“Se riesci a riparare questo motore, ti offro il mio posto” – disse il capo, ridendo.

Caro diario,

Se aggiusti questo motore, ti do la mia posizione scherzò il capo, ridendo.
Io non risi, perché conoscevo già quel ragazzino.

Marco Bianchi, a differenza degli altri, non trovava divertente la sfida. Lo riconoscevo subito: ogni settimana arrivava con una vecchia borsa di tela, chiedendo le riviste tecniche destinate allo smaltimento, i manuali strappati, i cataloghi datati, qualsiasi foglio con disegni di parti o schemi elettrici.

Allinizio i venditori lo prendevano in giro.

Un piccolo raccoglitore di rifiuti che ostacola i clienti

Ma io non permisi mai che lo cacciassero.

Se avessi la metà della fame di imparare di questo ragazzo, la concessionaria sarebbe già due volte più grande dicevo, senza timore.

Lo vedevo lì, davanti a un motore che sembrava un mostro smontato. Gli occhi stretti, concentrati, le dita sottili accarezzavano ogni pezzo come se volessero percepire una storia invisibile.

Sospirai, presi la bottiglia dacqua e scesi in officina.

Non hai mangiato, vero? chiesi, appoggiandomi a una colonna, senza invadere il suo spazio.

Marco sobbalzò al suono della mia voce. Era talmente immerso nel groviglio di cilindri, tubi e sensori da aver dimenticato lo stomaco.

Signora Bianchi balbettò, un po imbarazzato. Non ancora. Volevo approfittare che tutti erano a pranzo per mettere in ordine il banco.

Guardai il banco di lavoro. I pezzi, prima sparsi a caso, ora erano divisi in gruppi: viti ordinate per dimensione, anelli di guarnizione disposti come collane, ingranaggi più grandi su panni puliti.

Hai un metodo commentai, impressionato. Non è solo coraggio, è intelligenza.

Mi regalò un mezzo sorriso.

Nei libri dicono che, se non capisci la logica, impari a memoria e fallisci quando il problema è diverso rispose. Io preferisco capire, così impiego più tempo allinizio, ma poi

Parve esitante, poi aprì la sua borsa e tirò fuori due panini avvolti in carta pergamena.

Prendi dissi, porgendogli il cibo. Li ho comprati per me, ma oggi sei tu a aver più fame.

Marco esitò.

Non ho come pagare

Pagami quando sarai direttore, allora replicai, ironico. Mangia in fretta, prima che il signor Luca torni con quel suo sorriso insopportabile.

Il ragazzo non ebbe bisogno di ulteriori sproni. Mentre masticava, lo osservai. Non vedevo solo un giovane magro e vestito di stracci, ma anche la signora Maria, anni prima, che entrava nella concessionaria con un panno in mano e gli occhi stanchi, chiedendo lavoro come addetta alle pulizie.

È solo finché il ragazzo non cresca un po, mi ricordai di aver sentito dire a Maria, con voce umile che celava la durezza della vita.

Ora quel ragazzo fissava il motore più costoso del negozio come se fosse un enigma, non una condanna.

Marco chiamai quando stava per finire lultimo boccone. Sai che il signor Luca lha detto per scherzo, vero? Non crede davvero che tu lo aggiusterai.

Lo so rispose, pulendosi le mani sui pantaloni. Ma se non ci provo, rimarrò sempre fuori. Sono stanco di osservare.

Sentii un nodo al petto.

Tua madre sa che sei qui? chiesi.

Alzò le spalle.

Sa che vengo a prendere riviste, non il motore. Se lo sapesse, mi farebbe morire di spavento, credendo che voglia far esplodere lofficina.

Ci facemmo una risata.

Allora cerchiamo di far funzionare le cose prima che lei faccia esplodere il manager dissi. Se ti serve qualcosa attrezzo, manuale, caffè chiamami. Non capisco i motori, ma capisco chi merita unopportunità.

Marco annuì.

Grazie, signora Bianchi.

Risalì al piano, lasciandolo con un po più di pane nello stomaco e molto più coraggio nellanima.

Nei giorni successivi la maratona silenziosa continuò. La mattina Marco andava alla scuola elementare del quartiere, annotava tutto con la stessa attenzione con cui osservava i motori, chiedendo quando nessuno chiedeva e assorbendo ogni dettaglio. I compagni lo chiamavano Cervellone, non per lusinga, ma per differenziarlo. Per lui non importava.

Il pomeriggio aiutava Maria a casa: portava secchi dacqua, riparava cassetti, rattoppava sedie. Ti muovi con la stessa delicatezza con cui accarezzi un motore, commentava la vecchia, probabilmente tuo padre biologico era meccanico o falegname.

Marco non rispondeva, perché non ricordava né padre né madre, solo il ricordo di essere stato trovato avvolto in una coperta davanti alla porta in una fredda sera dinverno. Il resto era immaginazione.

