Seconda Possibilità d’Amore: La Rinascita di Rita tra Mattonelle, Cuori Feriti e Nuove Radici in un …

Signore, ma non spinga, per favore. Uff… È lei che fa questa puzza?
Mi scusi, borbottò luomo, facendosi da parte.
E mormorò ancora qualcosa fra sé e sé, con tono triste e infastidito. Lo vidi contare qualche spicciolo nella mano. Forse non aveva abbastanza soldi per una bottiglia di vino. Involontariamente lo fissai in volto, incuriosita. Strano… non sembrava affatto un alcolizzato.
Signore… veramente, perdoni, non volevo essere scortese, sentii il bisogno di chiarire.
Tutto bene.
Alzò lo sguardo verso di me: occhi azzurri incredibili, vivi, lucenti, senza unombra di stanchezza. Un uomo della mia età, o poco meno. Non avevo mai visto occhi così, nemmeno da giovane.
Presi coraggio, delicatamente gli presi il braccio e lo condussi un poco distante dalla piccola fila alla cassa.
Le è successo qualcosa? Ha bisogno daiuto? cercai di non arricciare il naso.
Finalmente capii da dove veniva lodore: sudore vecchio, non cattivo, solo… abbandonato. Lui rimase zitto, infilò i pochi spiccioli in tasca. Gli pesava parlare di quel che gli era capitato. Soprattutto con una sconosciuta, ben vestita… carina.
Mi chiamo Margherita. E lei?
Enrico.
Allora, ha bisogno di qualcosa? mi accorsi che stavo quasi importunando.
A un senzatetto, poi! Ma lui, a disagio, evitava i miei occhi. Vabbè. Stavo per andarmene quando, con fatica, riuscì a parlare.
Mi servirebbe un lavoro. Non sa se qui in paese hanno bisogno di una mano? Faccio riparazioni, aiuto in casa… Il vostro paese è bello, grande, ma io non conosco nessuno. Scusi…
Ascoltavo in silenzio, e alla fine Enrico di nuovo parlucchiava a voce bassa. Era imbarazzato. Pensai se fosse giusto portare uno sconosciuto in casa. Avevo appena iniziato i lavori per rifare le piastrelle del bagno. Mio figlio Tiziano aveva promesso di occuparsene, voleva evitare manovali improvvisati, ma era sempre preso dal lavoro, chissà quando sarebbe venuto…
Sa mettere le piastrelle? chiesi ad Enrico.
Sì, signora.
Quanto chiederebbe per rifare un bagno di dieci metri quadri?
Enrico quasi trasalì. Lo spazio lo sorprese.
Bisogna vedere Ma quanto vuole pagare?
Fece il lavoro a regola darte. Prima mi chiese il permesso di farsi una doccia e io, confesso, tirai un sospiro di sollievo che avesse pensato a lavarsi dopo i lavori. Sperai solo che non mi lasciasse malattie in giro. Gli diedi qualche vestito di mio marito pace allanima sua e lui lavò i suoi propri. Lavorò tutto il fine settimana: picchiò giù le vecchie piastrelle, pulì in modo impeccabile, rimise gli attrezzi come aveva trovato. Ed entro domenica sera, bagno e pavimento brillavano come nuovi.
Ero agitata al pensiero che Enrico finisse. Chissà dove avrebbe dormito dopo. Erano quasi le undici che dovevo fare? Lasciarlo lì unaltra notte? Cacciarlo via a mezzanotte sembrava crudele.
Sabato notte non chiusi occhio serrata in camera, sempre in ascolto. E invece lui dormiva sodo sul divano del soggiorno, stanco morto.
Venga a vedere, Margherita! mi chiamò.
Beh, niente da dire: lavoro perfetto.
Enrico, che mestiere fa, lei? domandai, ammirando le pareti nuove.
Professore di fisica. Ho studiato alla Normale di Pisa.
Ah… veramente?
Allepoca era semplicemente la Scuola Normale. E quanto al bricolage… secondo me ogni uomo che si rispetti dovrebbe imparare queste cose.
Annuii e presi dal taschino la busta con i soldi previsti. Non fui tirchia. Gli diedi la somma che avrei pagato a una ditta, nulla di meno. Lui li prese senza contarli, si preparò a uscire.
Un attimo! Se ne va così e basta? esclamai quasi offesa.
Cè altro? chiese, di nuovo con quegli occhi azzurri impossibili.
Ma almeno resti a mangiare! Ha lavorato senza sosta tutto il giorno. Solo il tè, e basta, per non fermarsi.
