Senza istruzioni
Oggi mi è arrivata una foto su WhatsApp, era una pagina a quadretti scritta con penna blu, bella calligrafia inclinata, in fondo una firma: “Nonno tuo, Giuseppe”. Accanto un messaggio corto di mamma: “Adesso fa così. Se non vuoi rispondere, non fa niente”.
Ho zoomato la foto, cercando di decifrare ogni riga.
“Francesco, ciao.
Ti scrivo dalla cucina. Qui il mio nuovo compagno è il glucometro. Al mattino mi sgrida se esagero col pane. Il medico ha detto che devo camminare di più, ma dove vuoi che vada, ormai: tutti i miei sono già al cimitero e tu stai lontano, a Milano. Allora passeggio tra i ricordi.
Oggi, ad esempio, mi è venuto in mente quel lontano 1979 quando con i ragazzi scaricavamo le cassette al mercato di Verona. Pagavano due lire, ma almeno ci portavamo via qualche cassetta di mele. Quelle cassette erano di legno, con i ferri ai lati. Le mele erano verdi e aspre, ma comunque era una festa. Le mangiavamo subito, seduti sui sacchi di cemento. Le mani grigie, le unghie sporche di polvere, la sabbia che scricchiava tra i denti. Ma erano comunque buone.
Ecco, non voglio dire niente di particolare. Mi è solo venuto in mente. Non preoccuparti, non ho intenzione di insegnarti nulla. Tu hai la tua vita, io i miei esami.
Se hai voglia, scrivimi comè il tempo e come vanno gli esami.
Tuo nonno Giuseppe.”
Sorrido: “glucometro”, “esami”. Lorario di invio era di unora fa. Avevo già provato a chiamare mamma, ma non aveva risposto. Quindi davvero, adesso è così.
Scorro la chat. Gli ultimi messaggi di nonno erano vocali, lanno scorso: tanti auguri brevi e uno che chiedeva: “Come va luniversità?”. Avevo risposto con un emoji, poi più niente.
Stavolta resto a lungo sulla foto della pagina a quadretti. Poi apro il box di risposta.
“Nonno, ciao. Qui fa tre gradi e piove. Gli esami si avvicinano. Le mele costano adesso due euro e cinquanta al chilo. Non se ne mangiano molte.
Francesco”.
Poi penso, cancello “Francesco” e scrivo solo: “Tuo nipote, Francesco.” e invio.
Dopo qualche giorno mamma mi gira unaltra foto.
“Francesco, buongiorno.
Ho ricevuto la tua lettera, lho riletta tre volte. Adesso ti rispondo per bene. Il tempo qui è come da te, solo senza tutte le pozzanghere moderne della città. La mattina neve, a pranzo acqua, la sera la crosta di ghiaccio. Sono già scivolato due volte, ma vuol dire che non è ancora il mio momento.
Già che hai parlato di mele, ti racconto del mio primo vero lavoro. Avevo ventanni, lavoravo in una piccola fabbrica di ascensori. Un rumore assordante, polvere nellaria sempre. Avevo i pantaloni da lavoro grigi che non si smacchiavano più. Le dita sempre piene di tagli, le unghie nere dolio. Però ero fiero: avevo un badge per entrare, come i grandi.
La cosa più bella non era lo stipendio: era la pausa pranzo. In mensa ci servivano la zuppa in piatti pesanti, e chi arrivava prima si prendeva pure una fetta di pane in più. Ci mettevamo a tavola in silenzio: non perché non avessimo nulla da dire, semplicemente non avevamo le forze. Il cucchiaio in mano sembrava più pesante di una chiave inglese.
Adesso tu sarai seduto col portatile e penserai che sembra preistoria. Io invece penso: ero davvero felice, oppure semplicemente non avevo tempo di chiedermelo?
Che fai oltre agli esami? Lavori? O adesso siete tutti a inventare startup?”
