Sempre connessi: Una giornata di Nadja, tra profumo di tè, radio, vecchio telefono e la prima avvent…

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La mattina di Lucia Bianchi iniziava sempre nello stesso modo. Il bollitore sul fuoco, due cucchiaini di tè nella vecchia teiera panciuta, che proteggeva come un tesoro da quando i figli erano piccoli e tutto sembrava ancora possibile. Mentre lacqua scaldava, accendeva la radio in cucina e ascoltava le notizie distrattamente. Le voci dei conduttori le erano ormai familiari, più di molti volti attorno a lei.

Sulla parete cera un orologio dalle lancette gialle. Le lancette filavano precise, ma la suoneria del telefono fisso sotto di loro si sentiva sempre meno. Un tempo gracchiava quasi ogni sera, quando le amiche chiamavano per commentare la fiction o lamentarsi della pressione. Ora le amiche si ammalavano, si trasferivano dai figli in altre città, oppure svanivano dal mondo come il fumo leggero del ragù. Il telefono stava allangolo, robusto, la cornetta ben modellata per la mano. Lucia la accarezzava camminando, quasi a vedere se era ancora vivo quel modo di essere raggiunta.

I figli chiamavano col cellulare. Più che altro, sapeva che si chiamavano tra di loro, perché quando venivano a trovarla non smettevano mai di toccare lo schermo. Suo figlio poteva interrompere una frase, fissare il display e sussurrare: «Un attimo», cominciando a digitare nervoso. La nipote, una ragazzina magra con una treccia lunghissima, il telefono lo teneva come fosse un talismano. Lì aveva amici, giochi, compiti, canzoni. Tutti avevano tutto lì dentro.

Lei invece aveva ancora un vecchio cellulare coi tasti. Glielavevano comprato la prima volta che era finita in ospedale per la pressione.

«Così possiamo chiamarti sempre», aveva detto il figlio allora.

Lo teneva in una custodia grigia sulla mensola dellingresso. A volte si dimenticava di caricarlo. Altre volte rimaneva sepolto nella borsa, tra fazzoletti e scontrini della Coop. Raramente squillava, e quando finalmente lo faceva, Lucia spesso non trovava subito il tasto giusto, mordendosi poi le labbra per la lentezza.

Quel giorno compiva settantacinque anni. Un numero che non le sembrava suo: si sentiva almeno dieci anni meno, forse anche quindici. Ma la carta didentità non mente. La mattina seguiva il percorso consueto: tè, radio, una breve ginnastica per le articolazioni, quella insegnatale dalla dottoressa allambulatorio. Poi dal frigo tirava fuori uninsalata fresca, preparava la crostata sul tavolo. I figli avevano promesso di arrivare per le due.

Si stupiva ancora che il compleanno ora si organizzasse su qualche «chat» e non più al telefono. Suo figlio, una volta, aveva detto:

Con Martina decidiamo tutto sulla chat di famiglia. Un giorno te lo faccio vedere.

Ma quel giorno non arrivava mai. Per Lucia, «chat» suonava come la parola di una vita parallela, dove la gente vive in finestrelle e parla a colpi di lettere.

Alle due arrivarono. Prima il nipote Marco, rumoroso con lo zaino e le cuffie, poi la nipotina Caterina, silenziosa e leggera come un gatto, quindi suo figlio con la nuora, carichi di buste della Esselunga. Lappartamento si riempì in un attimo di voci schiacciate, di odore di dolci da pasticceria, profumo di nuora e quel sentore improvviso di freschezza che lei non riconosceva.

Auguri, mamma il figlio la abbracciò svelto, come chi ha mille pensieri in testa.

I regali sul tavolo, i fiori subito nella brocca. Caterina domandò il WiFi appena messo piede in casa. Il figlio, scocciato, cercò in tasca il foglietto del codice, dettando numeri e lettere che a Lucia facevano un gran ronzio in testa.

Nonna, perché non sei nella chat? domandò Marco, togliendosi le scarpe e andando verso la cucina. Lì succede tutto.

Ma quale chat borbottò lei scivolando verso di lui il piatto della crostata. A me basta già questo telefono.

Mamma, intervenne la nuora ecco, in realtà… si guardò col marito Abbiamo pensato di regalarti una cosa.

Il figlio tirò fuori una scatolina bianca, lucida, con i riflessi argentati. Lucia sentì lansia salire come una nebbia: aveva già capito.

Uno smartphone annunciò il figlio, come se fosse una diagnosi. Niente di esagerato, ma buono, con la fotocamera, internet, tutto il necessario.

