“La colpa di non avere soldi è solo tua: nessuno ti ha obbligato a sposarti e fare figli,” mi ha detto mia madre quando le ho chiesto aiuto.
A ventanni, ho sposato Luca. Affittavamo un bilocale microscopico nella periferia di Verona. Lavoravamo entrambi: lui in cantiere, io in farmacia. Vivevamo con poco, ma bastava. Sognavamo di mettere da parte per una casa nostra, e allora, tutto sembrava possibile.
Poi è nato Matteo. Due anni dopo, Gabriele. Sono andata in maternità, e Luca ha iniziato a fare straordinari. Ma comunque, i soldi non bastavano mai. Tutto finiva in pannolini, latte in polvere, medici, bollette e, ovviamente, laffitto. Solo quello mangiava metà del suo stipendio.
Guardavo i nostri bambini e ogni mattina mi svegliavo con la stessa angoscia: e se Luca si ammalava? E se ci sfrattavano? Cosa avremmo fatto?
Mia madre viveva da sola in un trilocale. Anche la nonna. Entrambe a Milano. Entrambe con un salotto vuoto. Non chiedo un castello, pensavo. Solo un angolo, temporaneo. Finché i bambini sono piccoli. Finché non ce la facciamo.
Ho suggerito a mia madre di andare a vivere con la nonna: loro insieme in un appartamento, e noi nellaltro. Non occupavamo tanto spaziosolo io, Luca e i due marmocchi. Ma non ha voluto neanche ascoltarmi.
“Vivere con mia madre?” ha sbuffato. “Ma sei pazza? Credi che la mia vita sia finita? Sono ancora giovane. E con quella vecchia, mi rovino i nervi. Vivi dove ti pare, ma non rompermi.”
Ho ingoiato il disprezzo in silenzio. Poi ho chiamato mio padre. Lui vive da anni con la nuova compagna. Hanno un appartamento spazioso, quattro stanze, e speravo che prendesse con sé la nonna. Dopotutto, è sua madre. Ma anche lui ha rifiutato. Ha detto che aveva i figli del secondo matrimonio e che “casa è già piena fino al soffitto.”
Disperata, ho richiamato mia madre. Ho pianto. Le ho implorato di accoglierci, anche solo per un po. Ed è allora che mi ha sputato in faccia:
“La colpa è tua se non hai soldi. Nessuno ti ha obbligato a sposarti. Nessuno ti ha detto di fare figli. Hai voluto fare ladulta? Ora assumiti le responsabilità. Risolvi i tuoi problemi da sola.”
Mi sono sentita come fulminata. Sono rimasta seduta in cucina con il telefono in mano, e il mondo mi crollava addosso. Questo veniva da mia madre. Dalla persona che avrebbe dovuto sostenermi. Non chiedevo chissà cosasolo un angolo, solo un po di compassione.
Il giorno dopo, io e Luca abbiamo discusso su cosa fare. Lunica che ha risposto al nostro disperato appello è stata sua madre, la signora Rosalia. Vive in un paesino vicino a Mantova, in una casa con giardino. Ha una stanza libera e ci accoglierebbe volentieri. Si è persino offerta di badare ai bambini mentre lavoriamo.
Ma ho paura. Non è la città. È la campagna. Non cè un ospedale, né una scuola decente, nemmeno i mezzi pubblici. Temo che, se andiamo lì, non ne usciremo più. Che i bambini crescano senza opportunità, senza futuro. Che io mi arrenda, mi chiuda alla vita.
Eppure, non abbiamo scelta. Mia madre mi ha voltato le spalle. La nonna è troppo anziana per ospitarci. Mio padre non ci considera famiglia. E ora sono a un bivio: andare nel nulla o accettare un aiuto che, pur venendo da altri, è sincero.
Sai cosa fa più male? Non la povertà. Non le difficoltà. È sapere che chi è della tua stessa carne è il più lontano quando ne hai più bisogno. E la mia paura più grande non è per me. È per i miei figli. Che non provino mai sulla loro pelle cosa significa essere indesiderati dalla propria nonna.






