08/11/2025 Diario
Stasera, dal grande vetrato del mio nuovo appartamento al ventiduesimo piano di un grattacielo di Milano, osservo le luci della città come fossero stelle cadenti su una lava incandescente. Ogni auto è una perla, ogni semaforo un rubino o uno smeraldo. Dallalto mi sembra di sorvolare la metropoli come un rapace che ha trovato finalmente il suo ramo dappoggio.
Ho conquistato tutto ciò che una volta mi sembrava impossibile. In lontananza, il camino di una fabbrica di acciaio fumo ancora, quella stessa che ho salvato dalla bancarotta anni fa. Il mio nome è noto negli ambienti imprenditoriali: mi temono, mi rispettano, mi ammirano. Lappartamento di design, la macchina sportiva, lorologio che costa più di una berlina di lussotutto è qui, esattamente come sognavo mentre spostavo sacchi di farina al mercato di Piazza Portello negli anni 90.
La vita sembrava un piano daffari perfetto, dove ogni azione porta profitto. Eppure, la sera, avvicinandomi a quella finestra, non sentivo più lorgoglio, ma un silenzio immenso, come quello di una chiesa vuota.
Il mio cellulare, quel secondo collega che suona solo per affari, vibra sul vetro. Schermo: numero sconosciuto. Perdo un istante, quasi per fastidio per gli spam, ma poi rispondo.
Pronto? dico, con la voce ancora un po stanca dal lavoro.
Una soffocata esitazione, poi una voce femminile che non sentivo da più di ventanni.
Marco? Sono sono Ginevra. La tua compagna di corso.
Mi appoggio al freddo vetro e ricordo Ginevra: la ragazza magra con le trecce, che rideva delle mie ambizioni e mi diceva che la vera forza sta nelle radici, non nellaltezza. Allora rispondevo con un sorriso di circostanza. Che radici, quando si vuole volare?
Ginevra, che fortuna balbetto. Di cosa hai bisogno?
Mi aspettavo una richiesta di soldi o di un impiego, come spesso accade con i vecchi conoscenti. Ma la sua voce è diversa.
Ti chiamo perché ho messo a posto le cose nella casa di campagna di mia madre. Ho trovato i tuoi vecchi appunti e un libro. Il lunedì comincia il sabato di Strugatskij, quello che hai perso al primo esame. Lho tenuto per anni, ma non lho mai restituito. Scusa, non ho mai avuto tempo.
Il ricordo di quel libro, di maghi normali, di unidea di scienza e avventura, mi riporta a quegli anni in cui sognavo di essere un inventore, non solo un banchiere.
E pensi che ti interessi? chiede, esitante. Vendo la cascina, quindi sto facendo ordine. Forse i ricordi ti sono cari?
Il pensiero di liberarmene mi passa per la mente, ma invece chiedo:
Dovè la cascina?
A Bellano, sul lago, lì dove eravamo una volta. Ricordi il fiume, il fuoco, il tuo vestito di cotone?
Nella mia mente tornano le serate destate, i ragazzi che discutevano del futuro dellumanità, i sogni di cambiare il mondo.
Va bene, mandami lindirizzo. Ci passo.
Guidando il mio SUV su strade di campagna sconnesse, sento di viaggiare non solo nello spazio ma anche nel tempo, rivivendo profumi di colonia economica e gioventù spensierata.
Arrivo alla cascina, ormai un po trascurata: il cancello è inclinato, la parte del terreno è invasa dallerba. Ginevra scende dal portico, quasi senza trucco, con un semplice vestito di lino, lo sguardo profondo, la stessa dolcezza di un tempo.
Entra, il tè è pronto dice, indicandomi la cucina con il vecchio bollitore.
Mi racconta della sua vita: contabile in una piccola azienda di produzione, vive vicino alla cascina, ha una figlia adulta, un nipotino, il marito è morto in un incidente anni fa. Per lei grattacieli e borsa sono cose di un altro pianeta.
Mi porge il libro rilegato in cartoncino, le pagine ingiallite, i margini pieni dei miei scarabocchi giovanili. Un piccolo nodo stringe il cuore, come se una corda invisibile fosse stata tirata dopo anni di silenzio.
Grazie per averlo conservato sussurro.
E cosa devo fare? risponde, alzando le spalle. È tutto inutile, ma non riesco a gettarlo via. È il sale della vita.
Le chiedo, quasi a caso, con una durezza che non mi appartiene:
Non ti sembra di sprecare la tua vita? la interrogo, quasi chiedendole scusa. Nessun grande evento, niente di spettacolare. Ti sei mai pentita?
Ginevra mi guarda senza rimprovero, ma con una leggera tristezza.
La grandezza ha forme diverse, Marco. Guarda mi porta al finestrino, dove un vecchio melo spunta tra lerba. Mio nonno lo piantò, mio padre costruì quel capannone. Mia figlia giocava qui, ora è il nostro nipotino a correre. Questo è il mio mondo. Non rimpiango, ho vissuto e vivo.
Resto a guardare quel melo, il capannone traballante, la casa di legno. Un pensiero affilato mi trafigge: ho costruito torri di vetro, ma non ho mai avuto un albero che custodisse il calore delle mie mani. Ho raggiunto le altezze, ma non ho radici.
Stasera, con un importante pranzo con gli investitori, dovevo partire, ma ho annullato. Sono tornato al ventiduesimo piano, ho preso il libro di Strugatskij, lho aperto a caso e ho letto: «La felicità è per tutti, gratis, e nessuno deve andar via ferito». Ho osservato le luci della città finché non è calata la notte, e per la prima volta in anni ho desiderato non volare più in alto, ma piantare un albero, il mio albero.