Nonno Giuseppe
Leggo la lettera mentre sono in fila al kebabbaro. Tutto intorno rumori, litigi, pubblicità sparata dagli altoparlanti. Rileggo il pezzo sulla zuppa e i piatti pesanti.
Scrivo lì stesso, appoggiato al bancone.
“Nonno, ciao.
Lavoro come fattorino. Porto cibo o documenti. Non ho badge, solo unapp che si blocca sempre. Ma anche io mangio spesso via. Non rubo, solo non faccio in tempo a rientrare: prendo qualcosa di economico, magari in ascensore o in macchina di un amico. Anche io in silenzio.
Sarò felice? Non so. Non ho il tempo di chiedermelo.
Però la zuppa in mensa devessere stata buona.
Tuo nipote, Francesco.”
Volevo aggiungere qualcosa sulle “startup”, poi ho lasciato stare. Che se la immagini da solo.
La risposta dopo poco, sorprendentemente breve:
“Francesco, ciao.
Fattorino è una cosa seria. Ora ti immagino diverso: non più un ragazzino davanti al computer ma uno con le scarpe da ginnastica sempre di corsa.
Visto che hai parlato di lavoro, ti racconto quando facevo il muratore per arrotondare. Era tra un turno e laltro in fabbrica, quando i soldi non bastavano. Portavamo i mattoni fino al quinto piano su scale di legno. Polvere ovunque: nel naso, negli occhi, nelle orecchie. La sera toglievo le scarpe e ne usciva la sabbia. Tua nonna si arrabbiava perché le rovinavo il pavimento nuovo.
Ma non ricordo la stanchezza: ricordo un dettaglio. Lavorava con noi uno che chiamavamo “Sandro il Veneto” che arrivava sempre per primo, si sedeva su un secchio capovolto, sbucciava patate con un coltellino e le metteva in una pentola vecchia. A pranzo le cuoceva su un fornellino, tutto il piano profumava di patate lesse. Noi le mangiavamo con le mani, spolverate di sale dai sacchetti di carta. Erano la cosa più buona del mondo.
Adesso guardo il sacchetto di patate del supermercato e penso che non sono più le stesse. Forse non è colpa delle patate ma delletà.
Cosa mangi quando sei stanco? Non roba da asporto, vero?
Nonno Giuseppe”.
Non ho risposto subito. “Cosa mangio veramente?” Mi viene in mente quella volta lo scorso inverno, dodici ore di fila a lavorare, torno allalloggio e compro i tortellini dal minimarket aperto tutta notte; li butto nellacqua nella vecchia pentola in comune, sa di wurstel cucinati prima da qualcun altro. Si rompono, lacqua viene torbida, ma me li mangio in piedi, guardando fuori dalla finestra, senza un tavolo.
Dopo due giorni scrivo.
“Nonno, ciao.
Quando sono troppo stanco, mi faccio quasi sempre una frittata. Due o tre uova, a volte con salame. La padella è vecchia, ma funziona. Qui niente Sandro, solo il mio coinquilino che brucia sempre qualcosa e bestemmia.
Parli spesso di cibo. Avevi fame allora o ce lhai adesso?
Tuo nipote, Francesco.”
Appena mandato, mi pento di quella frase finale: suona brusca. Ma ormai è andata.
Risponde rapido stavolta.
“Francesco.
Bella domanda, quella sulla fame. Da giovane avevo fame sempre e non solo di zuppa o patate. Volevo una moto, scarpe nuove, una stanza tutta mia per non sentire mio padre tossire la notte. Volevo rispetto. Entrare in un negozio e non contare le monete in tasca. Che le ragazze mi guardassero e non tirassero dritto.
Adesso mangio abbastanza. Il medico dice anche troppo. Parlo sempre di cibo forse perché è concreto, si può toccare e ricordare. Il sapore lo descrivi più facilmente della vergogna.
Visto che me lo hai chiesto, ti racconto una storia. Ma senza morali, tranquillo.