Al tramonto, quando il sole scendeva dietro gli edifici bassi del quartiere, Marco si dirigeva verso la concessionaria. Luca non gli aveva dato alcun badge, ma io, discretamente, avevo avvisato i guardiani:

Lasciate entrare il ragazzo, è qui per aiutare. Se il manager si lamenta, può chiedermi.

Così ogni pomeriggio Marco si infilava nellofficina. Alcuni meccanici ridevano.

E il manager? Ha già trovato il pezzo miracoloso?

Lui fingeva di non sentire. Altri, però, si avvicinavano.

Hai mai visto quelliniezione elettronica? chiese uno curioso.

Solo nei diagrammi rispose Marco, indicando i cavi. Qui sembra che qualcuno abbia collegato il fascio al modulo sbagliato. Guarda le marcatrici.

Il meccanico, incuriosito, si avvicinò.

Mai notato prima

Così, con piccoli gesti, Marco guadagnava rispetto, qualcosa che Luca non aveva mai immaginato.

Una notte, dopo aver smontato e rimontato mentalmente il motore dieci volte, Marco notò graffi strani, segni ripetuti come se qualcuno avesse forzato un accoppiamento più volte. Prese il suo vecchio cellulare e ingrandì una foto del prima.

Zoom. Vide una vite con testa piatteggiata, diversa dallo standard.

Frustrato, aprì un vecchio manuale che io avevo ottenuto con un venditore in cambio di caffè e torta di mais.

Alla pagina del modello, in piccolo, cera: Vite di specifica X, testa esagonale, coppia di serraggio per sigillatura senza fessure. Quella che giaceva sul banco era più piccola, più fragile. Qualcuno ha risparmiato sulla parte mormorò.

Capiva subito il significato: concessionarie che sostituivano pezzi originali con equivalenti più economici per aumentare il profitto, scaricando la colpa sul meccanico. Non era il momento di accusare, ma di riparare.

Venerdì, due giorni prima della scadenza, Luca entrò nella officina di cattivo umore.

Dovè il ragazzo? chiese, girando lo sguardo.

Un meccanico indicò il retro. Marco era inginocchiato, la testa quasi immersa nel vano motore, a sistemare limpianto elettrico. Luca si avvicinò, le scarpe lucide a contrasto con il pavimento unto dolio.

Allora, genio? provocò. Hai già preso il ruolo di direttore o stai ancora giocando con i mattoncini?

Marco si rialzò, asciugandosi la fronte. Sporco, stanco, ma gli occhi brillavano.

Mancano pochi minuti, signor Luca rispose, rispettoso. Ho individuato il problema principale e uno secondario.

Luca alzò un sopracciglio.

Due problemi? Certo rise sarcastico. Sempre cè un problema secondario quando non sai cosa fare. Immagino che se il motore non parte, sarà colpa di quel secondo problema.

No replicò Marco, tentando di mantenere la voce ferma. Se non funziona, è colpa mia. Ho accettato la sfida. Sarebbe bello se lei fosse presente quando lo avvierò per la prima volta, e forse anche il proprietario dellauto.

Luca esitò un attimo.

Il proprietario non deve sapere nulla interruppe, frettoloso. Deve solo ricevere il veicolo funzionante. E se fallisci, tornerai a raccogliere riviste. Intesi?

Marco lo fissò, non gradì il tono, ma respirò a fondo.

Inteso.

Luca, uscendo, si trovò davanti a me. Le mani incrociate, con quellespressione che sa di aver sentito più di quanto voglia.

Teresa, mia cara tentò di chiamarmi con il soprannome che usava solo lui. Non dovresti aggirare lofficina. Hai troppi fogli da sistemare al piano di sopra.

Il foglio lo sistemo risposi, senza sorriso. Mi preoccupa questo motore e quel ragazzo.

Luca fece un gesto indifferente.

Se lui fallisce, chiamo il carro attrezzi della casa madre, mandano un tecnico, paghiamo una fortuna e il proprietario non saprà nulla della confusione.

E la promessa che hai fatto a lui? insistetti. Se ripari quel motore, ti do il mio posto. Lho sentita al bar, quando lei mi raccontò della scherzo al volo.

Luca sbuffò.

Era solo una battuta, Teresa. Unespressione.

Divertente commentai, fredda. Non ho mai visto una battuta così con il figlio del proprietario. Solo con chi non ha cognome.

Luca arrossì.

Non mescolare le cose.

Io non mescolo replicai, avvicinandomi. Tu mescoli: ego e affari. Se il motore non è pronto entro domenica, il contratto con il signor Giorgio Salvatore evapora. E allora non solo perderai il lavoro, perderai anche rispetto, incluso il mio.

Luca deglutì, sapendo che Salvatore era la roccia del nostro business da settimane. Il lusso di quel berlina importata non era solo unauto, ma il veicolo personale di Giorgio, proprietario di una catena di concessionarie e di gran parte degli immobili del centro.

Giorgio aveva lasciato un messaggio semplice:

Se risolvete il difetto che nessuno risolve, firmo un esclusivo contratto di lusso. Altrimenti cerco la concorrenza.