Al mattino mi sono svegliato con la sensazione che qualcosa dentro di me si fosse spezzata, per sempre. Ho guardato la mia abitazione sterlina, bianca, minimalista: pochi mobili, qualche quadro costoso, ordine perfetto. Non è una casa, è solo una scenografia senza anima.
Ho preso il telefono, ho esitato a chiamare il segretario, poi ho digitato un altro numero.
Pronto, Ginevra? Sono ancora io, Marco. Pausa. Posso fare un salto? Ho una domanda.
La sua voce tradisce una lieve sorpresa, ma accetta.
Due ore più tardi, il SUV è di nuovo su strade di terra, ma questa volta non servo acceleratore; osservo i paesaggi familiari e dimenticati.
Ginevra mi attende sul portico, lo stesso sorriso tranquillo.
Pensavo fossi già in città commenta. Hai degli affari, vero?
Gli affari possono aspettare rispondo, senza lasciarle scappare il momento. Vendi la cascina? A quanto?
Mi indica un prezzo, una somma che per me è solo spiccioli. Dico subito:
La compro, ma con una condizione.
Il suo sguardo si riempie di perplessità.
Voglio restare qui, gestire, non so bene come chiamarlo. Non potrò stare sempre, ma voglio che questo posto viva. Che abbia anima. E che io possa tornare quando voglio per piantare quellalbero.
Parlo confuso, non da uomo daffari, ma con il cuore in gola. Lei legge nei miei occhi una gamma di emozioni: dubbio, speranza, curiosità.
Marco, sei impazzito? sbuffa infine. Perché vuoi comprare questa rovina?
Ho i grattacieli, sogghigno amareggiato. Ma non ho un luogo così. Non compro solo una cascina, compro un punto di partenza. Che ne pensi?
Guarda il melo, il sentiero verso il lago.
Va bene dice, quasi a sé stessa. Ma devi davvero venire, piantare lalbero, ricordare perché lo vuoi.
Ci stringiamo la mano, senza avvocati, senza contratti, solo un patto di cuore. Per la prima volta, sento di firmare il più importante accordo della mia vita.
Ritorno a Milano, continuo a chiudere contratti, a guadagnare milioni, ma la sera, avvicinandomi alla finestra, non cerco più la superiorità. Invece, mi porto mentalmente tra quei campi di mele e lerba fresca.
A volte riapriamo il Lunedì comincia il sabato e leggo le frasi sottolineate dal giovane che credeva di poter rendere felice il mondo gratuitamente. Inizio a capire da dove cominciare.
Allinizio, trattavo la cascina come un investimento: annotavo tutto su tablet costoso, facevo liste di riparazioni. Ginevra non si opponeva; preparava marmellate, raccoglieva verdure, e ogni tanto, appoggiata al telaio della porta, osservava quel tipo impeccabile coperto di fango.
Una sera di pioggia, quando ero riuscito a sottrarmi al lavoro, ci sedemmo in cucina, bevendo tè con la sua marmellata di ribes. Il dialogo commerciale era finito; le parole personali rimanevano chiuse da un muro.
Allora Ginevra, senza guardarmi, chiese:
Ti ricordi la discussione su Shakespeare con il professore? Tu dicevi che Amleto era un genio procrastinatore, io che era solo un ragazzo infelice.
Rimasi colto alla sprovvista, la guardai come se la vedessi per la prima volta. Non più la contabile, ma la ragazza con gli occhi luminosi.
Ricordo risposi, rauco. E ancora penso di avere ragione.
E io? sorrise, e le rughe dei suoi occhi si illuminarono.
Un sorriso vero, non di cortesia, attraversò il mio volto.
Con il tempo, venivo più spesso, senza tablet, ma con libri dalla città, sistemandoli sugli scaffali che avevo restaurato. Parlavamo di tutto: di letture, di ricordi, di ciò che era importante allora e ora lo è.
Una sera la trovai a leggere Il Piccolo Principe a suo nipote. La luce della lampada dorava il suo viso; la sua voce era un canto di dolcezza che mi strinse il cuore. Stavo alla porta, quasi non respirando, temendo di disturbare quel momento perfetto. Capii che avrei voluto ascoltare quella voce per il resto della mia vita.
Divenni il suo aiutante, goffo allinizio: tagliavo legna, riparavo il lavandino, annaffiavo i pomodori. Il suo sguardo approvante mi fece sentire non un fallito, ma un pioniere della vita.
Arrivò la prima neve di Capodanno. La cascina era bianca, il fumo dalla stufa profumava di pino e mele cotte. Ginevra mise la tavola per due. Guardando le sue mani che disponevano i piatti, capii con chiarezza assoluta: ero a casa, davvero a casa, per la prima volta dopo tanti anni.
Mi avvicinai a lei, la abbracciai per le spalle, posizionai il muso nei suoi capelli. Lei si fermò, poi si rilassò, poggiando la mano sulla mia.
Rimani sussurrò, non come una richiesta, ma come una constatazione inevitabile.
Non andrò via risposi, con la decisione più leggera e più vera della mia esistenza.
Da quel momento, i nostri giorni scorrono senza fine, colmando gli anni persi, condividendo paure, speranze, cicatrici. Bacio le sue mani calde, lei accarezza le mie tempie grigie. È una fiamma costante, non un fuoco improvviso, che ci riscalderà fino alla fine.
Al mattino, il sole bussa alla finestra. Ginevra dorme accanto a me, il suo volto sereno. Scendo sul portico, laria è gelida, la neve acceca. Il telefono vibra: decine di chiamate perse da soci e investitori. Lo guardo un attimo, poi lo metto via, deciso a non rispondere più.
Non sono più luomo che planava sopra la città. Sono quello che, finalmente, ha gettato radici. E questa è la vittoria più grande che possa mai conquistare.
Le radici non sostengono solo lalbero, ma anche chi lo pianta.






