Sei in pensione, dovresti occuparti dei nipoti, ha dichiarato la figlia. La risposta della madre lha sorpresa.
Marina Bianchi ha festeggiato il suo ultimo giorno di lavoro di venerdì. E già il lunedì ha capito: è una trappola.
Il venerdì era stato solenne: colleghi con una torta di pasticceria piena di decorazioni, la segretaria che le ha regalato un mazzo di garofani e un biglietto firmato da tutti, persino dal portinaio Paolo, che in quindici anni non si era mai ricordato il suo nome. Marina sorrideva, mangiava la torta. Tutto come da copione.
La domenica sera lha chiamata la figlia, Claudia.
Mamma, io e Alberto abbiamo pensato. Ora che sei in pensione, sei libera, no?
Beh, in linea di massima sì, ha risposto prudentemente Marina, e dentro di sé ha avvertito un piccolo clic.
Ottimo! Allora da domani puoi andare a prendere i bambini dallasilo, e stare con loro finché non rientriamo noi.
Tutti i giorni? ha chiesto Marina, già intuendo la risposta.
E cosa cambia? Ormai sei sempre a casa.
Sei sempre a casa. Quelle parole dette con lo stesso tono di chi dice non fai niente. Marina ha detto solo:
Va bene, Claudia.
Ed è stato in quel momento che qualcosa dentro di lei ha cominciato a scaldarsi. Piano piano. Proprio nello stomaco.
Perché il lunedì alle dieci avrebbe dovuto andare per la prima volta al corso di ballo. Ballo per adulti in una scuola in via dei Giardini, corso già pagato. Lo aveva promesso a se stessa due anni prima, quando aveva visto per strada una signora sulla sessantina con una postura fiera e un passo leggero. Lì aveva pensato: Ecco, voglio essere così.
Ma il lunedì è andata invece allasilo e ha preso i nipoti.
Sara voleva la treccia come Elsa. Matteo ha rovesciato il succo sul tappeto, bianco ovviamente. A fine giornata Marina si sentiva come un vecchio libro di matematica a settembre: stropicciato, con le pagine piegate.
Claudia è passata a prendere i bambini verso le sette e mezza, ha dato un bacio veloce alla madre:
Grazie, mamma! Sei un vero tesoro!
Certo, un tesoro, ha pensato Marina guardando la porta chiusa.
È andata avanti così per tre settimane. Tre settimane non sono nulla. O forse sì, dipende da cosa.
Per una dieta passano in un attimo. Per capire che ti stanno usando gentilmente, ma senza chiedere, sono più che sufficienti.
Ormai era una routine perfetta. Claudia telefonava la mattina, con tono allegro e deciso:
Mamma, oggi puoi prendere tu i bambini, vero?
Non era una domanda. Era una comunicazione. Come un messaggio della banca: Importo detratto dal conto.
Marina rispondeva sì per abitudine, quella di una vita intera sessantatré anni. Labitudine si chiamava non creare problemi. Utilissima. Non per lei.
Aveva cancellato il ballo. Aveva chiamato la scuola spiegando forse avrebbe rimandato. Lamministratrice le aveva rassicurata: Certo, la quota resta valida fino a fine mese. Il mese però è passato. E il ballo non è mai ricominciato.
Aveva rinunciato a vedere la sua amica Teresa, ex collega andata in pensione sei mesi prima, che adesso faceva nordic walking e marmellate di uva spina. Dovevano andare al cinema insieme a vedere una commedia francese, una cosa che Marina desiderava da tempo. Non ce laveva fatta.
Fa niente, aveva detto Teresa, la prossima volta.
La prossima volta. Una frase consolatoria che in realtà significa boh, chissà quando o mai.
Le giornate erano diventate tutte uguali. Nel pomeriggio, asilo. Sara richiedeva costante attenzione. Matteo era più indipendente ma molto più pericoloso: rovesciava, cadeva, spargeva, e sempre con quellaria stupita, come se il mondo lo cogliesse di sorpresa ogni volta.