Ma a me cosa serve? disse leggendo la voce, nonostante la burrasca nel petto.

Così possiamo sentirci in video, la nuora parlava sicura, come da copione. Sulla chat mandiamo foto, notizie, e poi ormai tutto si fa con internet. Anche le visite dal medico, le bollette, gli appuntamenti. Sempre dicevi che le file allASL ti pesano.

Ma io faccio come sempre… provò lei, vedendo il figlio trattenere il fiato.

Mamma, è per stare più tranquilli. Se ti serve ci scrivi subito. E non devi impazzire col vecchio cellulare e il tasto verde.

Sorrise, cercando di addolcire le parole. Ma Lucia sentiva quella punta amara: «Il tasto verde». Come se ormai non sapesse più fare niente.

Va bene, disse accettando la scatola. Se lo volete proprio.

La scartarono tutti assieme, come i regali dei bambini di un tempo. Solo che ora i bambini erano grandi, e lei si ritrovava al centro, più allieva che festeggiata. Tiriarono fuori quella tavoletta nera e sottile, fredda da tenere in mano. Nessun tasto sullo schermo.

Tutto è touch, spiegò Marco. Devi solo toccare così.

Sfiorò il vetro con un dito: il display si accese di icone colorate. Lucia trasalì. Sembrava che quelloggetto diavolesco stesse per chiedere password, login e chissà cosaltro.

Non avere paura, disse Caterina dolce, improvvisamente. Noi sistemiamo tutto. Tu non toccare nulla da sola, ok? Finché non ti spieghiamo.

Questa frase le fece male come una ferita. «Non toccare da sola». Come una bimba che potrebbe rompere il centrotavola di porcellana.

Dopo pranzo passarono in salotto. Il figlio si sedette accanto sul divano, posò il telefono sulle sue ginocchia.

Guarda, cominciò. Questo è il tasto di accensione. Tieni premuto. Così. Appare una schermata, poi lo blocchi e poi lo sblocchi trascinando il dito. Guarda.

Andava troppo veloce, le idee le si mescolavano. Tasto, schermata, blocco: parole da altra lingua.

Aspetta, lo fermò. Una cosa alla volta. Se no dimentico tutto.

Figurati, fece lui. Vedrai che è semplice.

Lei annuì, consapevole che invece il tempo le sarebbe servito. Tempo per convincersi che il mondo ora stava dentro quei rettangolini, e toccava anche a lei strisciare dentro.

La sera tutti i numeri erano nel telefono: figli, nipoti, la vicina Valentina Galli, il medico di base. Il figlio installò WhatsApp, creò un account, la aggiunse alla chat. Mise il carattere grande, così non avrebbe dovuto strizzare gli occhi.

Ecco, le mostrava. Qui si scrive. Ora ti faccio vedere.

Digitò. Sul display comparve un messaggio inviato a sé. Poco dopo, sotto, arrivò quello della nuora: “Evviva, mamma sei con noi!” Poi Caterina, con una pioggia di emoji colorate.

E io, come faccio? chiese. Come scrivo?

Premi qui, il figlio indicò il box. Salta fuori la tastiera. Puoi scrivere. E se vuoi, anche la voce: premi il microfono e parli.

Lei provò. Le dita tremavano. Invece di «grazie» scrisse «graszie». Il figlio rise, la nuora anche. Caterina ridacchiò e inondò la chat di icone.

Tranquilla, disse il figlio notando il suo imbarazzo. Tutti sbagliano le prime volte.

Lucia annuì, ma dentro sentiva vergogna. Come se avesse fallito una verifica facile.

Quando se ne andarono, la casa tornò silenziosa. Sul tavolo crostata avanzata, fiori e la scatola del telefono. Lapparecchio era lì, display a terra. Lo girò con cautela. Si illuminò la foto che Caterina aveva messo come sfondo: la famiglia a Capodanno, lanno prima. Si vide di profilo, vestita di blu, con la fronte aggrottata, già incerta se meritasse stare dentro quella foto.

Passò il dito come aveva visto fare. Apparvero icone. Telefono, messaggi, fotocamera, altro. Ricordò il consiglio del figlio: «Non toccare nulla di strano». Ma come discernere il normale dal proibito?

Alla fine ripose lo smartphone sul tavolo e si mise a lavare i piatti. Lasciò che si ambientasse, come un gatto nuovo.

