Sei di nuovo tornata tardi dal lavoro? sbottò lui, con una gelosia quasi viscerale. Ho capito tutto, sai.
Sei di nuovo tornata tardi dal lavoro? ripeté più forte, senza nemmeno aspettare che lei si togliesse gli stivaletti, zuppi di neve. Ho capito tutto.
Giulia si fermò, una mano ancora sulla fredda maniglia della porta. Lappartamento era soffocante, pieno dellodore di cipolla fritta e di un rancore pesante, stagnante. Quel sentore la perseguitava da più di tre settimane, penetrando nei tendaggi, nei vestiti, perfino sulla pelle. Inspirò a fondo, come per calmarsi le mani tremanti, poi si voltò verso il marito.
Davide era in piedi sulla soglia della cucina, le braccia incrociate. La vestaglia aperta lasciava intravedere una maglietta stropicciata. Il volto, che lei conosceva da ventanni, adesso era deformato da unespressione di disgusto che le era estranea.
Davide, cera traffico cominciò, con quel disco rotto che aveva già recitato mille volte. Le parole uscivano smorzate, come ovattate. Nevicava forte, la tangenziale era bloccata…
Basta! gridò battendo il palmo sul muro. Un po dintonaco si staccò cadendo a terra. Basta prendermi per scemo, Giulia. Code? Alle nove di sera? In quella direzione?
Fece un passo avanti, e lei distinto si strinse alla gruccia degli abiti. Il cappotto bagnato le gelava la schiena.
Ho chiamato il tuo ufficio, disse scandendo ogni parola. Alle sei e un quarto. Il custode ha detto che sei uscita alle cinque. Dove sei stata per tre ore e mezza?
Il nodo di ghiaccio che aveva nello stomaco si fece ancora più pesante. Una volta sapeva anche mentire, sulle piccole cose, per evitare discussioni. Ma questa bugia era diversa. Aveva ormai la forma di unombra nera, massiccia, e divorava tutta la sua energia.
Sono… sono passata in farmacia. Poi sono andata da mamma, dovevo lasciarle dei medicinali abbassò lo sguardo, fingendo di trafficare con la cerniera degli stivali. Le dita le tremavano e il gancetto si era bloccato.
Da tua madre? fece Davide con un sorriso amaro. Ho chiamato mezzora fa. Ha detto che non ti vede da una settimana.
Il silenzio stava per esplodere. Giulia si raddrizzò. Non c’era più spazio per la fuga. Era esausta. Dio, quanto era esausta. Ogni serata era una camminata sopra un campo minato. Ogni chiamata, una fitta al cuore.
Hai trovato qualcuno, vero? disse Davide, stavolta più piano. Era ancor più spaventoso. Cè una storia con un collega? O magari quel vecchio amico di cui hai parlato il mese scorso?
Si avvicinò ancora di più. Odorava di fumo aveva ricominciato a fumare, anche se aveva smesso quando suo padre aveva avuto linfarto.
Davide, non cè nessuno. Credimi, per favore.
Credere a cosa? le prese le spalle e la scosse. Guardati! Sei dimagrita dieci chili. Salti ad ogni rumore. Hai messo il codice al telefono. Abbassi lo sguardo. Sei come una donna che ha una tresca e teme di farsi scoprire. Ma sai la cosa peggiore?
Le lacrime che aveva trattenuto tutto il giorno iniziarono a bruciarle le palpebre.
La cosa peggiore, proseguì lui con amarezza, è che non provi nemmeno a salvare la famiglia. Torni a casa come in un carcere. Te ne freghi di tutto. Sei altrove, persa chissà con chi.
Non è vero… sussurrò lei. Ti amo. Faccio tutto per noi. Per la famiglia.
Per la famiglia tradisci? urlò lui.
Non dirlo! gridò lei allimprovviso. Non ti permetto di dirlo! Non sai niente!
A quel punto la porta della camera di fianco si aprì appena. Nello spiraglio si affacciò il viso pallido ed emaciato di Riccardo. Il loro figlio diciannovenne sembrava uno spettro: occhiaie profonde, labbra morse fino a sanguinare, lo sguardo inquieto.
Mamma, papà vi prego, basta urlare la sua voce si spezzò in un lamento.
Davide si girò di scatto:
Tu torna in camera! Non ti riguarda. O anche tu sai dove sparisce tua madre la sera?