Avevo ventitré anni. Uscivo già con la donna che poi sarebbe diventata tua nonna, ma era tutto incerto. Cercavano uomini per una squadra in Piemonte, paga buona: in pochi anni ti compravi una macchina. Mi lanciavo già a pensare di tornare con una Fiat 127 nuova e mostrarla a tutti.
Ma cera un problema. Lei non voleva trasferirsi: aveva la madre fragile, il lavoro, le amiche. Mi disse che non avrebbe sopportato il freddo e la nebbia. E io le ho risposto che mi rallentava, che se mi amava doveva sostenermi. Sono stato più duro, ma evito i dettagli.
Alla fine sono andato da solo. Dopo sei mesi abbiamo smesso di scriverci. Dopo due anni sono tornato con i soldi e lauto nuova. Lei si era già sposata con un altro. Per tanto tempo ho raccontato a tutti che lei mi aveva tradito, che avevo fatto tutto per lei
Ma la verità è che ho scelto i soldi e il ferro, non la persona. E ho fatto finta per anni che fosse lunica scelta giusta.
Questa era la mia fame.
Mi chiedi cosa sentivo. Allora mi sentivo importante e nel giusto. Poi, per anni, ho finto di non sentire nulla.
Non devi rispondere per forza. Capisco che tu abbia altro a cui pensare che le storie dei vecchi.
Nonno Giuseppe”.
Rileggo più volte. La parola “vergogna” mordeva tra le righe. Cerco scuse tra le sue parole, ma non le trovo.
Apro una risposta: scrivo “Ti penti”; cancello. Scrivo “E se fossi rimasto?”; cancello anche quello. Alla fine, invio tuttaltro.
“Nonno, ciao.
Grazie per avermela raccontata. Non so bene cosa dire. In famiglia di nonna si parla solo come se fosse sempre e solo stata la nonna, senza altre possibilità.
Non ti giudico. Anchio di recente ho scelto il lavoro invece di una persona. Avevo una ragazza, appena iniziato col lavoro da fattorino, mi davano turni buoni. Stavo sempre fuori. Lei continuava a dire che non ci vedevamo, che ero sempre stanco, nervoso. Le dicevo di portare pazienza, che poi sarebbe andata meglio.
Poi lei ha detto che era stufa di aspettare. Io le ho risposto che erano affari suoi. Anche in modo più pesante, meglio non ripetere.
Adesso, quando torno in stanza alle undici di sera e mi cucino la frittata, spesso penso che ho scelto i soldi e le consegne invece di lei. E anche io fingo che sia la scelta giusta.
Forse è di famiglia.
Francesco.”
La lettera del nonno stavolta non era su una pagina a quadretti, ma su una a righe. Mamma mi ha mandato un vocale per spiegarmi che il quaderno era finito.
“Francesco.
Hai ragione quando dici “di famiglia”. Da noi si danno sempre la colpa agli altri: beve perché beveva il nonno; urla perché la nonna era severa. Ma in realtà ogni volta è una scelta, solo che fa paura ammetterlo, allora parliamo di destino.
Quando sono tornato dal Nord, pensavo di avere tutto nuovo: macchina, stanza dostello, soldi in mano. Ma la sera mi sedevo sul letto, senza sapere che farmene. Gli amici dispersi, in fabbrica cambiato il caporeparto, a casa mi aspettavano solo polvere e la vecchia radio.
Una volta sono andato sotto casa della ragazza che poteva essere tua nonna. Mi sono fermato dallaltra parte della strada e ho guardato verso le finestre. Una era accesa, laltra spenta. Sono rimasto lì finché non ho perso la sensibilità dal freddo. Quando lho vista uscire con la carrozzina, accanto un uomo che la teneva per il braccio, a parlare e ridere, mi sono nascosto dietro un albero come un ragazzino. Li ho guardati finché sono scomparsi dallaltro lato della strada.
Lì ho capito che nessuno mi aveva tradito. Ognuno aveva fatto la sua strada. Solo ci ho messo dieci anni a dirmelo davvero.