Esitò, poi scrollò le spalle.
Vabbè, grazie. Con piacere.
E così, mangiammo insieme un po di pesce. Io, che dopo le sei ormai non tocco nulla, quella sera feci uno strappo. Parlare con Enrico era piacevole. Un uomo gentile, colto, intelligente. Eppure… cera sempre quella nota di smarrimento in lui che non se ne andava nemmeno dopo il bagno, nemmeno chiacchierando. Forse serviva solo tempo.
Enrico, che le è successo davvero? Se posso domandarlo.
Tacque, poi rispose:
Se comincio a raccontare, sembrerò uno che si vuole fare bello, o inventa balle. Ne ho sentite tante, in otto anni. Ma a me è andata davvero così. Non so a che le serva saperlo…
Mi sembra strano che un uomo così, si trovi in queste strane condizioni.
Mi guardò a fondo e poi, quasi allunisono, ci alzammo dal tavolo. Da lì nacque tutto. Non avrei mai pensato, a cinquantatré anni, di vivere qualcosa del genere. Credevo che una passione così fosse solo per i giovani. Devo ammettere che mi sbagliavo.
Dopo mi raccontò tutto: otto anni prima aveva provato ad aiutare un suo studente, un ragazzo talentuoso ma di famiglia problematica, coinvolto in una brutta compagnia. Il ragazzo voleva uscirne, ma era impossibile. Allora il professore Enrico, anzi allora per tutti il professor Enrico Bernardini decise di affrontare la banda. Il capo, un delinquente senza scrupoli di ventidue anni, lo aggredì con altri. Ma lui aveva fatto judo per tutta la vita. Li mise fuori gioco ma, purtroppo, il capo sbatté malamente contro un muro e si ruppe la schiena. Morì. Enrico, ancora sconvolto, chiamò il 118 e i carabinieri. Era convinto che al massimo sarebbe stato accusato di eccesso di legittima difesa. In fondo, uno contro tanti…
Invece, lo condannarono per omicidio. Dodici anni, ma gliene restavano otto da scontare grazie alla buona condotta.
Sapessi quanta gente vive lì dentro, mi disse solo.
Tornato a casa, scoprì di non avere più nessuno. La madre morta, lappartamento venduto prima della sua fine, e il fratello non ne voleva sapere: Fuori di qui quellex detenuto!
La moglie, nel frattempo, si era già risposata. Allora Enrico lasciò Pisa per Milano. Ma anche lì, tempesta totale, nessuna fortuna. Cercava lavori onesti, ma nessuno lo voleva dopo otto anni di carcere. Chiese piccoli lavoretti in paese, ma solo diffidenza, paura, qualche volta ostilità. Alla fine si ritrovò senza un soldo e senza un tetto. Persino lamico che lo aveva ospitato allinizio, lo invitò cortesemente ad andarsene.
Da tanto? domandai guardando la brace della sigaretta fra le dita di Enrico.
Due settimane ormai.
Fumava le mie sigarette. Io le compravo per abitudine, una ogni tanto, ma non lo lasciai uscire a prenderne. Pensavo: come si vive davvero per due settimane senza un posto dove stare?
Al buio, alla luce fievole della sigaretta, Enrico trovò il coraggio di confessarsi. Avevo accolto un uomo nel mio letto, ormai il segreto era inutile.
Hai i documenti, almeno?
Certo, ma non sono residente. Ed è questo il problema più grosso.
Enrico restò. E tutto andò per il meglio: gli trovai una residenza temporanea, trovò presto lavoro. Non quello dei sogni, ma meglio di niente: commesso in una ferramenta, per iniziare. E nei giorni liberi lavorava a turni dava ripetizioni di fisica, man mano aveva nuovi studenti. Due mesi e mezzo passarono così, sereni. Poi arrivò Tiziano, mio figlio. Appena capì la situazione, mi portò fuori casa per parlare.
Senti… devi mandarlo via.
Cosa?! rimasi di sasso.
Non si era mai intromesso nella mia vita prima.
Hai capito. Mandalo via. Non ti serve un morto di fame accanto, capisci perché sta con te? Non ha dove andare. Svegliati, mamma!
Gli diedi uno schiaffo.
Non ti permetto! Non mettere becco nella mia vita.
Senti, forse non ricordi. Sono tuo erede. E non voglio dividere nulla con estranei. Se ti sposi con quello lì e succede qualcosa, lui vorrà la sua parte.
E quindi mi stai seppellendo in anticipo? Cosa credi di ereditare, poi? Guarda che ti supero io, alla fine!
