca. La mattina di ottobre profumava di foglie cadute e caffè della torrefazione lì vicino. Prima passava davanti a quel posto centinaia di volte, di fretta. “Spreco di soldi”, diceva sempre Enrico. E lei annuiva, convincendosi che il caffè a casa era meglio.

Il campanello sopra la porta tintinnò. Dentro, lodore di cornetti appena sfornati e cannella. Giulia esitò sulla soglia, sentendosi unintrusa in quello spazio accogliente.

Buongiorno! sorrise la barista. Cosa desidera?

Io esitò. Passava la vita a fare il caffè per gli altri, ma non sapeva nemmeno quale le piacesse. Cosa mi consiglia?

Potrei suggerirle il nostro latte macchiato con caramello e cannella. E i cornetti alle mandorle sono appena usciti dal forno.

Una volta avrebbe scosso la testa troppo costoso, troppo calorico, cosa avrebbe detto Enrico Ma oggi era diverso.

Sì, grazie. E anche un cornetto.

Si sedette vicino alla finestra, osservando i passanti. Al tavolo accanto, un gruppo di ragazze rideva di gusto. Giulia si chiese: quandera lultima volta che aveva riso così? Non per cortesia, ma davvero?

Il primo sorso di caffè le riempì la bocca di dolcezza. Chiuse gli occhi, assaporandolo. Dio, ma allora la vita poteva essere così gustosa?

Il telefono nella borsetta era muto. Per la prima volta in venticinque anni, Enrico si era svegliato senza colazione pronta, senza camicia stirata. Cosa stava facendo? Era arrabbiato? Perplesso? O non si era nemmeno accorto della sua assenza, perso nel telefono?

Altro caffè? chiese la barista passando.

Giulia guardò lorologio vecchia abitudine. A quellora, di solito, era già di ritorno dal mercato e preparava il pranzo. Ma oggi

Sì, grazie. E mi dia un altro cornetto.

Il telefono squillò mentre riordinava le poche cose nellarmadio del monolocale. Sullo schermo, “Luca” il figlio maggiore. La mano le tremò. Per la prima volta, non aveva voglia di rispondere alla chiamata di suo figlio.

Pronto disse, più piano del solito.

Mamma, ma che stai combinando? la voce di Luca era irritata, proprio come quella del padre. Papà dice che te ne sei andata. Ma che roba è?

Giulia si sedette sul letto. Come spiegare a suo figlio qualcosa che lei stessa non capiva del tutto? Come raccontargli anni di silenziosa disperazione?

Luca, io

Dai, mamma, basta! la interruppe. Sei unadulta. Papà ha criticato la minestra, e allora? L

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