Riccardo trasalì, lanciò uno sguardo impaurito alla madre e richiuse la porta. Si sentì il click della serratura.
Davide rivolse lo sguardo gelido a Giulia. La rabbia si era fatta determinazione fredda.
Ti do unultima possibilità, Giulia. Ora. Dimmi la verità. Chi è?
Giulia chiuse gli occhi. Le si presentò davanti limmagine che la perseguitava ogni notte: asfalto bagnato. Fari che illuminano una piccola figura in un piumino rosa. Un tonfo sordo. E lurlo di Riccardo, la notte maledetta di tre settimane prima, quando corse da lei impazzito di terrore.
«Mamma, non volevo! E uscita allimprovviso! Non chiamare la polizia, mi chiudono dentro, mi rovino la vita! Papà mi uccide, mamma, aiutami!»
E lei lo aveva fatto. O almeno così credeva.
Non cè nessuno, Davide, disse aprendo gli occhi con voce ferma. Ho solo problemi a lavoro. Parlando di tagli. Avevo paura di dirtelo, non volevo preoccuparti.
Lui la fissò a lungo. Poi lasciò cadere le mani dalle sue spalle con disgusto.
Stai mentendo, sentenziò. Mi menti in faccia. Ieri stavo pulendo il tuo cappotto e ho trovato un biglietto del banco dei pegni. Hai impegnato il bracciale doro che ti regalai per lanniversario.
Giulia si sentì mancare le forze. Dimenticò quel maledetto biglietto, presa dalla fretta, dalla paura…
I soldi servivano al tuo amante? sogghignò Davide. O sei finita con qualche parassita? Qualcuno nei guai, e tu ti getti al suo salvataggio come uneroina?
Per per pagare una cura, mentì distinto. Una collega ha avuto un tumore. Stiamo facendo una colletta.
In un banco dei pegni? la interruppe. Giulia, vattene.
Cosa?
Fai la valigia e vai. Da tua madre, da unamica, dove vuoi. Non voglio vederti stanotte. Devo decidere se chiedere subito il divorzio o se darti ancora tempo per dirla lunga e confessare.
Davide, è notte… riuscì solo a sussurrare.
Fuori! urlò, facendo vibrare le stoviglie nella credenza.
Giulia capì che era veramente la fine. Se fosse rimasta, lui avrebbe continuato ad accanirsi, e lei sarebbe crollata. Oppure Riccardo, chiuso dallaltra parte, non avrebbe più retto e sarebbe uscito. E allora ciò che aveva costruito in quellinferno di settimane, sarebbe crollato per sempre.
Senza protestare, si girò, raccolse la borsa, in cui cera anche una busta ma non con soldi, solo foto ricevute quel giorno e, senza nemmeno togliersi gli stivali, uscì sul pianerottolo.
La porta si richiuse alle sue spalle con un tonfo secco e definitivo. Giulia rimase sola sulla scala. Il telefono vibrò nella tasca. Un messaggio. Non era il marito.
«Hai tempo fino a domani. Se non saldi tutto, vado dal carabiniere. Saluta tuo figlio.»
Si accasciò, silenziosa, stringendosi la mano sulla bocca per non svegliare i vicini, e finalmente lasciò andare le lacrime.
Fuori imperversava la bufera. Giulia vagava per il viale innevato, senza meta. Da sua madre non poteva andare, Davide avrebbe chiamato subito. Neppure dalle amiche: troppe domande. Rimaneva solo una possibilità: un bar della stazione centrale sempre aperto, dove passare la notte davanti a una tazzina di caffè scadente.
Si sedette in un angolo, al tavolo appiccicoso, ordinò un tè e prese in mano il cellulare. Sullo sfondo, una foto di famiglia, fatta un anno prima in Puglia: volti sorridenti, abbronzati. Riccardo con un grande sorriso mentre abbraccia il padre. Davide la guardava con tenerezza.
Quanto in fretta può crollare tutto.
Le tornò alla mente quella sera. Riccardo aveva preso lauto senza chiedere «volevo far fare un giro a una ragazza». Niente patente, aveva guidato solo sui viottoli del paese. Davide era di turno. Riccardo rientrò dopo unora. Pallido, tremante, con la fanale danneggiato.
Si era accasciato ai suoi piedi, singhiozzando che era buio, che era un paese, che la bambina era corsa fuori allimprovviso, che aveva avuto paura e… se nera andato.