Alle sei, schiena e testa la facevano già soffrire. Alle sette e mezza, era esausta.
Grazie, mamma! Sei un vero tesoro! diceva Claudia, e spariva. E Marina si sedeva sul divano, nel silenzio, a pensare: qualcosa non va.
Ma cosa fosse esattamente non riusciva a capirlo.
A suggerirglielo, curioso, fu la televisione. Un talk show dove una donna non più giovane diceva in camera: Ho vissuto sempre per gli altri. E solo a sessantanni ho capito che ho il diritto di vivere anche io.
Marina guardava lo schermo.
Interessante, ha detto a voce alta.
In quel momento ha preso dal cassetto lorario stampato del Ballo per Adulti. La stagione finiva a fine aprile. Restava un mese e mezzo. Ce la poteva fare. Se davvero lo voleva.
E ora sì, Marina lo voleva.
Il giorno dopo ha chiamato la scuola, si è iscritta di nuovo. Ha messo il foglio bene in vista, sotto la calamita con il Canal Grande sul frigorifero. Ha chiamato Teresa: sabato prossimo si va al cinema.
Teresa si è sorpresa, ma ha detto di sì. Perfetto, ha risposto.
Bastano due telefonate per ritrovare un pezzetto di sé, ha pensato Marina.
Domenica è uscita a fare una passeggiata da sola. Senza nipoti, senza borse, per il puro piacere di farlo. Ha camminato lungo lArno, ha preso un caffè in un bar con la vista sul fiume. Al tavolo accanto, una coppia della sua età rideva piano tra loro. Marina li guardava e pensava: la pensione non è la fine. È solo un altro inizio. Hai chiuso la partita doppia e inizi a vivere.
Lunedì è tornata allasilo.
Quella sera, Claudia ha guardato la madre con più attenzione del solito.
Mamma, perché sei così contenta?
Solo che oggi sono di buon umore, ha risposto Marina.
Ah, ha detto Claudia, senza farci caso.
Peccato.
Perché il venerdì sera Claudia ha richiamato. La voce rilassata, serena come chi non ha mai un pensiero:
Mamma, io e Alberto mercoledì prossimo partiamo tre giorni per riposare, siamo esausti. Puoi tenere tu i bambini?
Proprio in quei tre giorni Marina aveva già prenotato e pagato un viaggio organizzato. Firenze, con Teresa e due amiche. Hotel con colazione, guida, visita agli Uffizi, chianti. Tutto incluso.
Marina ha guardato il telefono.
Poi lorario delle lezioni sotto la calamita di Venezia.
E la stampa della prenotazione, lì accanto. Stavano lì tutte e due, tra complicità e protesta silenziosa.
E ciò che da tre settimane ribolliva dentro di lei era ormai pronto a traboccare.
Marina non ha risposto subito.
Di solito diceva sì. Oppure va bene. O certo, come potrei rifiutare. Tre risposte, e caso chiuso. Sta volta, però, ha preso tempo. Tre secondi. Tre lunghi secondi di silenzio.
Claudia, ha detto, non posso.
Silenzio anche dallaltra parte.
Come, non puoi? ha chiesto la figlia. Non arrabbiata, solo stupita.
Ho già comprato un viaggio. Firenze, con Teresa. Non ci sono.
Silenzio.
Davvero?
Sì, davvero.
Ma mamma, sei in pensione! Ora dovresti pensare solo ai nipoti, ha ribadito Claudia, con tono di chi spiega che il cielo è blu. La pensionata sta con i nipoti. Fine delle discussioni. Così è il mondo.
Marina si è presa ancora qualche secondo.
Claudia, sono la nonna. Non una baby-sitter gratuita.
Cosa hai detto? mormorò Claudia, con una voce che si faceva più sottile e tagliente.
Ho detto quello che ho detto.
Mamma, ma tu capisci che noi lavoriamo? Che contiamo su di te?