Dici che hai scelto il lavoro invece della ragazza. Forse hai scelto te stesso, non il lavoro. Forse adesso è più importante tirarti fuori dai debiti che andare al cinema. Non è giusto o sbagliato, è solo così.
La cosa più difficile è dire chiaramente “adesso per me conta questo più di te”. Invece mascheriamo la verità e alla fine, tutti si offendono.
Non ti scrivo perché devi tornare da lei. Non so nemmeno se sia giusto. Solo, magari un giorno capiterà anche che ti fermerai sotto una finestra e capirai che potevi essere più sincero.
Il tuo vecchio nonno, Giuseppe”.
Sono seduto sul davanzale in corridoio: il telefono mi scalda la mano. Fuori passano macchine tra le pozzanghere, qualcuno fuma vicino allentrata. In una stanza vicina parte la musica, i bassi tremano le pareti.
Penso a lungo a cosa rispondere. Ricordo quando stavo anchio sotto la finestra della mia ex, che già non rispondeva al telefono. Guardavo le tende, la luce nella stanza, sperando di vederla affacciarsi. Non lo ha mai fatto.
Scrivo:
“Nonno, ciao.
Anchio sono stato sotto la finestra. Anchio mi sono nascosto quando lho vista uscire con un tipo. Lui aveva uno zaino, lei una busta di spesa. Ridevano. Allora ho pensato di essere stato cancellato dalla sua vita. Ora, leggendo te, penso che forse sono stato io a uscirne.
Dici che ci hai messo dieci anni a capirlo. Spero di farci meno.
Non torno da lei. Ma forse smetterò di fingere che non mi interessa.
Tuo nipote, Francesco.”
La lettera seguente cambiava argomento.
“Francesco.
Una volta mi hai chiesto dei soldi. Non ti ho risposto allora, non sapevo da dove cominciare. Ci provo ora.
Da noi i soldi sono sempre stati come il tempo. Se ne parla solo quando va male o quando arrivano allimprovviso. Tuo padre, da piccolo, una volta mi chiese quanto guadagnassi. Proprio allora facevo un secondo lavoro, e la paga era buona. Gli ho detto la cifra. Mi guardò: “Ma allora sei ricco!”. Io ho riso, dicendo che era solo fortuna.
Pochi anni dopo mi licenziarono, lo stipendio dimezzato. Tuo padre chiede ancora: “Quanto prendi adesso?”. Rispondo, e lui: “Perché così poco? Lavori peggio?”. Mi sono arrabbiato, gli ho urlato contro. Ma lui voleva solo capire quei numeri.
Per anni ho pensato che proprio allora gli ho insegnato a non chiedermi più dei soldi. Così è cresciuto senza farlo, si arrangiava lavorando, riparando vecchi televisori. E io pretendevo che capisse da solo che non era facile.
Con te non voglio lo stesso errore. Quindi: la pensione non è molta, ma per le medicine e da mangiare basta. Lauto nuova non la metto più via e non mi serve. Ora risparmio solo per rifarmi i denti, quelli vecchi non tengono più.
E tu? Te la cavi davvero? Non dico che ti manderò soldi o calzini a Natale, ma mi interessa sapere: hai fame o dormi per terra?
Se ti vergogna rispondere, scrivi solo “tutto ok”. Capirò.
Nonno Giuseppe”.
Mi tira dentro qualcosa. Mi ricordo mio padre che, quando chiedevo dei soldi, rispondeva solo con uno scherzo o un “lo capirai cresciuto”. Così sono cresciuto pensando che i soldi fossero solo qualcosa di cui vergognarsi.
Resto a lungo davanti al messaggio, poi rispondo.
“Nonno, ciao.
Non ho fame, non dormo per terra. Ho un letto, anche col materasso, non di lusso ma decente. Pago laffitto dellalloggio da solo, era il patto con papà. Ogni tanto sforo, ma nessuno finora mi ha buttato fuori.
Per mangiare mi basta, non faccio spese inutili. Se resto proprio senza niente, prendo un turno in più e poi mi sento uno zombie, ma va bene così. È una mia scelta.
