“Seconda possibilità al profumo di sudore: la rinascita di RITA, una donna di mezza età, tra mattoni, un passato difficile e occhi azzurri mai spenti — Una storia di vita, amore e coraggio nella provincia italiana”

Signore, non si spinga così. Che schifo. È lei che emana questo odore?
Mi scusi, mormorò luomo, facendo un passo indietro.
E poi borbottò qualcosa tra sé, cupo e amareggiato. Stava lì a contare delle monete nel palmo della mano. Forse non gli bastavano per una bottiglia. Mi ritrovai a fissarlo in volto, quasi senza volerlo. Strano… non sembrava un ubriaco.
Signore… mi scusi, non volevo. Qualcosa mi impediva di voltarmi e andare via.
Non si preoccupi.
Alzò su di me quegli occhi azzurri, intensi, ancora vibranti di colore. Anche se era più o meno della mia età. Incredibile… occhi così non li avevo mai visti neppure da giovane.
Lo presi piano sotto braccio e lo trascinai fuori dalla breve fila davanti alla cassa.
È successo qualcosa? Ha bisogno di aiuto? Cercavo di non storcere il naso.
Fu allora che capii di cosa odorava. Non di alcol, ma di sudore stantio, vecchio. Lui taceva, infilando il pugno con le monetine in tasca. Gli era difficile parlare di QUELLO che gli era capitato. Con una donna. Una sconosciuta. Ben vestita e curata come me.
Mi chiamo Margherita. Lei?
Lorenzo.
Allora, serve aiuto? Mi resi conto di star quasi insistendo.
Insistendo con un barbone qualsiasi. E lui mi lanciò uno sguardo di quegli occhi azzurri, poi abbassò immediatamente lo sguardo. Va bene così. Ero già pronta ad andar via, quando si lasciò scappare:
Cerco lavoro. Non sa se qui c’è qualcosa da fare? Anche qualche riparazione, dei lavoretti di casa. Il paese è bello, grande… ma io qui non conosco nessuno. Scusi…
Rimasi in silenzio ad ascoltare. Alla fine, Lorenzo ricominciò a borbottare per conto suo. Che situazione. Mi chiesi se fosse il caso di far entrare uno sconosciuto in casa. Proprio adesso che stavo pensando di far rifare le piastrelle in bagno. Mio figlio aveva promesso di pensarci lui, mi aveva raccomandato di non chiamare i soliti incapaci. Ma era sempre impegnato col lavoro…
Sa posare le piastrelle?
Certo.
Quanto chiederebbe per un bagno di dieci metri quadri?
Lui restò di stucco, probabilmente stupito dalla metratura.
Devo vedere. Comunque, quanto può permettersi.
Lorenzo finì il bagno in modo davvero impeccabile. Prima chiese se poteva fare una doccia e gliene fui quasi grata per la delicatezza. Sperai solo che non mi lasciasse qualche malanno in giro. Gli diedi anche dei vestiti di mio marito, quelli vecchi; i suoi li lavò. In un weekend fece tutto il lavoro. Togliere le vecchie mattonelle, pulire tutto, rimettere a posto gli strumenti. A notte fonda della domenica, la nuova ceramica brillava e luccicava sulle pareti e sul pavimento. Mi agitava il pensiero che Lorenzo stesse per finire. Evidentemente era senza fissa dimora. Lasciarlo per unaltra notte da me? Mi sembrava strano. Ma anche mandarlo via a mezzanotte non era carino.
La notte tra sabato e domenica non dormii quasi nulla chiusa in camera a tendere lorecchio. Ma Lorenzo, stanco, crollò a dormire sul divano in salotto.
Signora Margherita, venga a vedere! mi chiamò il mattino dopo.
Che dire? Il lavoro era perfetto.
Lorenzo, lei che lavoro faceva? domandai, osservando tutto, soddisfatta.
Insegnante di fisica. Laureato a Pisa.
LUniversità di Pisa, intende?
Sì, allepoca si chiamava solo così. Ma per le piastrelle… ogni uomo che rispetti se stesso deve saper fare questi lavoretti. Almeno, io la penso così.
Annuii e tirai fuori dalla tasca i contanti preparati. Non feci economia: gli diedi quanto avrei dato a una ditta. Lorenzo non guardò nemmeno la somma, infilò i soldi in tasca e andò a mettersi le scarpe. I suoi abiti, ormai asciutti, erano già indosso.
Ma scusi, va via così, senza cena? quasi indignata.
Perché? chiese con quellincredibile sguardo azzurro.
Mangiate almeno qualcosa! Ha lavorato tutto il giorno. Ha bevuto solo tè, senza fermarsi.