In quel momento, prese una decisione guidata solo dallistinto materno. Sopraffatta, ignorò ragione, morale, legge. Conosceva Davide: inflessibile. Da medico durgenza, avrebbe chiamato subito la polizia, senza ascoltare clamorosi. «Ci si assume le responsabilità» era il suo motto.
Nascose lauto in garage. Ordinò al figlio di tacere. Il giorno dopo trovò luomo che cercava. Il padre della bambina.
Antonio.
Trovò il contatto tramite una conoscenza nei vigili urbani, mentendo: «Vorremmo aiutare, siamo testimoni». Andò a casa sua. Un piccolo appartamento anonimo, odore di povertà e dolore. Antonio era seduto in cucina, una bottiglia e la foto della figlia davanti.
Non seppe resistere nemmeno pochi minuti e confessò tutto. Disse che era stato suo figlio. Che era giovane, stupido, che avrebbe fatto qualsiasi cosa per non rovinargli la vita.
Antonio non urlò, non la minacciò. Solo annunciò una cifra. Astronomica. «Per la lapide, disse. E per lasciare questa città e dimenticare tutto». Aggiunse che Riccardo doveva soffrire, che vivessero nel terrore finché non avessero pagato fino allultimo centesimo.
Ora era lì, nel bar, con il bracciale dato al monte di pietà, la pelliccia venduta e debiti in tutte le banche: i soldi non bastavano mai.
La mattina dopo non andò a lavoro. Telefonò dicendo di essere malata. Doveva trovare ancora diecimila euro entro sera.
Passò la giornata in cerca, frenetica. Prestiti lampo. Banco dei pegni (diede via anche il portatile). Chiese a una ex compagna di scuola, inventando unoperazione urgente.
Alle cinque riuscì a mettere insieme la cifra. Una busta gonfia di banconote colorate.
Provò a chiamare Davide, ma lui rifiutò la chiamata. Mandò un messaggio a Riccardo: «Andrà tutto bene. Tieni duro. Papà non saprà nulla». Nessuna risposta.
Giulia andò allindirizzo solito. Un vecchio condomino in periferia, da film horror: intonaco che cade, luci fioche.
Salì al terzo piano. La porta era socchiusa: Antonio aspettava.
Era un caos dentro casa. Valigie, abiti, bottiglie vuote. Antonio era ancora più trasandato del solito: barba lunga, occhi rossi, mani tremanti.
Hai portato? chiese, rauco.
Sì. Giulia mise la busta sul tavolo. Cè tutto. Come da accordo. Tu ritiri la denuncia non fai nomi. E te ne vai.
Antonio prese la busta, la pesò in mano. Fece una risata amara.
Pensi che i soldi tappino il buco nel cuore?
Io… la voce di Giulia era un filo. Voglio solo salvare mio figlio. Hai promesso.
Promesso… scagliò la busta di nuovo sul tavolo. Ho cambiato idea.
A Giulia venne meno il fiato.
Cosa significa…?
Troppo poco, fece un passo verso di lei, puzzava di alcol. Ieri ho visto tuo marito. Bella macchina, vestito bene. E tu mi porti carità, robaccia da banco dei pegni…
Non capisci, non sa niente! Quella macchina è tutto. Viviamo con lo stipendio!
Che lo sappia! urlò Antonio. Che lo sappia che razza di figlio ha cresciuto! Mia figlia sotto terra, il tuo a casa, tranquillo!
Ti prego Giulia fece un gesto di supplica. Troverò altro. Vendo la macchina, penso a qualcosa, dammi solo un po di tempo!
Non cè più tempo! afferrò il suo braccio. O chiami tuo marito e gli dici di portarmi altri ventimila euro, oppure chiamo subito i carabinieri!
Proprio in quel momento dal corridoio arrivò il suono di passi pesanti. La porta, lasciata appena accostata, si spalancò.
Davide era sulluscio.
Era livido, più pallido di un lenzuolo. Nel pugno stringeva il telefono su cui brillava la geolocalizzazione.
Lo sospettavo, sussurrò, guardando Giulia, tenuta per un braccio da un uomo ubriaco. Il localizzatore della famiglia. Neanche quello hai pensato di disattivare.
Guardò Antonio, poi la busta piena di soldi sul tavolo.
Allora, la voce vibrava di rabbia repressa. Quanto costa una notte con mia moglie?
Giulia si strappò dal braccio delluomo.