Il giorno seguente si svegliò prima del solito. Cercò subito il nuovo telefono. Era lì, estraneo e impenetrabile. La paura calava piano. In fondo era solo una cosa. Si era abituata anche al microonde, temendo all’inizio che scoppiasse.

Preparò il tè, si sedette e tirò a sé il telefono. Lo accese. La mano sudava. Di nuovo la foto di Capodanno. Passò il dito. Icone. Trovò la cornetta verde, almeno qualcosa di noto e premette.

Comparve la lista dei contatti: figlio, nuora, Caterina, Marco, Valentina Galli. Scelse il figlio. Premette. Il telefono frullò, sullo schermo delle righe in movimento. Lo portò allorecchio, come ai vecchi tempi.

Pronto? la voce del figlio, sorpresa. Mamma? Tutto bene?

Sì, rispose lei, orgogliosa. Testavo, così, per vedere se funziona.

Visto? Ti schiaccia. Brava mamma. Ma meglio chiamare su WhatsApp, costa meno.

E come si fa? si smarrì Lucia.

Dopo ti spiego. Sono al lavoro ora.

Chiuse la chiamata col tasto rosso. Il cuore batteva forte, come dopo una camminata rapida. Eppure dentro sentiva caldo. Aveva chiamato lei, senza aiuto.

Un paio dore dopo arrivò il primo messaggio nella chat di famiglia. Il telefono trillò breve, lo schermo si accese. Lucia trasalì. Leggeva: «Caterina: Nonna, come va?» Sotto lampeggiava una casellina vuota da riempire.

La fissò a lungo. Poi, lentamente, spinse il dito. Spuntò la tastiera. Le lettere erano piccole, ma comprensibili. Schiacciava una per volta. «V» fuori posto. Uscì «s». Cancellò. Provò di nuovo. Le dita scivolavano, ma in dieci minuti scrisse: «Tutto bene. Bevo tè». Sbagliò a scrivere «bene», ma lasciò così. Schiacciò il simbolo.

Subito il messaggio apparve in chat. A ruota, la risposta di Caterina: «Wow! Hai fatto tu?» E un cuoricino.

Lei si accorse che sorrideva. Aveva scritto da sola. Le sue parole erano lì, tra quelle dei suoi.

La sera arrivò Valentina Galli con una marmellata fatta in casa.

Ho sentito che ti hanno regalato quel… come si chiama… telefono intelligente, disse togliendosi le scarpe.

Smartphone, la corresse Lucia. Il termine le sembrava troppo alla moda per la sua età, ma lo pronunciò con compiacimento.

E come va? Non morde? scherzò la vicina.

Strilla solo, sospirò Lucia. Non ci sono tasti, tutto è diverso.

Anche mio nipote insiste. Dice che ormai serve a tutti. Io penso che ormai è tardi per me. Che si arrangino loro con gli schermi.

«Tardi» le punse il cuore. Pure lei lo pensava. Eppure in casa cera adesso una cosa che pareva dire il contrario: non è ancora tardi. Perlomeno si può tentare.

Due giorni dopo, il figlio le disse che laveva prenotata dal medico tramite internet. Lucia si stupì.

Ma come tramite internet?

Con lo SPID su “Fascicolo sanitario”. Ormai si fa così. Hai il login e la password sul foglietto nel cassetto sotto il telefono.

Aprì il cassetto. Cera davvero un foglio con numeri e lettere. Lo prese come si prende una ricetta. Tutto chiaro, ma cosa farne?

Il giorno dopo decise di provarci. Accese lo smartphone, cercò la piccola icona del browser come le aveva mostrato il figlio. Premette. Apparve una schermata bianca e una barra in alto. Lesse diligentemente lindirizzo dal foglio, scrivendo ogni carattere. Sbagliò due volte, cancellò. Finalmente il sito si caricò. Azzurro e bianco, bottoni e richieste.

Inserisci login, mormorò. Password.

Il login lo digitò. La password, con un misto di lettere e numeri, fu un incubo. La tastiera cambiava di posto, spariva, riappariva. Premette inavvertitamente, il campo si cancellò. Improvvisamente si trovò a sussurrare parolacce.

Alla fine appoggiò il telefono e prese la cornetta del fisso. Chiamò il figlio.

Non ci riesco, disse. Questi codici sono un supplizio.

Mamma, non perderci la testa rispose lui. Stasera passo a trovarti e ti faccio vedere di nuovo.

Passi sempre a spiegare disse Lucia, con inaspettata sferzata di voce. E poi vai e io resto sola con tutto questo.

Ci fu silenzio.