Lui si strinse nelle spalle, poi accettò.
Preparai del pesce, ne mangiai anchio un pezzetto, anche se dopo le sei non tocco mai nulla. Ma con lui era piacevole conversare. Lorenzo era affascinante, intelligente, spiritoso, anche se… perso, in qualche modo. Quella malinconia non lo abbandonava. Non si lavava via con una doccia, né si disperdeva con una chiacchierata davanti al caminetto. Forse, ci voleva tempo.
Lorenzo, posso chiederle… che cosa le è accaduto, in realtà?
Lui restò in silenzio, poi rispose:
Vede, se inizio a raccontare finisce per sembrare una storia di eroi, una favola recitata. Ne ho sentite tante, in otto anni. Peccato che la mia sia accaduta davvero. Ma cosa le importa?
È che mi sorprende vedere un uomo così, in questa situazione…
Lorenzo mi fissò, molto serio. Poi, senza volerlo, ci alzammo insieme. Lui verso la porta, io sulla sua strada. Ci urtammo e poi… accadde tutto così, spontaneamente. Mai avrei immaginato, a cinquantatré anni, una passione così. Ero convinta fosse roba da giovani. E invece, bruciante, folle, autentica.
Dopo mi raccontò: otto anni prima, aveva cercato di aiutare un suo alunno, un ragazzo brillante ma cresciuto in una famiglia difficile, finito in giri poco raccomandabili. Il ragazzo stesso voleva uscire, ma non ci riusciva. Così, il prof. Lorenzo Fiorini, fu a parlargli e si trovò davanti la banda: il capo, ventidue anni e senza scrupoli. Non ci fu neppure modo di parlare: lo aggredirono. Ma Lorenzo aveva praticato judo tutta la vita. Li mise al tappeto. Purtroppo, proprio il capo finì con la schiena contro un muro di cemento, fratturandosi la colonna vertebrale. Non sopravvisse. Lorenzo chiamò in prima persona lambulanza e i carabinieri, convinto che gli avrebbero contestato solo eccesso di legittima difesa. Ma con una condanna a dodici anni, scontata in carcere. Uscì quattro anni prima, per buona condotta.
Anche lì vivono persone, fu tutto ciò che disse sul carcere.
A casa, però, nessuno lo aspettava più. La madre era morta, il fratello laveva ospitata dopo che lei aveva venduto la sua casa. La cognata fu chiara:
Non voglio vedere sto carcerato in giro!
Quanto allex moglie, lei aveva già divorziato e si era risposata altrove. Allora lasciò Firenze e venne a Roma, senza fortuna. Cercò lavori saltuari, ma nessuno lo voleva dopo otto anni dentro. Cercava piccoli lavoretti nel paese dove era capitato quasi per caso, ma solo sospetti, fastidi, a volte diffidenza o aperta ostilità. Non aveva più un tetto, né soldi la persona che laveva ospitato le prime settimane, con gentilezza, lo invitò ad andarsene.
Da quanto? chiesi guardando la brace della sigaretta di Lorenzo.
Eh… saranno due settimane.
Le sigarette erano mie. Ne avevo una vecchia scatola, che accendevo ogni cinque anni per nostalgia. Lorenzo avrebbe voluto comprarsele, ma non lho lasciato. Chissà comè vivere due settimane da nessuna parte.
Col buio, alla luce della brace, è più facile confessarsi. Aprii il mio letto a lui. Non aveva senso fingere ormai.
Hai i documenti?
Sì fece una smorfia. Niente residenza. Gran parte dei guai viene da lì.
Lorenzo rimase con me. Tutto andava bene gli feci una residenza temporanea, trovò lavoro. Non secondo la sua laurea, ma era già qualcosa: commesso in un negozio di ferramenta, per cominciare. Nel tempo libero, dava ripetizioni di fisica, e pian piano ricominciò a far girare il passaparola tra i ragazzi. Così, tra pace e amore, passarono due mesi e mezzo. Poi un giorno arrivò mio figlio. Valutò lambiente, poi mi chiamò fuori casa per parlare.
Devo chiedertelo, mamma: mandalo via.
Cosa?! Rimasi sbalordita.
Erano anni che non ci immischiavamo nelle vite luno dellaltra.
Sì, mandalo via. A che ti serve un poveraccio così? Pensi che stia con te per amore? Non ha un posto dove andare, mamma! Apri gli occhi.
Gli diedi uno schiaffo.
Non ti permettere più! Non impicciarti della mia vita.
Mamma, forse dimentichi che io sono tuo erede. Non voglio dividere nulla con uno sconosciuto. Se ti risposi con lui e succede qualcosa, lui pretenderebbe leredità!