Mi fa strano che mi chiedi tu, e io invece non trovo il coraggio di chiedere a te “ce la fai?”. Ma hai già risposto.
A dire il vero, mi sarebbe più facile se scrivessi solo “tutto a posto” senza spiegazioni. Forse perché sono abituato che i grandi non raccontano niente.
Grazie per aver parlato di soldi.
Francesco”.
Poi aggiungo, dopo qualche minuto:
“Se un giorno vorrai prenderti qualcosa e la pensione non basta, avvisami. Non posso promettere niente, ma almeno lo so.”
Invio prima di pensarci troppo.
La risposta di nonno era la più incerta di tutte, lettere sbilenche, le righe che andavano qualche volta in salita, qualche volta in giù.
“Francesco.
Ho letto il tuo messaggio su “se non basta”. Allinizio volevo scrivere che non mi manca niente, che ho tutto, sono vecchio e mi servono solo le pastiglie. Poi stavo per scherzare dicendo che, se proprio voglio qualcosa, ti chiedo una Vespa nuova.
Poi però ho pensato che per tutta la vita ho fatto finta di essere uno che risolve tutto da solo. Così sono diventato vecchio, ma con la paura di chiedere qualcosa a mio nipote, anche solo una stupidaggine.
Allora ti rispondo così: se mai avrò davvero bisogno di qualcosa che non posso permettermi, cercherò di non fingere che non conta niente. Per ora ho tè, pane, pastiglie e le tue lettere. Non è poesia, è la lista.
Sai, prima pensavo che fossimo tutti diversi, tu con queste app e io con la mia radio. Adesso ti leggo e mi accorgo che abbiamo tanto in comune. Non ci piace chiedere aiuto. Facciamo finta di niente anche quando qualcosa dentro brucia.
Già che siamo sinceri, ti racconto una cosa in famiglia mai detta. Chissà cosa penserai.
Quando è nato tuo padre, io non ero pronto. Avevo appena iniziato un lavoro nuovo, ci avevano dato una stanza allostello, pensavo di essere sistemato. E invece, ecco un bambino. Pianti, pannolini, notti senza dormire. Tornavo dal turno di notte e lui urlava. Mi arrabbiavo. Una volta, esasperato, ho scaraventato via il biberon contro il muro, si è rotto, il latte ovunque. Tua nonna che piangeva, il bambino che urlava, e io in piedi lì, che volevo sparire.
Non sono scappato, ma per anni ho fatto finta fosse solo nervoso. Invece, ero davvero vicino a mollare tutto. E se lo avessi fatto, tu ora non staresti leggendo queste righe.
Non so perché te lo racconto. Forse per farti capire che il nonno non è un eroe. Sono solo una persona, che a volte avrebbe voluto scomparire.
Se dopo questo non vuoi più scrivermi, lo capisco.
Nonno Giuseppe”.
Leggo e mi sento prima freddo, poi caldo dentro. Limmagine di nonno che per me era sempre stata qualcosa di rassicurante, famigliare, improvvisamente diventa più completa: un uomo stanco, una stanza dostello, un bimbo che piange, latte per terra.
Mi torna in mente la scorsa estate, quando lavoravo in un campo estivo e ho urlato a un ragazzino che piangeva sempre. Lho afferrato per le spalle più forte del dovuto, lui si è spaventato e messo a piangere di più. Non ho dormito tutta la notte dopo, pensando che sarei stato un pessimo padre.
Lascio il box dei messaggi vuoto per un po’. Le dita scrivono da sole: “Non sei un mostro”. Cancello. Scrivo “Ti voglio bene”. Cancello, mi vergogno a mettere nero su bianco quelle parole.
Alla fine mando:
“Nonno, ciao.
Non smetterò di scriverti. Non so neanche cosa si dice davanti a certe confessioni. Da noi nessuno ne parla: né delle urla, né della voglia di scappare. Tutti fanno silenzio o scherzano.