Capisco, disse il figlio. Ma ho il lavoro, lo sai. Facciamo così: vengo con Marco. Lui spiega meglio di me.

Lucia acconsentì. Ma chiuse la cornetta al rallentatore. Come dirsi inutile, una zavorra sempre in cerca di spiegazioni.

La sera, Marco si sedette accanto sul divano.

Forza, nonna, disse. Fammi vedere cosa non va.

Lucia aprì il sito, lo mostrò.

È tutto complicato, confessò. Tasti, parole. Ho paura di premere qualcosa e mandare tutto a rotoli.

Non si rompe niente, sorrise lui. Al massimo esci, e si ricomincia.

Parlava rapido, ma con pazienza. Le dita saltavano sullo schermo con destrezza, come uno chef col coltello. Le spiegò ogni simbolo, come cambiare lingua, come vedere gli appuntamenti medici.

Guarda, indicò. Qui cè la tua visita. Se non puoi venire, la annulli qui.

E se la annullo per sbaglio?

Pazienza, fece spallucce. Ti si riprenota, no problem.

Lei annuì. Per lui «no problem», per lei, un guaio intero.

Quando lui uscì, restò a lungo a rigirarsi il telefono. Sentiva che quel piccolo schermo la sfidava, lanciandole test: login, password, errore di connessione. Un mondo che prima era semplice chiama, vai, accorda ora imponeva sapere dove e cosa premere.

Dopo una settimana, accadde il misfatto della prenotazione. Si svegliò con la testa pesante, la pressione ballerina. Ricordava che tra due giorni doveva vedere il medico. Decise di controllare la data. Accese il telefono, entrò nel sito come le aveva insegnato Marco. Scorreva la lista, niente. Il suo nome non cera.

Il cuore precipitò nel vuoto. Lo schermo scorreva su e giù, senza esiti. Di sera aveva provato a vedere come si annullava un appuntamento: forse aveva toccato troppo.

Il pensiero girava vorticoso. Senza prenotazione era costretta ad andare allASL e far fila caldo e caos, gente che starnutisce. E la pressione già non scherzava. Sentiva che la paura la stringeva.

Per istinto avrebbe chiamato il figlio, ma sapeva che era in una settimana cruciale al lavoro. Immaginò lui, la fronte stretta, a spiegare ai colleghi: «Scusate, mamma non riesce col telefono». Si sentì colpevole.

Si ribellò. Sedeva, respirava. Poi ricordò Marco, ma pensò che era in università. Non voleva sempre chiedere aiuto.

Guardò lo smartphone. Nero, immobile, causa e soluzione del suo dilemma. Aprì il sito, entrò nel profilo. Le dita la tradivano, ma lentamente raggiunse la sezione degli appuntamenti. Vuoto. Chiuse gli occhi, inspirò e premette “Prenota visita”. Sfilava la lista. Scelse il medico. Poi la data: la più vicina era tre giorni dopo. Al mattino. Schiacciò “Conferma” e trattenne il respiro.

Lo schermo pensò qualche istante, poi comparve la scritta: “Prenotazione avvenuta”. Sotto, il suo nome, la data, lorario. Rilesse e rilesse, per essere sicura. Sentì il petto alleggerirsi. Ce laveva fatta da sola.

Per essere certa del tutto, tentò un passo ulteriore. Aprì WhatsApp, trovò la chat col medico di base, inserita dal figlio. Si preparò, poi schiacciò il microfono.

Buongiorno, sono Lucia Bianchi, disse piano, scandendo bene. Ho la pressione ballerina. Mi sono prenotata dal sito per dopodomani, mattina. Se può, controlli, per favore.

Lasciò andare il tasto. Il messaggio partì, apparve unicona. Attese nel silenzio. Dopo qualche minuto, il telefono trillò piano. Il medico rispose, con lettere grandi: «OK, TI VEDO IN LISTA. SE PEGGIORA, CHIAMA SUBITO».

Lucia sentì svanire una parte della tensione. Prenotazione fatta, medico avvisato. Tutto dal piccolo schermo.

A sera mandò nel gruppo famiglia: «Prenotata dal medico, da sola. Via internet». Sbagliò una parola, non corresse. Conta il senso.

Rispose subito Caterina: «Wow! Sei più forte di me». Poi la nuora: «Mamma, che brava. Orgogliosa!» E infine il figlio: «Te lavevo detto che andava!»

Leggeva quei messaggi e sentiva dentro di sé qualcosa fiorire. Non era ancora immersa nelle loro velocissime battute, meme e gif, ma tra loro e lei ora cera un filo sottile. Poteva tirarlo quando serviva, e avere una risposta.