Davide, non è quello che pensi
Zitta! sbottò. Ho visto dove sei entrata. In questa topaia. Da questo fissò Antonio con disprezzo. Dio mio Speravo almeno avessi gusto. Pensavo a un collega, un capo. Invece…
Antonio scoppiò in una risata secca.
Lamante?! fece, sarcastico. Tu credi che io sia il suo amante?
Taci! urlò Giulia, cercando di tappargli la bocca con una mano. Davide, vai via! Ti spiego tutto a casa!
Davide la spinse via.
No. Ora sento. Già che sono qui.
Antonio si asciugò la bocca col dorso della mano, osservando Davide con uno sguardo intriso di una strana pietà.
Sei cieco? O semplicemente tonto? Tua moglie non mi tradisce mi compra.
Cosa? Davide si fece serio.
Compra la vostra pace, Antonio prese dal tavolo una foto col nastro nero e la mise sotto il naso di Davide. Tieni. Riconosci?
Davide prese la foto. Si concentrò, con gli occhi sgranati.
È esitò. È quella bambina. Quella delle notizie. Tre settimane fa. Investita a Garbatella. Pirata della strada.
Esatto, ghignò Antonio. Adesso domanda alla tua santa moglie chi era alla guida. E di chi era lauto.
Silenzio. Davide si voltò su Giulia, negli occhi il terrore.
Giulia? sussurrò. Lauto era in garage. Hai detto che la batteria era scarica, che avevi preso tu le chiavi…
Giulia cadde in ginocchio. Le gambe non la tenevano più.
Perdonami… scoppiò in lacrime. Era Riccardo. Ha preso le chiavi È andata così Davide, è nostro figlio!
Davide rimase in silenzio. Non si mosse. Guardava sua moglie, in ginocchio davanti a un uomo sconosciuto, e lui che spalancava le braccia tra dolore e vendetta.
Il volto di Davide divenne grigio. Lui, un medico abituato a vedere la morte, ora se la trovava seduta direttamente in casa sua, con la faccia di suo figlio.
Riccardo? ripeté con voce innaturalmente calma. Mio figlio ha tolto la vita a una bambina?
Non è un assassino! urlò Giulia. È stato un incidente! Investimento!
È fuggito, aggiunse Antonio, duro. Lha lasciata sulla strada. Quando è arrivata lambulanza, erano già passati quindici minuti. Se si fosse fermato, se avesse chiamato subito… forse sarebbe ancora viva.
Davide si appoggiò allo stipite per non cadere.
E tu lo sapevi? la fissava come un estraneo. Per tre settimane hai saputo?
Lho protetto! urlava Giulia. È mio figlio! Lavrebbero arrestato! Diciannove anni, non avrebbe resistito in galera! Ho voluto pagare, ho voluto che finisse tutto
Pagare? Davide guardò la busta. Quanto costa la vita di una bambina? Diecimila euro? Così poco?
Ho preso tutto quello che avevo, Antonio. Io volevo solo vedervi soffrire. Ma i soldi non bastano più. Voglio che Riccardo paghi.
Davide si avvicinò, prese la busta in mano. Giulia trattenne il respiro. Ma lui scagliò addosso ad Antonio i soldi, che volarono sparsi per la stanza.
Tieni i tuoi soldi insanguinati, disse sottovoce. Non compro la coscienza.
Poi si voltò, afferrò Giulia per un braccio, e la sollevò.
Andiamo a casa.
Davide, ti supplico balbettava lei.
Zitta, la interruppe lui. Ora stai zitta. Altrimenti non rispondo delle mie azioni.
Scese le scale, seguiti dal silenzio beffardo di Antonio.
Il tragitto fu muto. Davide guidò con movimenti bruschi, oltre i limiti di velocità, cosa che non faceva mai. Giulia era rannicchiata sul sedile, temendo di respirare. Vide le nocche sulle sue mani bianche quanto la neve.
Arrivarono a casa. Riccardo era in cucina, davanti a una tazza di tè freddo. Vedendo il padre, saltò in piedi, facendo cadere lo sgabello.
Papà? Mamma? Avete fatto pace?
Davide si fermò davanti a lui. Riccardo era più alto, ma ora sembrava piccolo, annichilito.
Vestiti, disse solo.
Dove andiamo? chiese Riccardo, terrorizzato, lanciando unocchiata inquieta alla madre, che piangeva in silenzio nellingresso.