Certo che capisco, ha risposto calma Marina. E ho aiutato. Tre settimane, ogni giorno questo non è aiutare?
Ma tu sei sempre a casa!
Ecco di nuovo.
Sei sempre a casa.
Claudia, ha detto, ho vissuto trentacinque anni per te. Da sola, senza aiuti e senza vere ferie. Non mi lamento, era scelta mia. Ma ora voglio vivere un po anche io.
Claudia non se laspettava.
Mamma, è egoismo!
Chiamalo come vuoi, rispose Marina.
E ha chiuso la chiamata.
Quasi non ci credeva di averlo fatto.
Ha poggiato il telefono sul tavolo. Si è fatta una tisana. Si è seduta accanto alla finestra.
Dopo venti minuti, Claudia ha richiamato.
Mamma. Ora cosa facciamo?
Lo so, anchio alla vostra età non sapevo sempre cosa fare. Ma poi ho trovato il modo.
Non è la stessa cosa!
E perché no?
Claudia è rimasta in silenzio. Forse non sapeva cosa rispondere, o forse sapeva ma non aveva il coraggio di dirlo.
Ma sei in pensione, ha detto ancora, più piano, senza la sicurezza di prima. Cosaltro dovresti fare?
Quello che voglio, rispose Marina. Ballare. Viaggiare. Caffè con vista fiume. Cinema francese. O anche solo sedermi alla finestra a guardare la strada: è un mio diritto. Tu non mi spieghi mica quello che fai la domenica, no?
Io lavoro!
Ho lavorato per trentanni.
Lunga pausa.
Mamma, sospirò Claudia, sei cambiata.
Sì, rispose Marina. Magari tardi. Ma meglio tardi che mai.
Non ti capisco.
Lo so. Ma un giorno capirai.
Si sono salutate fredde. Nessun ciao mamma, nessun ti voglio bene. Solo arrivederci, come sconosciute in ascensore.
Marina rimase seduta a lungo davanti alla finestra.
Senza pensare a niente.
Né ai nipoti, né a Claudia, né se aveva fatto la scelta giusta.
Poi prese il telefono e scrisse un messaggio a Teresa: Si parte. Prenota tu.
Teresa rispose un minuto dopo, con tre punti esclamativi.
Olè!!!
Marina sorrise. Fuori la primavera di aprile faceva spuntare le prime gemme sui rami, allegra e impaziente, senza guardare indietro.
Come se anche lei avesse deciso: basta aspettare. È ora.
Claudia non chiamò per quattro giorni.
Marina intanto girava per Firenze, assaggiava il vin santo a piccoli sorsi, fotografava i campanili e rideva con Teresa per cose leggere e inutili, quelle cose che fanno ridere solo se finalmente hai tirato un sospiro e non corri più.
È tornata domenica sera.
Claudia ha richiamato il giorno dopo. Da sola. La voce più calma, con pause: come chi ha già provato a dirsi le cose a mente, ma comunque si confonde.
Mamma, forse ho sbagliato. Certo che hai diritto alla tua vita.
Sono felice che tu lo capisca.
È solo che ci eravamo abituati che tu ci sei sempre…
Lo so. È anche colpa mia.
Silenzio.
Mamma, ci aiuterai ancora? chiese Claudia. Non ogni giorno. Solo quando puoi.
Quando posso, con tutto il cuore, rispose Marina. I miei nipoti sono i miei tesori. Solo che qualche volta non è ogni giorno perché tanto sei a casa.
Sì, disse piano Claudia. È diverso.
Ora Marina prende i nipoti il venerdì. Per scelta, con piacere. Fanno i ravioli insieme, guardano i cartoni, e ogni tanto lei racconta di Firenze delle cupole dorate e che il vin santo è dolce, se scegli bene.
Il martedì, invece, ha il corso di ballo.
E ormai Sara e Matteo dicono allasilo che la loro nonna balla. Con orgoglio, si sente.
Una nonna che balla è meglio di una nonna che sta solo in casa.