Mamma, non costringermi a fare cose brutte. Non vi lascerò in pace. Non puoi biasimarmi. Se ti trovassi qualcuno degno, con un po di soldi, non direi nulla. Ma così
Ah, adesso la dignità si misura a soldi? Ma che ti è successo? Non ti ho cresciuto così!
Mamma ti ho avvertito. Tornerò tra una settimana, non ci voglio più trovare quelluomo. Non lamentarti poi.
Rientrai in casa, tentando di non piangere.
È dei carabinieri tuo figlio? chiese Enrico.
Scusa se non te lho detto
Non dovevi. Che importa?
Fa il procuratore. È buono, Enrico. Solo troppo prudente. Vuole solo proteggermi.
E ora?
Mi sedetti a tavola, senza parole. Che fare? Sapevo che Tizianetto era capace di tutto, una volta deciso. Avrebbe potuto pure farmi perdere Enrico con una denuncia. Non volevo crederci, ma chi lo sa. Sembrava diventato una belva.
Senti, Margherita… se non hai idee, te ne dico una io.
Annuii, trattenendo il pianto. Non volevo perdere Enrico, ma nemmeno crearmi e creargli problemi con Tiziano.
Ho messo da parte qualcosa. Qui non basterebbe per un terreno, però un po fuori una ventina di chilometri, sì. Prendiamo una casetta prefabbricata, cominciamo a costruire qualcosa di nostro. Continuo a dare ripetizioni, magari mi arrangio. Da solo ce la faccio a sistemare tutto. Che ne pensi?
Rimasi zitta, sconvolta. Si preoccupò.
So che sei abituata bene. Ma sono solo scomodità temporanee. Ti faccio una casa come si deve. Promesso.
Enrico anchio ho dei risparmi. Posso metterli per la nuova casa. risposi pensierosa.
Non posso chiedertelo.
Ma non me lo stai chiedendo! Lo voglio io. Per noi due.
Mi abbracciò piano, mi baciò la testa, mi strinse. Sentii calore, sicurezza, amore. Chi lavrebbe mai detto, che tutto questo arrivasse ancora, a questa età?
Facemmo tutto in fretta: comprammo il terreno. Enrico insistette che la proprietaria fossi io, io invece mi opposi.
Ho già una casa a nome mio. Se ci hanno fatto sloggiare, non significa che non esista. Ma tu non hai nulla. Piuttosto pensaci tu! Io lerede ce lho già, dissi ironica ricordando le parole di Tiziano.
Montammo la casetta, attaccammo la corrente, ed Enrico si mise subito a lavorare sul nuovo progetto. I miei risparmi finirono presto: lui allora, con la tripla energia, si buttò sulle ripetizioni. Si ricavò un angolino che in video nessuno capiva fosse una roulotte. E ogni soldo veniva investito nel cantiere. Un mattone alla volta.
Le sere destate stendevamo una coperta sullerba, nel nostro pezzo di terra, a guardare le stelle.
Cosa senti? mi chiedeva Enrico passando un braccio attorno a me.
Sento una seconda vita, gli rispondevo piano.
La seconda vita la sento io! Tu piuttosto devi sentire il mio amore.
E lo sentivo. Eccome, se lo sentivo.
Una mattina tornai nella vecchia casa a prendere i vestiti pesanti e le coperte per lautunno. In cucina trovai Tiziano, che fumava.
Ehi, ciao, tesoro. Eccomi qua un minuto, tutto bene?
Mi guardò di traverso, stupito dalla mia aria felice, la pelle abbronzata, la linea snella.
Mamma, che succede? Non rispondi mai
Non usavamo, no? Sei sempre al lavoro; quando puoi, chiami tu.
Perché non riesco più a trovarti qui?
Ma non vivo qui, lo sai. Sono venuta solo a prendere le mie cose, posso?
Tiziano rimase zitto, scioccato. Avevo qualcosa di diverso, oltre laspetto: ero più leggera, più felice.
Senti, appena finiamo la casa, ti invito. Ora però non posso rimanere.
Intanto avevo già preparato due borse grandi di roba. Gli passai vicino, gli stampai un bacio sulla guancia e via.
Mamma, cosa ti succede? mi richiamò.
Mi voltai dalla porta, gli regalai un grande sorriso.
Ho trovato una seconda vita, Tizianino. E anche lamore. Sì, lamore! Ciao, caro. risi e corsi fuori.
Era tardi, quel giorno si montava la veranda.

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