In Questura, rispose Davide, senza cambiare tono.
Riccardo crollò sulla sedia.
Papà, no! Non posso! Mamma ha sistemato tutto! Ti prego!
Mamma ha sistemato? Davide sogghignò amaro. Mamma ti ha comprato il biglietto per linferno. Per tre settimane hai vissuto sapendo di aver tolto una vita, mangiando, dormendo, giocando con la Play?
Non dormo! gridò Riccardo, in lacrime. Ogni notte la rivedo! Papà, ho paura!
Paura? Davide lo afferrò per le spalle. E quella bambina, non aveva paura mentre moriva? E suo padre? Non ha paura a vivere da solo?
Davide, ti prego! cercò di intervenire Giulia. È ancora un ragazzo!
Non è un ragazzo! urlò Davide, respingendola. È un uomo che ha commesso un crimine e si è nascosto dietro la gonna della madre! E tu… disse guardando la moglie con dolore infinito Mi hai tradito, Giulia. Non con un altro. Ma perché mi hai preso per scemo. Perché hai pensato che non avrei sopportato la verità. Che lonore della nostra famiglia valesse diecimila euro.
Avevo paura che lavresti consegnato! gridò lei.
Lavrei fatto. E sarei rimasto con lui. Avremmo chiamato un avvocato, avremmo combattuto per ottenere il minimo, avremmo pagato il giusto risarcimento. Avremmo guardato in faccia tutti. Ora? Siamo una famiglia di codardi.
Riccardo scivolò a terra, la testa tra le mani, ululando come una bestia ferita.
Davide gli si mise davanti.
Riccardo, guardami.
Il figlio, col volto bagnato, alzò lo sguardo.
Se non andiamo ora, disse piano il padre non sarai mai davvero un uomo. Quel segreto ti consumerà. Volevi davvero vivere così, sempre col terrore di sentire una sirena? Sempre in attesa che quelluomo venga a cercarti?
Riccardo scosse la testa.
Non ce la faccio più, papà… Non posso più così.
Allora vieni. Vengo con te, resto al tuo fianco. Ma devi rispondere delle tue azioni.
Riccardo si alzò con fatica e per la prima volta in tre settimane nello sguardo non cera più solo paura: cera, dolorosa, la voglia di rialzarsi in piedi.
Andiamo, sussurrò.
Davide annuì. Poi si rivolse a Giulia.
Tu resta qui.
Vengo con voi! afferrò il cappotto.
No, la fermò lui con un gesto. Tu hai tentato di comprare la sua anima. Ora lascia provare me a salvarla.
Davide, tu mi perdonerai mai? sussurrò, terrorizzata dalla risposta.
Lui la fissò a lungo, come per ricordare il volto della donna amata per metà della vita.
Il tradimento lavrei anche perdonato. Gli umani sbagliano. Ma quello che hai fatto tu… Per tre settimane mi hai lasciato impazzire di gelosia, hai visto la mia sofferenza e non ti è importato di nulla, solo di coprire la tua colpa.
Aprì la porta, lasciando passare il figlio.
Non so come continuare. Non so se riuscirò a dormire ancora con te, dopo quel che hai fatto.
La porta si richiuse.
Giulia rimase sola nellabitazione silenziosa. Il silenzio era persistente, soffocante. Per terra, nellingresso, un biglietto del banco dei pegni, caduto dalla tasca di Davide.
Si avvicinò alla finestra. Sotto i lampioni, due sagome una grande e dritta, una più china e minuta camminavano sotto la neve verso lauto. Non si toccavano, ma camminavano vicine.
Appoggiò la fronte contro il vetro gelido. La verità era emersa, crudele e definitiva. Non aveva distrutto solo il passato, ma aveva cancellato anche il futuro. Ma là fuori, un padre e un figlio stavano tentando di conquistarsi almeno il diritto ad avere un presente onesto.
Giulia scivolò a sedere, e per la prima volta da tre settimane pianse non più per la paura, ma per lineluttabilità di ciò che aveva seminato. Il processo sarebbe stato lungo, la pena reale. Ma il verdetto peggiore era stato emesso lì, in quellingresso, poco prima. E a quello, nessuna sentenza avrebbe mai lasciato scampo.
A volte la verità costa più di qualsiasi prezzo. Ma solo affrontandola, senza paura e senza trucchi, possiamo forse ricominciare a vivere.