Ah, così mi stai già seppellendo? chiesi, ferita e infuriata. Che hai da spartire, dimmi? Che forse non ti sopravviverò?
Mamma, ti ho avvisata. Se non lo mandi via, non aspettarti la mia benevolenza. Difendo i miei interessi. Se avessi scelto un uomo con posizione, avrei capito. Invece…
Ah, insomma, conta solo il portafogli, per te? E come ti ho cresciuto, allora?
Mamma, quante volte devo dirtelo? Davide era più serio che mai. Torno tra una settimana, e mi raccomando che non sia più qui. Dopo, sarà troppo tardi.
Rientrai in casa mordendomi le labbra per trattenere le lacrime.
Fa il poliziotto? chiese Lorenzo.
Scusami, non te lavevo detto…
Non dovevi.
È pubblico ministero. È buono, Lorenzo. Ma troppo cauto. Teme per me.
Cosa pensi di fare? mi guardò attento.
Mi sedetti al tavolo. Cosa fare? Non lo sapevo. Se Davide aveva detto che non mi avrebbe lasciato in pace, era capace di tutto. Mettere di nuovo Lorenzo nei guai, magari. Non volevo crederci, ma ormai era cambiato, non cerano dubbi.
E allora? disse Lorenzo. Non hai deciso? Lascia che proponga qualcosa io.
Annuii, cercando di non piangere. Mi sentivo in trappola. Non potevo separarmi da Lorenzo, né mettere tutti sulla strada dello scontro.
Ho messo da parte dei risparmi. Non abbastanza per comprare qui vicino, però a venti chilometri da qui sì. Risparmiamo su tutto, cominciamo con un prefabbricato. Poi pian piano costruirò una casa da solo. Continuerò a dare ripetizioni, se servo prendo anche altri lavoretti. Che ne dici?
Rimasi senza parole. Lui si innervosì.
Capisco, sei abituata a una certa comodità. Ma sarà solo per un po. Poi vedrai che casa tirerò su.
Lorenzo… anchio ho qualche risparmio. Potrei contribuire, dissi tra me e me.
Non oso chiedere.
Non chiedi niente! Offro io. È per noi, no?
Mi si avvicinò mentre ero ancora seduta, mi prese la testa tra le mani e mi baciò i capelli. Sentivo calore, protezione, amore. Chi lavrebbe detto che potevano arrivare anche a questa età…
Facemmo tutto velocemente. Firmammo latto di acquisto. Lorenzo insisteva per mettere la proprietà a nome mio, ma non accettai.
Ho già delle case. Il fatto che ci abbiano cacciati di là non vuol dire nulla. Tu non hai niente. Non caricare tutto su di me. Ho anche lerede! dissi sarcastica, pensando a Davide.
Montammo il prefabbricato, collegammo la luce, e Lorenzo, in maniche di camicia, iniziò da solo a costruire. Quando venne fuori che i miei risparmi non bastavano, lui raddoppiò le lezioni private, ricavando un angolo invisibile del prefabbricato, per insegnare via Internet. Tutti i soldi, mattone dopo mattone, li investivamo nella casa. Nelle calde sere destate stendevamo la coperta e ci sdraiavamo a guardare il cielo stellato.
E tu come ti senti? chiedeva Lorenzo abbracciandomi.
Sento di avere una seconda vita, rispondevo.
Sono io che la sento. Dovresti sentire solo quanto ti amo.
Lo sentivo, certo che lo sentivo.
Un giorno andai nella vecchia casa a prendere degli abiti, coperte pesanti, qualche stoviglia. Davide era lì, seduto in cucina a fumare.
Ciao, caro. Sono solo di passaggio! Come stai?
Mi lanciò uno sguardo sospettoso. Notò il mio aspetto: abbronzata, dimagrita, raggiante.
Mamma, che succede? Perché non rispondi mai?
Ma non siamo mai stati abituati alle telefonate. Sei sempre al lavoro, richiami tu quando puoi.
E perché non riesco mai a trovarti a casa?
Non vivo più qui. Sono solo venuta a prendere delle cose. Ti dispiace?
Davide tacque, colpito. Era davvero cambiata, sua madre. Più leggera, più felice.
Quando finiranno i lavori ti inviteremo, non preoccuparti. Ora però devo scappare.
Già avevo riempito due borse, di corsa. Passando accanto a lui, gli diedi un bacio sulla guancia.
Mamma, cosa ti succede? mi chiamò.
Mi girai, con un sorriso largo, e dissi:
Una seconda vita, tesoro. E amore. Soprattutto amore! Ciao, piccolo mio, e scoppiai a ridere, uscendo di casa.
Non cera un secondo da perdere: quel giorno si costruiva il portico.

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