Luca sapeva che il suo futuro poteva finire sotto quel motore. Perciò aveva messo il migliore meccanico sopra, ma il tentativo era fallito più volte, così aveva licenziato il ragazzo. Non sopportava lincompetenza, soprattutto quando minacciava il suo collo.

Il sabato mattina era nuvoloso. Marco arrivò presto, gli occhi rossi per la poca notte passata a rivedere i diagrammi. Maria lo vide uscire con lo zaino.

Vai presto, figlio mio? chiese.

Vado a dare una mano in concessionaria, mamma rispose, baciando la fronte rugosa. È importante.

Maria annuì, sospettosa ma fiduciosa. Sapeva che non si cacciava in guai, solo in viti.

Lofficina lo aspettava, il motore già montato, lucido, silenzioso, quasi a sfidare.

Oggi è il giorno, manager scherzò uno dei meccanici, passando. Se funziona, ti chiamo dottore.

Marco sorrise, ma lo stomaco ribolliva.

Pochi minuti dopo, Teresa comparve con tazzine di caffè.

Ci saranno spettatori avvertì. Il signor Salvatore ha chiamato ieri. Vuole vedere lauto oggi.

Marco ingoiò, il cuore a mille.

Lui stesso? confermò Teresa.

Sì replicò. E se hai paura, ricorda: tutti hanno paura. Il coraggio è il nome che diamo quando agiamo comunque.

Luca entrò, visibilmente teso, la cravatta ormai disordinata.

Allora? chiese, evitando il sarcasmo. Pronto?

Marco annuì.

Sì, signor Luca. Ho ricontrollato tutto due volte.

Tre è meglio.

Anche tre volte rispose, con un mezzo sorriso.

Luca fece avvicinare lauto. Il berlina bianco lucido sembrava una bestia addormentata. Marco si sedette al volante, accarezzò il rivestimento in pelle, immaginando per un attimo di guidarla per le strade di Milano, ma scosse la testa. Non era il momento di sognare, ma di provare.

Teresa e Luca restarono in piedi, fianco a fianco, a osservare. Alcuni meccanici formarono un cerchio discreto intorno, quasi fosse un rito sacro, lattesa prima del primo accordo di unorchestra.

Marco girò la chiave. Un attimo eterno di silenzio.

Poi il cruscotto si illuminò. Uno a uno i sistemi si risvegliarono. Il motore tossì, tossì di nuovo, e infine ruggì, profondo e rotondo. Una vibrazione pulita percorse lintera vettura.

Marco sentì le lacrime bruciare gli occhi. Luca espirò un sospiro inespressivo. Teresa applaudì, emozionata.

È perfetto, ragazzo mormorò un meccanico accanto. Sembra appena uscito dalla fabbrica.

Marco rimase immobile, il cervello ancora a fare controlli invisibili, guardò il cruscotto, nessuna spia accesa, solo il suono rassicurante del motore.

Allora sentirono passi decisi nella officina. Giorgio Salvatore entrò, accompagnato da un venditore e da un giovane assistente.

Teresa si raddrizzò. Luca asciugò le mani nei pantaloni.

Buongiorno, signori salutò il titolare, voce ferma. Dove è il mio problema di milioni?

Luca forzò un sorriso.

Lo stiamo aspettando, signor Salvatore indicò il berlina. Credo che il problema sia risolto.

Giorgio esaminò lauto con lo sguardo di chi conosce il profumo del metallo più del profumo dei fiori.

Il motore era inutilizzabile commentò. Almeno mi avevano detto così dalla casa madre. Comprate un altro, dicevano. Io ho chiesto, prima di buttarlo, se qui a Milano cera ancora chi sapeva ascoltare il motore, non solo il computer.

Posò la mano sul cofano.

E allora? chiese. Chi è stato il temerario che lha sistemato?

Luca aprì bocca per dire il mio meccanico, ma rimase muto. Tutti gli occhi si volsero a Marco.

Il ragazzo, istintivamente, fece un passo indietro. Teresa gli sfiorò la spalla.

È lui disse, semplice. Marco.

Gli occhi di Giorgio si fissarono sul giovane. Nessuna avversione, solo curiosità.

Quanti anni hai? domandò.

Quattordici rispose, cercando di mantenere la voce ferma.

Giorgio alzò un sopracciglio.

E credi di capire più di un ingegnere della fabbrica? provocò, ma senza malevolenza.

No, signor Salvatore rispose Marco rapidamente. Lhanno progettato loro. Io solo ho ascoltato quello che il motore voleva dirmi.

Un mormorio si levò. Giorgio sorrise.

Bella risposta disse. Vediamo se davvero parlate lingua di motore. Proviamo.

Marco girò nuovamente la chiave; il motore risposeMentre il rombo del motore si faceva eco tra le pareti, capii che il vero premio non era il posto in cima alla gerarchia, ma la possibilità di dare voce a chi, come me, ha sempre vissuto tra i rifiuti, trasformandoli in speranza.

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