Sembrava proprio il Diavolo contro cui le avevano messa in guardiaFinché la bambina non sussurrò quattro parole che cambiarono tutto
Allora cera stata una bufera che aveva avvolto il paese come un sudario, uno di quei pomeriggi dinverno nel Nord Italia in cui il cielo si fa opaco e il vento fende gli abiti come avesse un conto in sospeso con chiunque osi mettere il naso fuori. Le strade strette si erano svuotate mentre i lampioni si accendevano uno dopo laltro, e Riccardo Rosso Bianchi camminava da solo verso casa, gli scarponi che affondavano sulla neve fresca con uno scricchiolio cupo, sproporzionato rispetto al silenzio circostante.
Era alto quasi due metri, avvolto in un vecchio giubbotto di pelle nera segnato da cicatrici e dal tempo, proprio luomo che i genitori descrivevano sottovoce ai figli quando li stringevano per mano camminando per stradauno di quelli la cui sola presenza faceva venire voglia di stare alla larga, anche se non stava facendo nulla di più rischioso che chiudere prima lofficina delle moto, visto che la tempesta aveva spaventato i pochi clienti con giudizio rimasti in paese.
Un tempo quel timore gli sarebbe piaciuto, perché la paura significava controllo, e il controllo era sopravvivenza. Ma quella versione di Riccardo giaceva seppellita sotto distanza, silenzi e un paese che non faceva domande, purché lui rimettesse a posto motori e pagasse puntualmente laffitto.
Il Vicolo della Dogana era la sua scorciatoia, una striscia stretta dietro la trattoria e la farmacia, ingombra di bidoni dimmondizia, pozze gelate e lodore acido del grasso e del marcio. Appena ci entrò, con il bavero tirato su contro la bora, un vecchio istintoquelli che vengono più dalla memoria che dalla logicaaffiorò in lui, il genere di sensazione che ti mette in allarme prima ancora che il pericolo si riveli.
Lo sentì.
Un suono piccolo, inghiottito dal vento, ma troppo umano per essere ignorato: un singhiozzo fragile, poi parole che non appartenevano certo a un vicolo, tanto meno in una notte così.
Per favore… non fategli del male.
Riccardo si immobilizzò, lo scarpone che slittava in avanti sulla neve, il fiato grosso che fumava nellaria mentre i suoi occhi si abituavano allombra dietro i cassonetti: lì, una bambina di forse otto anni era incollata al muro di mattoni, con le braccia che stringevano un neonato, avvolto in una coperta troppo sottile per essere daiuto contro il gelo.
Il volto segnato dalle lacrime e dal freddo, le labbra tremanti che quasi si confondevano con le parole. Quando Riccardo si fece più vicino, vide la paura degli occhi della bambina diventare qualcosa di più profondo, qualcosa dimparato troppo presto.
Quello sguardo lo conosceva: non nei bambini, ma negli uomini finiti in angoli dove la pietà era solo una leggenda. Gli si strinse una fitta nel petto.
Non vi farò del male, disse abbassando la voce, inginocchiandosi piano perché la sua mole non diventasse minacciosa, le mani bene in vista, come aveva imparato quando le parole contavano più dellorgoglio.
La bambina scosse la testa, stringendo più forte il piccolo, che emise un flebile gemito, le dita piccole che scavavano nella giacca come se sapesse che lei era tutto ciò che lo separava dal mondo.
Mi chiamo Riccardo, sussurrò lui, ogni parola pesante. State morendo di freddo. Voglio solo aiutarvi.
La bambina deglutì, la voce rotta dal gelo: Non lasciare che li portino via.
Chi?, chiese Riccardo, anche se un presentimento già lo agitava.
Gli uomini cattivi, rispose tra i denti che battevano. La mamma ha detto che sarebbero tornati.
Il neonato cominciò a piangere più forte: fame, stanchezza e freddo in un unico lamento. Senza pensarci, Riccardo tolse il giubbotto e lo poggiò sulla neve tra loro, come unofferta.
Dopo unesitazione infinita, la bambina annuì.