Lestate scorsa lavoravo a un campo, cera un ragazzino difficile. Un giorno ho perso la pazienza, gli ho urlato contro così tanto che ho fatto paura a me stesso. Poi ci sono rimasto male e ho pensato che non devo avere figli.
Quello che hai scritto non ti rende peggiore. Ti rende reale.
Non so se riuscirò mai a raccontare a mio figlio se lo avrò qualcosa di così onesto. Ma almeno posso provare a non far finta di aver sempre ragione.
Grazie di non essere scappato.
Francesco”.
Premo invio e, per la prima volta, mi accorgo che attendo la risposta, non per educazione ma perché mi serve.
Arrivata dopo due giorni, la mamma mi ha solo scritto: “Ha imparato a mandare vocali, ma mi ha chiesto di trascrivere per te”.
Guardo lo schermo. Una nuova pagina a righe.
“Francesco.
Ho letto la tua lettera e penso che tu sia già più coraggioso di quanto ero io alla tua età. Almeno ammetti di aver paura. Io invece facevo luomo forte, poi spaccavo i mobili.
Non so se sarai un buon padre. E neanche tu lo puoi sapere. Si scopre solo vivendo. Ma già solo avere questo dubbio è importante.
Hai scritto che per te sono ‘vivo’. È il complimento più bello che ricevo da una vita. Di solito mi dicono ‘testardo’, ‘brontolone’, ‘scontroso’. Ma ‘vivo’ nessuno da tanto.
Visto che ormai siamo così sinceri, volevo chiederti una cosa ma mi vergognavo. Ora te la chiedo: se mai ti stancassi delle mie storie, fammi un fischio. Posso scrivere solo a Natale e Pasqua, se vuoi. Non voglio soffocarti col passato.
E poi, se ti va mai di venire qui, senza motivo, io ci sono. Ho una sedia libera e una tazza pulita. Pulita per davvero, lho controllata.
Tuo nonno Giuseppe”.
Sorrido a quelle parole sulla tazza. Me la immagino, la cucina di nonno, la sedia, il glucometro, il sacchetto di patate sotto il termosifone.
Apro la fotocamera, scatto una foto della cucina condivisa del mio alloggio: il lavello pieno di piatti, la padella “orrenda” ma fedele, la scatola delle uova, il bollitore, due tazze una scheggiata. Sul davanzale il barattolo con le forchette.
Invio la foto a nonno, aggiungo:
“Nonno, ciao.
Questa è la mia cucina. Le sedie sono due, di tazze ne ho perfino di più. Se un giorno vorrai venire davvero, io ci sono. Beh, quasi a casa.
Non mi hai stufato. A volte resto senza parole, ma non vuol dire che non leggo.
Se vuoi, puoi raccontarmi qualcosa che non riguardi né lavoro né cibo. Qualcosa che non hai mai detto a nessuno, ma solo perché non cera nessuno a cui dirlo.
F.”
Tengo il telefono accanto a me, lo schermo nero sul tavolo. Le uova sfrigolano sul gas. Nella stanza dietro una risata, la musica di sottofondo.
Ed è così che resto, immaginando che un giorno il nonno sarà sulla seconda sedia, la tazza in mano e una storia da raccontare dal vivo, non solo scritta.
Non so se davvero verrà e cosa ci sarà dopo. Ma sentire che cè qualcuno a cui puoi mandare la foto della tua cucina disordinata e chiedere “e tu?” ti fa sentire calmo, anche un po stretto in petto.
Riguardo i messaggi in chat: i quadretti, le righe, i miei “F.” secchi. Poi metto il telefono faccia in giù, che se arriva un altro messaggio lo sento subito.
La frittata si è freddata, ma la mangio lo stesso, piano, come se la condividessi.
Le parole “ti voglio bene” non ci sono mai state esplicite nei messaggi. Ma ormai qualcosa tra le righe cè, ed è abbastanza, per ora, per entrambi.