Dopo la visita, che andò tranquilla, pensò che era il momento di imparare altro. Caterina raccontava che scambiava foto buffe di gatti, piatti e ogni amenità con le amiche. Lucia lo trovava strano, un po sciocco, ma un poco invidiava: a loro la giornata scorreva in immagini comuni, lei aveva solo la radio e la finestra sul cortile.

In un giorno di sole, col davanzale pieno di vasetti di pomodori, prese il telefono, aprì la fotocamera. Vide la cucina dentro la cornice. Avvicinò la mano ai vasetti. Schiacciò il cerchio. Un piccolo scatto.

La foto era sfocata, ma i germogli verdi si vedevano. Guardò e riguardò. Quelle piantine sembravano lei stessa: alla luce nonostante la terra pesante.

Aprì la chat e allegò la foto. Pensò a cosa scrivere. Si decise: «I miei pomodori crescono». Inviò.

Le risposte arrivarono rapide: Caterina mandò la sua scrivania sommersa di libri. La nuora, uninsalata con la frase «Imparo da te». Il figlio, selfie dallufficio tra documenti e sorriso: «Mamma ha pomodori, io report. Chi vince?»

Rise di cuore. La cucina non sembrava più vuota. Come se attorno al tavolo ci fossero tutti, ognuno nella sua città, ma comunque vicini.

A volte, certo, andava male. Una volta, per errore, mandò un audio alla chat di tutti, invece di provarlo solo per sé. Si sentiva lei che brontolava contro il TG. I nipoti risero di gusto, il figlio scrisse: «Mamma, sembri la conduttrice». Lei si vergognò, poi scoppiò a ridere. Almeno era la sua voce.

A volte confondeva le chat, e domandava a tutti come si cancella una foto. Arrivarono spiegazioni precise da Marco, un sincero «non lo so» da Caterina e la nuora che rispose: «Mamma, sei un portento!».

Continuava a confondersi con i tasti. Temendo gli aggiornamenti, che il telefono chiedeva di installare. «Aggiorna il sistema»: suonava come una minaccia di riscrittura.

Ma ogni giorno la paura diminuiva. Scopriva che poteva cercare da sé gli orari degli autobus, la meteo non solo dalla radio ma dallo schermo. Un giorno trovò online la ricetta del dolce che cucinava la mamma. Fece fatica a navigare, ma quando scorse gli ingredienti, si emozionò.

Non scrisse a nessuno. Fece la crostata, mandò la foto in chat con scritto: «Mi ricordo mia nonna». Piovvero cuori, punti esclamativi, e richieste della ricetta. Fotografò il foglietto scritto a mano e spedì.

A volte si accorgeva che guardava sempre meno il telefono fisso. Era sempre sulla parete, ma non era più lunico filo col mondo. Ora ce nera un altro, invisibile ma saldo.

Una sera, mentre fuori scendeva il buio e sulle finestre di fronte si accendevano le luci, Lucia si accomodò in poltrona col telefono e sfogliò la chat familiare. Cerano foto dal lavoro del figlio, selfie di Caterina con le amiche, battute di Marco, messaggi quotidiani della nuora. In mezzo, le sue domande, la foto dei pomodori, la vocina con una ricetta, il dubbio sui farmaci.

Improvvisamente si accorse di non essere più spettatrice dietro il vetro. Non capiva metà delle immagini, non sapeva fare le emoji come loro. Però i suoi messaggi venivano letti. Le rispondevano. Le sue foto ricevevano cuori come diceva Caterina.

Il telefono trillò. Nuovo messaggio. Da Caterina: «Nonna, domani ho verifica di matematica. Posso chiamarti per lamentarmi?»

Sorrise. Digitò lentamente, con attenzione: «Chiama quando vuoi. Io ci sono sempre». Inviò.

Poi posò il telefono accanto alla tazza. Una quiete riempiva la stanza, non più vuota. Da qualche parte, tra palazzi e scale, la aspettavano squilli e frasi. Non era entrata nella «frenesia dei giovani», come diceva Marco, ma aveva trovato una nicchia sua, in questo universo di schermi.

Finì il tè, si alzò, spense la luce in cucina e, rientrando in camera, guardò istintivamente il telefono. Il rettangolo nero stava lì, tranquillo. Sapeva che, appena lo volesse, bastava sfiorarlo per collegarsi ai suoi.

E per ora, questo le bastava davvero.

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