Mi chiamo Lucia, sussurrò. Lui è mio fratello, Paolo.
Non li toccò subito, né fece promesse vuote, ma sapeva con una chiarezza spietata che se se ne fosse andato li avrebbe condannati.
Sollevò Paolo dalle braccia esauste di Lucia: il neonato tacque distinto, rapito dal calore inaspettato del petto di Riccardo. Lucia, ancora tremante, si avvicinò solo quando lui le tese un braccio libero. Nessuna paura poteva cancellare il senso di responsabilità, quando a otto anni la vita ti aveva già fatto crescere.
La porta della trattoria si spalancò sotto la sua spalla, avvolgendoli di luce e tepore come una benedizione mai vista: la stanza intera si bloccò, posate a mezzaria e tazze sospese, mentre tutti fissavano luomo tatuato con i due bambini. Poi la signora Angelica Rinaldi, la cameriera, si mosse subito.
Oh, tesoro, mormorò, afferrando subito delle coperte e inginocchiandosi davanti a Lucia, che finalmente crollò, mentre il cioccolato caldo fumava sul tavolo e Paolo beveva il latte come fosse la prima roba buona che avesse mai assaggiato. Riccardo restò in silenzio, osservando, già consapevole che qualcosa dirrimediabile era cominciato.
Quella notte i bambini dormirono sul suo divano, avvolti in coperte prese in prestito. Ma Riccardo non chiuse occhio, perché la sua casa era silenziosa, il passato no.
La verità arrivò la mattina dopo, in una lettera spiegazzata nello zaino di Lucia: un foglio del centro di recupero, intestato a una certa Margherita Rossi, nome che non sentiva da anni ma che ricordava beneuna ragazza di periferia, occhi vuoti e sogni già spezzati. Era la loro madre.
Ed era sparita.
Gli assistenti sociali arrivarono prima di quanto si aspettasse: cortesi ma fermi, sorrisi che non arrivavano agli occhi, domande che graffiavano la sua storia come rasoi. Il nome dei Falchi Neriil vecchio club di motofece cambiare laria nella stanza: la diffidenza era densa come fumo.
Qui sono al sicuro, disse Riccardo, mentre Lucia si stringeva dietro di lui, aggrappata alla sua camicia.
Poi, dopo tre giorni, il colpo di scena: Margherita riapparvemai redenta, mai sobria, solo disperata e furiosa, accusando Riccardo di averle rubato i figli, urlando davanti a casa finché non arrivarono i carabinieri, con Lucia in lacrime e Paolo che piangeva. Riccardo si mise tra loro: un muro.
Nessuno si aspettava però che fosse Lucia, con voce tremante ma chiara, a fermare tutto.
Ci ha abbandonati, dichiarò. Ha scelto la droga. Lui ha scelto noi.
Il silenzio cadeva pesante.
Il tribunale impiegò mesi.
Documenti su documenti.
Testimoni.
Angelica testimoniò.
Le maestre raccontarono il cambiamento di Lucia.
I medici notarono il miglioramento di Paolo, la sua serenità.
Infine Margherita non superò lultima valutazione, sparì di nuovo, lasciando solo carte e promesse rotte. Quando il giudice diede a Riccardo la tutela definitiva, citando non il sangue ma i fatti, la costanza e la voce stessa dei bambini, la storia passò oltre i confini del paesino innevato.
Quando Riccardo uscì dal tribunale, tenendo la mano di Lucia, Paolo sulle spalle che rideva nellaria fredda, la folla non vedeva più un motociclista.
Vedevano un padre.
E da lontano, il vento portò via per sempre leco di una menzognache i mostri si riconoscano sempre dal volto.
Lezione di vita
A volte la vita insegna ai bambini a temere le persone sbagliate, perché la bontà non ha sempre un volto gentile, la redenzione non arriva mai pulita né silenziosa, e lamore vero si misura non da ciò che si è stati o da quellaspetto che si porta, ma da chi si decide di proteggere anche quando si rischia tutto.





